Diritti

La globalizzazione è un brutto affare, parola di trader di materie prime agricole

L’influenza delle speculazioni nella crisi che stiamo vivendo è “diretta e misurabile”. Per affrontarla dobbiamo tutti insieme, “concordare nuove regole” che “pongano limiti chiari agli strumenti di investimento che fanno perno sul cibo” a livello globale. Perché questo non costringe…

L’influenza delle speculazioni nella crisi che stiamo vivendo è “diretta e misurabile”. Per affrontarla dobbiamo tutti insieme, “concordare nuove regole” che “pongano limiti chiari agli strumenti di investimento che fanno perno sul cibo” a livello globale. Perché questo non costringe solamente alla fame milioni di persone, “ma impatta duramente l’economia reale”. Diversamente “potremmo avere a che fare a partire dal prossimo anno da “crisi alimentari gravissime, anche peggiori di quelle dello scorso 2008”, ma soprattutto “più frequesti”. Se queste analisi provenissero dalle nostre associazioni ed ong non sarebbero né nuove né molto diverse da tutte quelle che abbiamo condiviso in passato, quando a prevenire l’incombente crisi globale, come pure abbiamo fatto, si veniva tacciati di catastrofismo e propaganda sinistra.
Quando però arrivano, dati alla mano, da Xavier Patry e Bertrand Bosc, che di mestiere fanno i dirigenti di una grande compagnia che fa i soldi commerciando in materie prime alimentari -il Lansing Trade Group- non solo è una novità, ma assume un particolare valore di notizia. È questa delle sorprendenti novità che emergeno dal Public Forum organizzato a Ginevra dall’organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), che mette a confronto a Ginevra fino a mercoledì prossimo centinaia di lobbisti, esperti, traders, organizzazioni della società civile e produttori, sul tema “quale governo migliore per trovare a problemi globali risposte altrettanto globali”.
"Non sarà certo un’affermazione popolare in questa sede -hanno ammesso i due esperti nel loro intervento in apertura del panel su agricoltura e speculazione- ma ci domandiamo: possiamo affrontare davvero una deregulation completa del settore agricolo e una rimozione dei sussidi?".
I due esperti hanno chiesto, al contrario, regole, limiti agli investimenti speculativi in agricoltura e un’attenzione istituzionale che vada oltre ai profitti: "i prezzi non sono tutto nemmeno per i traders", hanno sentenziato gli esperti corporate. Il mondo, dunque, visto dalle rive del lago Lemano, non è solo in crisi, ma sembra marciare speditamente alla rovescia.
Third World Network, la sinistra riflessiva delle reti che lavorando a Sud sulla Wto, chiede con una certa strategica misura ai Paesi in via di sviluppo di prendere la guida di un processo di riforma del sistema commerciale attuale che avvenga “in collaborazione con la Wto ma nell’ambito delle Nazioni Unite”. Non una rivoluzione, dunque, ma una evoluzione tutta istituzionale. David Nabarro, rappresentante della Task Force voluta dal segretario delle Nazioni Unite per affrontare il problema della sicurezza alimentare, minimizza invece l’impatto delle speculazioni sull’aumento delle persone che soffrono la fame, taccia di protezionismo i Governi che stanno sostenendo la produzione locale, e spinge sulla necessità di “sussidi smart” da far finire nelle tasche dei produttori di semi e di fertilizzanti, evitando accuratamente qualsiasi riferimento critico alla concentrazione del mercato e al ruolo della finanza nella mancanza di disponibilità di cibo per tutti. I Paesi in via di sviluppo, un tempo fieri oppositori del ciclo di negoziati di liberalizzazione in corso alla Wto, dal palcoscenico del vertice dei G20 a Pittsburgh si lanciano invece in un accorato appello di salvataggio, perché preoccupate più di perdere clienti per le proprie imprese che diritti -tipo quello all’alimentazione- per i propri cittadini. A Ginevra i negoziatori dicono in corridoio che lo hanno fatto per mettere sotto pressione gli Stati Uniti di Obama, che si proclamano difensori del Round ma ancora non hanno chiaramente spiegato che politica faranno sul commercio. La segretaria di Stato Hillary Clinton una cosa l’ha detta: “Se il Doha Round non avrà successo, e ci sono molti ostacoli perché ne abbia, vogliamo lavorare a livello bilaterale per sviluppare ulteriori rapporti commerciali”. Insomma fare i conti faccia a faccia è più comodo che farlo in pubblico.
Chi sta sempre dalla stessa parte, quella dei diritti per tutti e la solidarietà, cioè ong e movimenti, prepara una mobilitazione per la fine di novembre, quando i ministri del Commercio degli oltre 150 Paesi membri della Wto sono convocati a Ginevra per tentare ancora una volta di chiudere i negoziati.
In programma c’è una grande manifestazione in città per il 28 novembre, una giornata di dibattito e lobby popolare sui delegati in arrivo il 29 novembre, decennale della sconfitta del Wto a Seattle. Poi, dal 30, quando cominceranno davvero le trattative, un pranzo contadino al giorno per i negoziatori, all’ingresso della sede del vertice, e un “lobby tour” per raccontare come girano le decisioni a partire dai poteri forti che abitano la città. Si lascerà Ginevra in carovana, diretti a Copenhagen, per partecipare al vertice sul clima. L’intenzione è di non lasciare agli stessi che hanno svenduto a Ginevra le nostre risorse al punto di ridurci sul lastrico, il compito di decidere da solo in sede Onu anche il futuro del pianeta. Chi lavora per un’altra economia non potrà davvero mancare.

* vicepresidente della cooperativa Fair

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