Finanza / Varie

La lezione dei Panama Papers

Nessun sistema fiscale può essere “competitivo” rispetto ad un modello articolato e raffinato di evasione, come quello delineato nei documenti dello studio legale Mossack-Fonseca. "Quando così tanti esponenti delle classi dirigenti di più Paesi decidono di fare ricorso ai paradisi fiscali -commenta Alessandro Volpi-, è evidente che il principio fondativo delle istituzioni politiche liberali, secondo cui il pagamento dei tributi è la condizione della rappresentanza politica, ha subito una tragica sparizione"

“Panama papers” avrebbe potuto essere il titolo di un romanzo di spionaggio finanziario scritto nei ruggenti anni Novanta -per usare la nota espressione di Joseph Stiglitz-, prima che la crisi del 2007 scatenasse la peggiore tempesta nella storia del capitalismo. Gli ingredienti, infatti, per una trama inquietante e assai torbida ci sono tutti, a cominciare da uno studio legale affermato, guidato da due avvocati tanto potenti quanto discussi come Ramon Fonseca, consigliere del presidente panamense Varela, da cui si è allontanato dopo essere rimasto coinvolto nello scandalo brasiliano di Petrobras, e Jurgen Mossack, figlio di un caporale delle SS, accusato di spionaggio per gli Stati Uniti nell’immediato dopoguerra. 

Accanto a loro, compare una sterminata massa di clienti vip, che rappresentano una vera e propria “internazionale” dei conti off-shore, una comunità composita e variopinta di capi di governo, attori, registi, cantanti, scenografi, sportivi e persino nipoti del “grande timoniere” Mao, di diversa origine e provenienza, dalla gelida Islanda alle calde terre sudamericane, tutti alla ricerca di metodi per non pagare le tasse. A rendere ancora più intrigante la vicenda intervengono gli oltre 11 milioni di documenti pubblicati dall’International Consortium of investigative journalism, che hanno dato in pasto all’opinione pubblica mondiale la notizia dell’esistenza di quasi 215mila società off-shore, costruite appunto per sfuggire al fisco di un gran numero di Stati del pianeta. Purtroppo però non si tratta, nonostante la trama romanzesca, di un romanzo ma di una cruda realtà che suggerisce alcune amare considerazioni. 
 
1) La rete dell’evasione fiscale è davvero globale e tende a non risparmiare quasi nessun Paese, indipendentemente dai sistemi tributari e dai livelli di pressione esistenti nei singoli Stati. In questo senso la concorrenza dei “paradisi fiscali” è imbattibile e attrae con continuità capitali in fuga; contro tale concorrenza risultano molto deboli i tentativi di abbattere le aliquote fiscali per facilitare la “fedeltà” dei contribuenti, soprattutto di quelli con patrimoni più significativi, perché nessun sistema fiscale può essere “competitivo” rispetto ad un modello così articolato e così raffinato di evasione. I clienti “off-shore” provengono dall’Inghilterra, come dall’Italia, dalla Cina, dall’Argentina o dalla Germania, realtà con livelli di pressione molto diversi e con forme di prelievo altrettanto distinte, che tuttavia non piacciono alla già ricordata “internazionale” dei ricchi, attivi aspiranti ai benefici dei paradisi. 
 
2) La rete dell’evasione globale è decisamente ben organizzata e difficile da scalfire. Il quartiere di Marbella, a Panama, dove ha la sede lo studio Fonseca Mossack, rappresenta infatti soltanto una delle porte d’accesso a una rete che conduce i capitali in svariate direzioni, ben strutturate. Dalle 21 banche che hanno sede a Panama con licenza internazionale è possibile accedere alle decine di migliaia di società create nelle Isole Vergini britanniche, nelle Bahamas, nelle Seychelles, in Nuova Zelanda, a Samoa e persino in Nevada, uno dei luoghi privilegiati dell’evasione fiscale per la sua normativa “accomodante”. È possibile accedere anche, come dimostra proprio l’esperienza di Fonseca Mossack, ad oltre 14mila banche e filiali sparse per il mondo, dai 3000 intermediari di Hong Kong ai 1300 svizzeri e alle centinaia di altri collocati nei diversi Continenti. Dunque, utilizzando un ingresso “nascosto” in un quartiere panamense, è possibile per i ricchi del pianeta imboccare un percorso in grado di far perdere le tracce dei loro soldi che ricompaiono poi, sotto altre vesti, nei mercati finanziari internazionali in cerca di lauti rendimenti. 
 
3) I “Panama papers” dimostrano il preoccupante affievolirsi di un’idea di comunità nazionale che affonda una parte importante delle sue radici nel “contributo” dato dai cittadini alla vita del proprio Stato. Quando così tanti esponenti delle classi dirigenti di più Paesi decidono di fare ricorso ai paradisi fiscali, è evidente che il principio fondativo delle istituzioni politiche liberali, secondo cui il pagamento dei tributi è la condizione della rappresentanza politica, ha subito una tragica sparizione. L’“internazionale dei ricchi evasori” è la dimostrazione dello scadimento conclamato di una cultura plurisecolare che individuava nel contribuente il cittadino consapevole: davvero la storia dei “Panama papers” presenta i caratteri della crisi delle classi dirigenti di un’intera epoca. 

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