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La cultura è un’urgenza

Musica, teatro, arte non sono beni di lusso, “ma è necessario sperimentare, partecipare, autogestire”. Intervista a Manuel Agnelli: il cantante degli Afterhours ha promosso il festival "Hai paura del buio?", che il 30 ottobre 2013 fa tappa a Milano. Altreconomia è media partner —

Tratto da Altreconomia 153 — Ottobre 2013

“Uno degli scopi che avevamo era stimolare la curiosità del pubblico. Si è perso il gusto della scoperta, delle cose nuove: la gente prova conforto quando si riconosce in qualcosa, vuole essere consolata. Abbiamo scelto di fare completamente l’opposto, di spiazzare. È bello disorientare il pubblico”. Manuel Agnelli è uno dei personaggi di maggior rilievo del settore musicale italiano. Guida il gruppo Afterhours, che ha fondato -ventenne- nel 1986: dopo 17 album oggi la band vanta una notorietà e un seguito difficilmente replicabili, pur avendo sempre mantenuto la propria indipendenza artistica.
Anche per questo motivo, Manuel si è dedicato in questi anni alla promozione della cultura indipendente -non solo musicale- attraverso diverse iniziative, come musicista, produttore e direttore artistico. La più recente è il festival -unico nel suo genere- “Hai paura del buio?”: tre eventi, a Torino (il 30 agosto) a Roma (il 13 settembre) e Milano, che si terrà il 30 ottobre (vedi box).
È venuto a trovarci nella nostra redazione all’indomani della tappa torinese: un successo che ha coinvolto 10mila persone, e decine di artisti tra concerti, installazioni, performance teatrali.
“Un successo dovuto anche alla struttura che ci ospitata -le Officine Grandi Riparazioni, ndr- un bell’ esempio di archeologia industriale, molti spazi suddivisi ma senza soluzione di continuità, affinché il pubblico potesse avere esperienza di tutte le forme artistiche presenti. Anche questo era un messaggio molto preciso. Non ci aspettavamo così tanta gente, e forse avremmo potuto addirittura osare di più. Ma preferiamo essere concreti e rimanere coi piedi per terra”.

Un evento realizzato a budget quasi zero: si può fare cultura senza grandi economie? “Mi chiedo se può essere la regola. Non credo: posso solo dire che noi ci siamo riusciti. Ma noi siamo un’anomalia. Abbiamo solo previsto rimborsi per le spese di tecnici e artisti. Quel che conta però è il fermento di cui siamo stati testimoni: fa bene a tutti e ti porta fuori dalla politica del ‘piccolo orticello’. Detto questo, i costi della cultura esistono, ma esisterebbero anche le entrate. D’altra parte è uno dei pochi campi in cui si possono sviluppare economie. Siamo un Paese senza risorse naturali, non abbiamo più industrie. E gli italiani stanno diventando un popolo di viziati. Che cosa ci resta? Cultura, innovazione, anche tecnologica. Questo è il nostro Paese. E ‘con la cultura si mangia’ è uno dei nostri slogan. Non so quanto riusciremo ad andare avanti col nostro progetto, che -pur se piccolo- è un megafono. Per ora il risultato è buono, perché stiamo facendo una bella cosa se guardiamo ai contenuti. C’è stato molto entusiasmo”.
Ambiti artistici che si intrecciano: concerti accanto a quadri, installazioni attorno a reading, attori e musicisti. È questo il futuro della cultura?
“L’interazione tra vari ambiti forse è un po’ una moda. Non so se è il futuro. Posso dire che è il presente, una delle soluzioni possibili. Il nostro modo di pensare la cultura è molto stagnante, prevede gabbie piuttosto rigide. Così in questi anni non è cresciuta la qualità della proposta. D’altra parte viviamo in un Paese che spende tutto per la conservazione di quel che è successo in passato.
L’idea di questo festival viene dalle esperienze dei teatri occupati di tutta Italia (vedi pag. 14, ndr), o di alcuni centri sociali occupati come l’Angelo Mai di Roma. Tutti rappresentano laboratori culturali. Tutti si prendono la libertà e la responsabilità di sbagliare. Non cedono al ricatto dell’efficacia a ogni costo. La cultura è stagnante anche dal punto di vista imprenditoriale, perché si produce solo ciò che si conosce. La verità è che abbiamo grandi potenzialità, esiste una marea di cose interessanti in giro per l’Italia tanto da lasciarmi a bocca aperta. Magari non fanno numeri, perché non appartengono a nessuna piccola lobby né ambito.
Ecco perché noi promuoviamo l’interazione. Senza negare le professionalità, che anzi vanno sottolineate. Vogliamo dare spazio al talento e alla creatività. Non basta la cultura ‘scolastica’, che al contrario di quel che sembra è poco meritocratica. Ci prendiamo la libertà di sbagliare, magari anche di dare messaggi non necessariamente precisi.
È un po’ quel che accade coi teatri occupati: più che rappresentare la mancanza di spazi dove fare cultura, è un fenomeno che riguarda il loro utilizzo. Ancora una volta, è la capacità di riavvicinare le persone alle iniziative culturali, produrre commistioni e -di nuovo- fermento. I teatri occupati sono sì una battaglia per il recupero di strutture, ma soprattutto sono l’espressione della cultura come urgenza, e non come bene di lusso. La cultura è una necessità primaria, ed è bene metterci la faccia. È una battaglia molto naturale: chi visita questi luoghi, si rende conto che non c’è coinvolgimento partitico o ideologico. Sono luoghi concreti”.
Ma spesso avversati. “Abbiamo necessità del laboratorio che questi spazi rappresentano. Purtroppo hanno poco sostegno. Di più: la cultura è vista come una rottura di palle, e non come risorsa.
Ecco, noi abbiamo cercato al contrario di riproporre la cultura come necessità. Il festival è un grande laboratorio sperimentale, dove i progetti possono anche essere incompleti, inefficaci. Per noi è un motivo di vanto.
Il coinvolgimento degli artisti per questo motivo è fondamentale, perché devi essere preparato ad accettare il fatto che sei tutelato ‘artisticamente’ fino a un certo punto”.

Al festival si accompagna un manifesto, dove si legge: “La paura ci ha diviso, ci immobilizza e ci tiene a casa. Il vero male in questo momento è non fare niente, essere passivi sperando che chiuderci nelle nostre tane e nei nostri circoli possa salvarci dai nostri incubi. Ci prendiamo le nostre responsabilità sulla cultura. Sulla quale si fonda ogni azione dell’individuo nel corso della propria vita. Prendiamo posizione e facciamo informazione, perché la cultura è il nostro modo di fare politica. La cultura è politica”.
“In realtà è nata prima l’idea del festival, poi la scrittura del manifesto. È un testo semplice, nato per spiegare gli intenti con un linguaggio comprensibile, magari anche retorico. Per comunicare le nostre motivazioni a tutti, non solo all’interno del nostro ambiente, che si è quasi ridotto a una riserva indiana. Ma non ci interessa riaprire un dibattito, che nella maggior parte dei casi ha sempre gli stessi argomenti. Noi vogliamo fare cose molto concrete, attuare un piccolo cambiamento. Non stiamo sul divano ad aspettare che qualcuno faccia la rivoluzione, e se va bene veniamo anche noi. Facciamo una cosa che potrà essere anche inutile, però non aspettiamo che ci sia qualcosa di sicuramente utile prima di intervenire. Facciamo qualcosa. Se poi questo innesca una spirale positiva e non negativa -come invece spesso accade in questo Paese- saranno una serie di cose, piccole e grandi, che produrranno il cambiamento. In fondo questo stesso festival è stato prodotto dai teatri occupati, dall’Angelo Mai, da tutte le esperienze che abbiamo fatto in questi anni”.
Quanto conta il riconoscimento delle istituzioni? “In prima battuta può sembrare controproducente. Ma non è così in questo caso. Siamo in grado di autogestirci, non abbiamo bisogno di istituzioni di cui possiamo fare a meno. Per questo possiamo dialogarci in maniera serena. Piuttosto, è importante essere legittimati (il ministro dei Beni culturali Massimo Bray è stato a Roma in occasione della seconda tappa del festival, ndr). In questo momento la crisi condiziona tutto: non ci sono fondi, non ci sono sponsor. Ma il bello è anche questo. La situazione ha risvegliato una reattività che si era un po’ affievolita. Le cose cambiano, in peggio sotto molti vista: poi però si sviluppano energie di nuovo necessarie, meno futili, meno annacquate, meno democristiane, meno col maglioncino e le pantofoline. Perché la necessità è quella di intervenire in maniera molto più decisa. Anche solo di intervenire. La situazione è stimolante, pur se tragica. Però era ora, e se doveva succedere così va bene. Forse poteva succedere in un altro modo, forse potevamo amministrarci meglio. Ma non siamo quel tipo di popolo”.—

"Hai paura del buio?"
Oltre ottanta artisti coinvolti, più di trenta progetti, decine di tecnici e addetti. “Hai paura del buio?” è un festival anomalo che mescola e contamina arti e performance: concerti, installazioni, danza, poesia, pittura, teatro. Diecimila persone al primo appuntamento di Torino -ingresso gratuito, all’interno del Traffic Torino Free Festival, il 30 agosto- 2mila all’Auditorium Parco della Musica di Roma (biglietti a 20 euro per 7 ore di spettacoli, il 13 settembre), dove il pubblico ha potuto interagire direttamente con gli artisti.
Il terzo e ultimo appuntamento del festival sarà il 30 ottobre, all’Alcatraz di Milano, per il Soleterre ReLoveUtion festival (e il ricavato andrà alla onlus Soleterre, www.soleterre.org). Ci saremo anche noi di Altreconomia (come è una sorpresa).
Finora hanno partecipato tra gli altri gli Afterhours, Il Teatro degli Orrori, Marta sui Tubi, Antonio Rezza e Flavia Mastrella, Daniele Silvestri, Isabella Staino, Cristiano Carotti, Valentina Chiappini, Niccolò Fabi e Lorenzo Amurri. Tutte le informazioni passano dai social network: www.facebook.com/haipauradelbuio#HPDB2013 e sul nostro sito, www.altreconomia.it

 

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