Economia

La doppia faccia di Chiquita – Ae 60

Numero 60, aprile 2005 La “signora” delle banane ottiene  la certificazione SA8000 per le sue piantagioni in America Latina. Un passo avanti rispetto a Dole e Del Monte, ma la sostenibilità sbandierata, in realtà, è ancora lontana.E se il prossimo obiettivo…

Tratto da Altreconomia 60 — Aprile 2005

Numero 60, aprile 2005 
La “signora” delle banane ottiene  la certificazione SA8000 per le sue piantagioni in America Latina.
Un passo avanti rispetto a Dole e Del Monte, ma la sostenibilità sbandierata, in realtà, è ancora lontana.
E se il prossimo obiettivo si chiamasse fair trade
?
 
COSTA RICA – Porto Vecchio di Sarapiquí, nelle pianure settentrionali del Paese, è il distretto più produttivo dell’estensione sterminata di piantagioni che abbraccia tutta la costa atlantica, dalla frontiera con il Nicaragua e quella con Panama.
Fincas enormi, fino a 1.200 ettari, aziende agricole dove si pratica una monocoltura intensiva del banano che produce frutti esteticamente perfetti grazie all’impiego massiccio di pesticidi. Nelle piantagioni di Dole e Del Monte, così come in quelle dei produttori indipendenti che vendono le banane alle multinazionali, non si entra: sindacati e associazioni non riescono a metterci piede e le guardie al cancello per noi sono un deterrente più che efficace. Chiquita invece è ben lieta di accoglierci, basta una telefonata all’ufficio relazioni esterne: “Siamo qui per servirla, signorina. Le nostre porte sono aperte, non abbiamo nulla da nascondere” è la risposta di Guillermo Brenes, responsabile del personale per la zona del Sarapiquí. “Ci serve solo qualche giorno per organizzare al meglio la vostra visita”. D’accordo, aspettiamo che la macchina si metta in moto per offrirci un tour impeccabile.
Nel frattempo contattiamo Cosiba, il coordinamento dei sindacati bananieri del Costa Rica, per un giro senza protocollo nella piantagione El Roble di Chiquita.
“Si può fare -ci dice Ramon Barrantes, il responsabile di Cosiba- nelle piantagioni di Chiquita i sindacati possono entrare, non ci sono guardie al cancello e molti lavoratori sono nostri iscritti”. Ci affida a Ligia Lamich, dolce e battagliera anima del Sitagah, il principale sindacato bananiero dell’area del Sarapiquí. Ligia ci spiega subito la ragione della settimana di tempo che l’“ufficio gite” di Chiquita ci ha chiesto: da oggi, e fino al giorno della nostra visita, tutti i lavoratori saranno reclutati per tirare a lucido ogni angolo della finca e un gruppetto accuratamente selezionato dall’asociación solidaria, il sindacato bianco, ripasserà la lezione da impartirci.
Succede sempre così quando arrivano i giornalisti e le delegazioni dei sindacati stranieri. Anche quando vengono i responsabili delle società di certificazione per la SA8000? Sì, sorride Ligia. Intanto la macchina corre in mezzo alle interminabili file di banani della finca El Roble.

Un rumore si avvicina e non dobbiamo aspettare molto per capire di cosa si tratta: appena cominciano a lacrimare gli occhi, il naso e la bocca prendono fuoco, vedo sopra le nostre teste il piccolo aereo che incrocia il cielo, su e giù, fumigando la piantagione. “Tranquilla -mi dice Ligia- ora ti passa. Se ti fumigano una volta nella vita non succede nulla. Il guaio è quando lo fanno tutti i giorni”.
Già, perché se è vero, come ci spiegheranno meglio nel corso del tour ufficiale, che è assolutamente vietato fumigare mentre i lavoratori sono nel campo, è altrettanto vero che alle quattro di pomeriggio nel campo da calcio che confina con il bananeto si sta giocando una partita, con tanto di mogli e bambini a fare il tifo. Faccio la domanda più stupida: ma il vento non porta anche qui i pesticidi che l’aereo sta spargendo?. “Lo abbiamo chiesto anche noi agli amministratori della piantagione e ci hanno risposto di stare tranquilli, che serve solo per i parassiti”. La risposta, laconica, me la dà Juan Borge, iscritto al Sitagah e perciò finito nelle “liste nere”: “Da quando mi sono iscritto, quattro anni fa, nessuno dà lavoro ai miei due fratelli: fin quando non lascerò il sindacato, il mio nome non verrà depennato dalla lista e loro non potranno lavorare in nessuna finca”. Juan viene dal Nicaragua, come la gran parte dei lavoratori di questa e delle altre piantagioni della zona. Prima di approdare qui ha lavorato in una delle tante fincas indipendenti che producono le banane per poi venderle alle multinazionali: lì si lavora anche dodici ore al giorno, spesso di notte, accendendo fuochi in mezzo alla piantagione per avere un po’ di luce; i contrattisti fanno il bello e il cattivo tempo, assumendo i braccianti a giornata e pagandoli quanto vogliono; i contributi alla sicurezza sociale non vengono mai versati e se ti capita un incidente sul lavoro non hai diritto all’assistenza ospedaliera, al massimo il caposquadra ti allunga qualche medicina; di pensioni e indennità neanche a parlarne; un miraggio le protezioni per i pesticidi; lavoratori minorenni e migranti clandestini sono la norma. !!pagebreak!!
Senza dubbio alla finca El Roble le cose vanno un po’ meglio: vengono regolarmente pagati il salario pattuito, gli straordinari e la tredicesima, così come i contributi alla Cassa di sicurezza sociale. Ma non è tutto oro quel che luccica. Il problema maggiore, secondo i lavoratori, sono i pesticidi: ad esempio, gli addetti all’applicazione dei sacchetti blu intrisi di agenti chimici che vengono messi sopra i frutti appena nati, ricevono i guanti. Il guaio è che a respirare ogni giorno quella roba soffri continuamente di mal di testa e di emorragie dal naso.
Come è successo a Guillermo Guzman Cabalceta, per 11 anni addetto al maneggio delle borse blu, fino a quando cominciarono il sangue dal naso e l’emicrania costante: “Chiesi al capataz -il caposquadra- di cambiarmi mansione e lui minacciò di licenziarmi. Allora cambiò tutto”. Guillermo, come quasi tutti i lavoratori della piantagione, era iscritto all’asociación solidaria e faceva parte del gruppetto che veniva istruito per parlare con i visitatori. Ma quando ebbe bisogno di aiuto, l’associazione servì a poco. Gli consigliò di stare zitto, se non voleva perdere il posto. Allora scelse di iscriversi al sindacato: “Grazie alla protezione del sindacato non sono stato licenziato e mi hanno cambiato mansione”. Ora Guillermo strappa le erbacce: il suo stipendio è stato dimezzato.
Quando domando cosa raccontava ai visitatori, candidamente risponde: “Mentivo. Mi preparavano insieme ad altre tre persone per accogliere giornalisti, sindacalisti e attivisti delle organizzazioni straniere: semplicemente dovevamo dire che il salario era più che sufficiente, che non ci mancava nulla e non avevamo rivendicazioni da fare, che c’era libertà di associazione e che avevamo tutte le protezioni necessarie per i pesticidi. Ci davano anche abiti e protezioni nuove di zecca. Che una volta partita la delegazione venivano riposti, in attesa della visita successiva”.
La realtà, invece, è un’altra: “La realtà -mi spiega Juan Martínez, padre di quattro figli- è che il salario che riceviamo non basta per vivere decorosamente: non basta per comprare il latte ai bambini, mangiamo carne una volta ogni due settimane e se serve un paio di scarpe ne facciamo a meno”. La paga media di un lavoratore bananiero è di circa 14 euro al giorno lordi che, una volta detratti i contributi, diventano più o meno 8: il compenso si riferisce ad una giornata lavorativa di otto ore, in realtà se ne passano nella piantagione almeno dieci. In altre parole, quello che teoricamente è il salario minino diventa il massimo che si possa sperare di guadagnare.
I soldi che si portano a casa se ne vanno tutti per comprare da mangiare, in ragione di un perverso meccanismo che asfissia i lavoratori: all’interno della piantagione c’è sempre un piccolo spaccio che vende generi alimentari e cibo pronto. Le piantagioni sono troppo distanti dai centri abitati e i braccianti non hanno né il tempo né i mezzi di trasporto per andare a fare acquisti in paese, così sono costretti a comprare il necessario per mangiare allo spaccio che applica prezzi anche tre volte superiori.
A queste condizioni lo stipendio non basta neanche per mangiare e allora il lavoratore si rivolge all’asociación solidaria che fa credito, ritrovandosi così costantemente indebitato.
Chiedo lumi a Guillermo sul ruolo del sindacato all’interno delle piantagioni: “In tutte le piantagioni di Chiquita ci sono lavoratori iscritti al sindacato, ma vengono continuamente perseguitati, ogni occasione è buona per spedirli a fare un lavoro meno pagato o per licenziarli. L’asociación solidaria fa il lavoro sporco, il suo compito è fare in modo che i lavoratori non si organizzino in maniera autonoma: ripete continuamente che i sindacati sono piantagrane comunisti, che il loro scopo è far chiudere le piantagioni. Anche nelle piantagioni di Chiquita le iscrizioni al sindacato si fanno di nascosto”.
E la libertà di associazione prevista dal Codice di condotta e dall’Accordo firmato nel 2001 con il sindacato internazionale Iuf-Uita e Colsiba? Chiarisce il concerto Gilberth Bermúdez, responsabile per il Costa Rica di Colsiba, il Coordinamento latinoamericano dei sindacati bananieri: “Ai lavoratori viene teoricamente riconosciuta la libertà di associazione, ma serve a poco se poi si perseguitano gli iscritti al sindacato e, a suon di pressioni e ricatti, li si costringe a entrare nell’asociación solidaria. Anzi, in questo modo si offre un alibi perfetto alle aziende, che possono dire: ‘noi riconosciamo la libertà di associazione, ma non possiamo certo obbligare i lavoratori ad iscriversi al sindacato. Se preferiscono il solidarismo, rispettiamo la loro scelta’”. Conferma Bermúdez: “Anche nelle piantagioni di Chiquita siamo costretti a lavorare nell’ombra. Certo è meglio che con Dole, Del Monte e produttori indipendenti che ostentano fieramente il loro antisindacalismo e ci costringono alla clandestinità, ma troppo poco per andar dicendo ‘siamo i migliori del mondo’ e farsi dare riconoscimenti internazionali”.
Allora l’accordo del 2001 non è servito a nulla?
“A qualcosa è servito, ma non ha risolto i problemi dei lavoratori bananieri: è un accordo storico, e questo a Chiquita va riconosciuto, ma si tratta di un primo passo e non di un traguardo. L’unico reale risultato che quell’accordo ha prodotto è stata la possibilità di avviare un dialogo con l’azienda. Ma non basta”.
Arriva il giorno della visita ufficiale: Guillermo Brenes e Raúl Gigena, soprintendente per la responsabilità corporativa di Chiquita, ci accolgono a Porto Vecchio dove saltiamo su uno scintillante fuoristrada diretti alla finca Canfin. Iniziamo il percorso, ma prima mi ricordano che posso fare tutte le domande che voglio e parlare liberamente con chicchessia senza che i miei accompagnatori ascoltino, perché qui è tutto alla luce del sole. In realtà non mi mollano mai, mi precedono lungo il tragitto salutando i lavoratori con un’amichevole pacca sulla spalla prima di presentarmeli, poi si fermano a qualche metro di distanza.
I lavoratori che incontro mi descrivono una sorta di eden: un salario che permette di vivere bene, rispetto reciproco e rapporti alla pari fra lavoratori e amministratori della piantagione, protezioni per i pesticidi, allontanamento dei lavoratori dal campo durante le fumigazioni e per i trenta minuti successivi. E i capataz come si comportano con voi? Capataz -rispondono- che brutto termine… Qui non lo usiamo più, è una parola vecchia, ora si chiama coordinatore. Già, anche il linguaggio ha bisogno di una bella sciacquata di tanto in tanto.
Tutti i lavoratori con cui parlo sono membri dell’asociación solidaria, perché preferiscono avere un rapporto cordiale con i loro superiori, piuttosto che affidarsi a quegli esagitati dei sindacati rossi che procurano solo guai e prima o poi ti fanno perdere il posto. “Qui stiamo bene, signorina, davvero. E per favore scriva che gliel’abbiamo detto”. Mentre me lo chiedono guardano a terra. L’eden ha il sapore di un amaro carnevale. Un sapore così disgustoso che nemmeno il pranzo gentilmente offerto da Chiquita Brands nel miglior ristorante di Porto Vecchio riesce a mandare via. !!pagebreak!! 
 
E il bollino blu punta al “popolo equo”
Chiquita ottiene la certificazione SA8000 per tutte le piantagioni di proprietà in America Latina.
E il futuro potrebbe essere addirittura equo e solidale (vedi Ae n. 51). Con l’azienda, dice Emilie Dardaine di Flo,l’organizzazione dei marchi di garanzia fair trade,  “abbiamo cercato modi per cooperare ma al momento non c’è nulla di concreto”. Conferma Michael Mitchell, direttore della comunicazione di Chiquita, ma aggiunge che “Chiquita è sempre stata inelegibile per la certificazione del fair trade” perché questo “favorisce i piccoli produttori”. Intanto, dice Mitchell, “le banane eque colombiane sono trasportate su nostre navi” e il maturatore belga Spiers (controllato da Chiquita) è nei registri di Flo. L’idea di banane Chiquita “solidali” preoccupa il commercio equo vero e proprio. Secondo Roba dell’altro mondo, un’eventualità del genere andrebbe a scapito dei piccoli produttori. Tutte le piantagioni Chiquita in America Latina hanno invece ottenuto la SA8000, che chiede il rispetto di standard sociali. Le fincas sono in Costa Rica, Guatemala, Honduras, Panama, ma la multinazionale acquista anche da piantagioni indipendenti (in questi Paesi e in Colombia, Ecuador e, in Asia, nelle Filippine). Nel 2004 Chiquita ha venduto 2,47 milioni di tonnellate di banane. Di queste, 2,2 milioni sono prodotte in America Latina, ma il 68% arriva da piantagioni indipendenti (su cui la SA8000 richiede un monitoraggio). “Chiquita sta facendo molti più sforzi delle altre multinazionali -riconosce  Colsiba-. Il guaio è che le piantagioni sanno in anticipo della visita dei certificatori, e questi parlano solo con gli amministratori e con i lavoratori iscritti all’asociación solidaria”.
 
Un Paese di banane, tessili e microchip
104 milioni di casse di banane: a tanto ammontava l’export del Costa Rica nel 2003 (anno  a cui i riferiscono i dati più recenti), con un incremento di del 16.25% rispetto al 2002.
Le banane sono il terzo prodotto esportato dal Paese (dopo i microchip della Intel e i prodotti tessili delle maquilas) il primo del settore agricolo.
Il 34.31% delle banane del Costa Rica è stato imbarcato a Puerto Limón con il  marchio Chiquita, il 27.22 % con l’etichetta Dole e il 24.89% con il bollino Del Monte.
Complessivamente in Costa Rica le piantagioni occupano 42 mila ettari circa di terreno, dislocati per il 95% nel versante Atlantico del Paese. Il valore lordo del banano esportato nel 2003 era di 550 milioni di dollari.
Le imposte sull’export hanno portato nelle casse del Governo 11,5 milioni di dollari.
Per quanto riguarda i Paesi importatori , come conferma il grafico qui a lato l’Europa si è confermata come la principale destinataria
delle banane del Costa Rica: ha acquistato il 51,15% della produzione totale, seguita dagli Usa con il 48.67%.
 
Piantagioni “clandestine”: braccianti immigrati da Panama e Nicaragua
Troppo duro e mal pagato il lavoro nelle piantagioni di banane, i costaricani non lo vogliono più fare. Così le bananiere del Costa Rica sono diventate il rifugio di migliaia di migranti che entrano clandestinamente dal Nicaragua e da Panama, manodopera disposta a tutto che viene sfruttata in modo disumano, specialmente nelle fincas dei produttori indipendenti dove talvolta il numero di lavoratori senza documenti sfiora il 90%.
Con un passaporto, un visto turistico e una manciata di cordobas ogni giorno, in centinaia fanno la fila al posto di frontiera per uscire dal Nicaragua e cercare lavoro nelle bananiere del vicino e “ricco” Costa Rica.
Si calcola che attualmente si trovino nel Paese circa 300 mila nicaraguensi clandestini. Impossibile è fare il conto dei migranti dal Panama, che ogni giorno varcano la frontiera prima dell’alba e al calar del sole fanno rientro a casa. Vivono nello sfruttamento e nel terrore, il “salario” basta per mettere in bocca un po’ di riso e banane, dormono in baracche fatiscenti.
E non conviene aprir bocca, perché  parte subito la denuncia alla migra -la polizia migratoria- e allora  puoi scegliere se farti rispedire al confine o dare ai poliziotti tutto il tuo stipendio e pregare che ti lascino tornare a lavorare.
Nelle piantagioni dove lavorano i migranti clandestini è impossibile entrare, anche per i sindacati: ci sono le guardie armate al cancello e tentare di incontrare i lavoratori nelle vicinanze della finca li esporrebbe ad un rischio enorme. Le loro storie si raccolgono quando fa buio in qualche bar gestito da migranti ormai regolari, che sanno cosa vuol dire e ti proteggono dai visitatori indesiderati.
Teoricamente per regolarizzare la posizione dei lavoratori senza documenti basterebbe che l’azienda stipulasse un contratto regolare e denunciasse l’assunzione al ministero del Lavoro. Ma questo comporterebbe l’obbligo del pagamento del salario minimo e dei contributi per l’assistenza sociale. Quindi, se vuoi lavorare, lo fai da clandestino. Se non ti va bene, fuori dal cancello c’è la fila di quelli che sono disposti a farlo. !!pagebreak!! 
 
Quando l’alluvione diventa un affare
A metà gennaio una disastrosa alluvione ha colpito la costa atlantica del Costa Rica, abbattendosi sulla zona di Sixaola, al confine con Panama. L’acqua ha cancellato 6 mila ettari di banani, sui circa 42 mila totali.
Una delle piantagioni inondate è di Chiquita, le altre di produttori indipendenti che vendono a quest’ultima e a Del Monte.
I fornitori di Del Monte hanno chiuso i battenti, licenziando oltre 600 lavoratori. Chiquita ha chiesto sussidi al governo per far ripartire la produzione nelle piantagioni indipendenti con cui ha contratti di esclusiva.
Secondo Hernan Hermosilla di Foro Emaús e Gilberth Bermúdez di Colsiba, le calamità naturali sono una ghiotta occasione per le aziende, che incassano gli indennizzi dalle assicurazioni per il mancato raccolto, chiedono al governo di cancellare il debito con la Sicurezza sociale e licenziano tutti i lavoratori, riassunti poi a condizioni salariali peggiori e lasciando fuori tutti
i sindacalisti.
 
A Bruxelles le banane crescono “dal basso”
Bananieri a raccolta a Bruxelles. Si terrà dal 28 al 30 aprile la seconda edizione della “Conferenza internazionale bananiera” organizzata da Colsiba (il coordinamento dei sindacati bananieri latinoamericani), Winfa (organizzazione dei coltivatori dei Caraibi), Euroban (European Banana Action Network), dal sindacato internazionale Iuf e dall’ong americana Us/Leap. Obiettivo: discutere su come “Fermare la competizione dal basso”, puntando l’attenzione su diritti dei lavoratori, condizioni di lavoro, equità socio-economica, salute e ambiente. Si dedicherà spazio alla questione del prezzo delle banane -con un focus sul commercio equo- e a quella del nuovo regime di importazione dell’Unione europea, in vigore del 2006 (vedi articolo qui a fianco), con attenzione particolare ai Paesi in Africa, Caraibi e Pacifico (i cosiddetti Acp), che dal 2008 rischiano di perdere le attuali agevolazioni per l’accesso al mercato europeo.
La prima edizione della Conferenza si tenne nel 1998, con la partecipazione di oltre 300 delegati da 45 Paesi produttori e consumatori di banane, compresi rappresentanti di governi europei, americani, caraibici e africani. Info e materiali: www.ibc2.org
 
 
Come cambia la politica tariffaria europea
La rivoluzione che porta in Africa
La “rivoluzione della banane” è prevista per il 2006: dal prossimo anno l’Unione europea dovrà riformare il meccanismo di accesso delle banane al proprio mercato, recependo le indicazioni fornite dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) in seguito ai ricorsi di Stati Uniti (dove hanno sede Dole, Del Monte e Chiquita) ed Ecuador (primo esportatore di banane al mondo). 
Il sistema attualmente in vigore nell’Ue, oltre a prevedere consistenti sovvenzioni e quote fisse di mercato per i produttori comunitari, garantisce l’importazione no tax fino ad un tetto fissato per le banane provenienti dai Paesi “Acp”  (sigla che sta per Africa, Caraibi e Pacifico, ovvero le ex-colonie e i territori oltremare di Portogallo e Francia). Le banane prodotte in America Latina, le cosiddette dollar bananas, possono accedere al mercato europeo in quantitativi limitati -fino ad un massimo di 2,2 milioni di tonnellate all’anno- pagando un dazio di 75 euro a tonnellata. La soluzione proposta dall’Unione Europea prevede l’abolizione del sistema delle quote oggi in vigore, l’adozione di una tariffa doganale uguale per tutti i fornitori -pari a 230 euro a tonnellata- e il mantenimento dell’esenzione dall’imposta per i Paesi Acp.
Davanti a questa proposta le multinazionali si sono divise. Chiquita chiede il mantenimento dello status quo, essendo la più favorita dall’attuale sistema di licenze. Del Monte e Dole spingono invece per la completa liberalizzazione del mercato e si dicono disposte ad accettare la tariffa di 230 euro a tonnellata, in quanto l’aumento dei costi verrebbe compensato dalla fine delle limitazioni di accesso al mercato europeo.  
Secondo i sindacati bananieri dell’America Latina, l’introduzione di una tariffa di 230 euro provocherebbe un autentico disastro in Paesi ancora fortemente dipendenti dall’economia del banano, mettendo a rischio 850 mila posti di lavoro.
La necessità di ridurre i costi di produzione -se anche non portasse alla chiusura di piantagioni- comporterebbe diminuzione dei salari, minore attenzione all’ambiente e alla salute dei lavoratori, distruzione del sindacato, sparizione dei piccoli e medi produttori.
“Le multinazionali stanno facendo il doppio gioco -dice Colsiba-, chiedono la liberalizzazione del mercato, dicendo che cercano spazi per le banane prodotte in America Latina, ma in realtà da diversi anni stanno comprando enormi estensioni di terra in Africa (specialmente in Angola, Camerun e Costa d’Avorio) dove sposteranno la produzione. In Angola, 50 mila ettari di terra di proprietà della Chiquita sono già pronti per essere seminati a banano. Non appena scatterà il nuovo sistema, si trasferiranno in Africa: così potranno immettere banane sul mercato europeo senza pagare imposte doganali (l’accordo di Lomé per i Paesi Acp, rinnovabile fino al 2020, garantisce l’accesso no tax a 750 mila tonnellate di banane all’anno) ridurre i costi di trasporto e disporre di manodopera a bassissimo costo in Paesi dove le condizioni dei lavoratori sono disumane e il sindacato non esiste”.

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