Economia

La famiglia in campo

L’80% delle aziende agricole nel mondo sono gestite da parenti stretti. Un modello che la legislazione vigente non premia —

Tratto da Altreconomia 156 — Gennaio 2014

il 2014 che è appena iniziato è l’anno internazionale dell’agricoltura familiare, voluto dalle Nazioni unite per celebrare un modello agricolo che potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel migliorare la sicurezza alimentare e preservare le risorse naturali (www.familyfarmingcampaign.net).
È -senz’altro- il più diffuso, in Italia ma anche in Europa e nel mondo. Nel nostro Paese, su un milione e 620mila imprese agricole, 1 milione e 603mila sono aziende a conduzione familiare (secondo i dati dell’ultimo Censimento dell’agricoltura dell’Istat, 2010). “Le aziende agricole familiari sono il tessuto della nostra economia, ma affinché l’agricoltura italiana abbia nuovo slancio bisogna ripartire proprio da questo modello originario -spiega Cinzia Pagni, vicepresidente della Confederazione italiana agricoltori, www.cia.it-. Un modello che le politiche agricole sottovalutano: si parla di industrie, di sistemi agroalimentari complessi che, anche se muovono grandi volumi d’affari, nel presidio del territorio non hanno la stessa incidenza delle aziende agricole familiari”.
Anche Maria Grazia Mammuccini, vicepresidente di Aiab (Associazione italiana agricoltura biologica, www.aiab.it), ritiene necessario stabilire leggi che facciano vivere diversi modelli agricoli, e non adottare misure cui possano attenersi soltanto le grandi imprese.
Il motivo principale per cui negli ultimi anni sono scomparse, tra il 2000 e il 2010, un terzo delle aziende di piccole dimensioni e due terzi delle aziende con allevamenti (dato Istat) sono infatti, secondo Mammuccini, le normative vigenti, come le norme igienico sanitarie e quelle sulle sementi. Eppure le aziende agricole familiari hanno un ruolo importante nel tutelare l’agro-diversità e le nostre tradizioni culinarie. Secondo Mammuccini “la normativa vigente sulle sementi, obbligando ad acquistare solo semi registrati, impedisce alle aziende familiari, che tradizionalmente si sono sempre scambiate i semi fra loro, di lavorare sulle varietà locali”. Inoltre, le piccole aziende zootecniche, ad esempio, faticano ad adattarsi alle norme igienico-sanitarie, perché per rispettarle dovrebbero ricorrere a modifiche strutturali -come la piastrellatura dei locali- molto costose: “Queste norme non tengono in considerazione che quando una imprese utilizza materie prime provenienti da tutto il mondo ha responsabilità e corre rischi molto diversi dalle aziende che lavorano solo con i propri prodotti”. La norma sulla macellazione prevede, ad esempio, che gli animali di bassa corte, come le galline, debbano essere macellati in strutture ad hoc: ciò impedisce alle piccole aziende rurali, che non hanno macelli propri, di vendere direttamente al consumatore.

Secondo la definizione della Fao, organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione (www.fao.org), con “agricoltura familiare” s’intende ogni attività agricola amministrata da una famiglia che ricorre, per gestirla, a manodopera prevalentemente familiare: in questo tipo di aziende possono anche lavorare dipendenti esterni, ma il nucleo principale resta quello parentale.

Vi lavorano quasi tre milioni di persone, il 40% delle quali è donna, mentre i giovani occupati sotto i 34 anni sono quasi il 20%. L’Italia è inoltre il secondo Paese dell’Unione europea con il maggior numero di aziende agricole familiari dopo la Romania, che ne conta 3,8 milioni, e il terzo Stato, dopo Romania e Polonia, per il numero conduttori sotto i 25 anni: sono più di 10mila, e mobilitano una manodopera aziendale familiare di quasi 65mila persone. Le cifre italiane sono in linea con la tendenza europea: i dati Eurostat dicono che su 12,4 milioni di persone che in Europa lavorano nelle aziende agricole, 11,7 milioni sono occupate in quelle familiari.
Nel mondo, stando alle stime della Fao, più dell’80% delle imprese agricole -che in tutto sono circa 500milioni- è a gestione familiare. In alcuni Paesi la percentuale è ancora più alta: in Nuova Zelanda raggiunge il 90%, in Uganda il 95% e in Paesi come la Svezia e la Norvegia sfiora il 100%.

Una specificità dell’agricoltura italiana sta nella dimensione contenuta delle aziende agricole, che, in media, coprono una superficie inferiore ai 10 ettari. Inoltre, spiega Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, la principale organizzazione degli imprenditori agricoli (www.coldiretti.it), la tipologia dell’attività agricola in Italia è molto diversa dagli altri Paesi: se è vero che numerose aziende hanno a disposizione molta meno terra, lo è anche che esistono attività specializzate con serre, frutteti, coltivazioni florovivaistiche, che possono garantire un reddito adeguato senza richiedere grandi estensioni di terreno. “Se ad esempio un agricoltore utilizza i suoi 5 ettari per coltivare mais, la sua azienda muore; se invece sfrutta quello spazio per coltivare un prodotto di eccellenza allora riesce ad alimentare un’economia più ampia”.

Tuttavia, “non è un limite di estensione a definire, o meno,  un’impresa agricola familiare -spiega Pagni della Cia-: dentro la categoria ci sono infatti piccole aziende che coltivano prodotti a filiera corta, e vendono direttamente ai consumatori, ma anche imprese più grandi con sbocchi internazionali, che esportano, ad esempio, marmellate, sottoli e vini di qualità. Ciò che distingue le aziende agricole familiari -prosegue Pagni- sono i valori che le accomunano”. La costanza e la profondità del lavoro, perché “ogni decisione è meditata e voluta dalla famiglia e dall’azienda”; la collaborazione, perché il lavoro deve andare avanti tutti i giorni, tutto l’anno; la libertà di decidere come condurre l’azienda e cosa produrre; l’umiltà, “con cui ogni giorno dobbiamo abbassarci verso la terra” e la fiducia, perché anche se ci sono alluvioni o periodi di siccità si ricomincia sempre, “fiduciosi in questo bene che chiamiamo impresa ma che è la nostra vita”.
Il modello familiare si costruisce tramite le generazioni; e anche se l’età media dei conduttori è di 50 anni, gli ultimi dati del Censimento dell’agricoltura attestano un “ritorno alla terra”: stando ai dati Ismea, Istat e Unioncamere poi elaborati da Cia, i giovani conduttori sotto i 35 anni sono oggi il 7,2%, mentre 10 anni fa erano solo il 3%. Tuttavia, l’incidenza è ancora bassa. Uno dei motivi per cui i giovani scelgono una strada diversa dal lavoro nell’azienda agricola di famiglia è, secondo Pagni, la bassa entità del reddito che questo lavoro garantisce: “Per favorire il ricambio generazionale bisognerebbe invece dare il giusto riconoscimento nella gestione corrente delle aziende, e facilitare l’accesso alla terra”.

Il 10 ottobre scorso, in Parlamento, la “Campagna popolare per l’agricoltura contadina” www.agricolturacontadina.org, cui aderiscono, tra gli altri, Aiab, Civiltà contadina e Rete semi rurali– ha presentato una serie di linee guida indirizzate ai parlamentari per una legge sull’agricoltura contadina, o familiare.
“Bisognerebbe adottare misure per migliorare la condizione delle imprese familiari nelle zone rurali e favorire la loro permanenza –sostiene la vicepresidente della Cia-, intervenendo ad esempio sulle infrastrutture con la diffusione della banda larga”, un servizio scontato nelle città, ma pressoché sconosciuto alle zone rurali o montane. Cinzia Pagni ritiene inoltre che anche gli “agriasili” possano fare la differenza: nati con l’idea di far crescere i bambini in un ambiente a contatto con la natura, offrono un servizio di accoglienza dei più piccoli nelle zone in cui sorgono le aziende agricole e funzionano come sostegno alle famiglie che abitano nelle zone rurali.
Il primo pilastro della nuova Politica agricola comune (Pac), la cui riforma è stata approvata il 20 novembre 2013 dal Parlamento europeo, prevede misure di sostegno alle aziende agricole. Ogni Paese membro ha inoltre la facoltà di adottare, per le piccole aziende, un aiuto forfettario pari a 1.250 euro l’anno; una cifra che però, secondo la vicepresidente dell’Aiab, è ancora troppo bassa.
Il secondo pilastro prevede invece progetti per i Piani di sviluppo rurale (Psr) del territorio -strumento che mette a disposizione delle imprese agricole delle misure a sostegno di investimenti e azioni agroambientali-  i cui regolamenti devono poi avere un’applicazione regionale. “Per rilanciare l’agricoltura familiare servono quindi non solo norme nazionali -afferma Maria Grazia Mammuccini di Aiab-  ma anche progetti territoriali attivabili attraverso i Psr delle Regioni, fondamentali per la salute delle aziende agricole familiari e, di conseguenza, dei mercati locali, alimentati proprio da questo modello agricolo”.
I progetti cui Mammuccini pensa sono, ad esempio, i piccoli macelli mobili che, se acquistati da una rete di aziende di piccole aziende sul territorio, possono offrire possibilità di rendite maggiori; ma anche i bio-distretti (vedi Ae 155), un modello di sviluppo eco-sostenibile che mira a coinvolgere le comunità locali con progetti partecipati. —

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