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Ambiente / Approfondimento

La crisi climatica è già sulle piste: la neve è finita, che ci piaccia o no

Un'azione di protesta organizzata dal gruppo Red rebel di Extinction Rebellion in occasione della gara di Coppa del mondo di sci del 11 dicembre 2022 a Sestriere (TO) © Extinction Rebellion Italia

La riduzione delle precipitazioni nevose rende lo sci da discesa uno sport senza futuro. Ma gli aiuti pubblici a chi gestisce gli impianti di risalita e l’innevamento artificiale non si fermano. Un “accanimento terapeutico”

Tratto da Altreconomia 255 — Gennaio 2023

La legge di Bilancio per il 2023 promette 200 milioni di euro alle imprese che gestiscono gli impianti di risalita a fune e le attività d’innevamento, con l’obiettivo di “realizzare interventi di ammodernamento e manutenzione”. Con questa misura il governo “mira altresì a incentivare l’offerta turistica delle località montane”, spiega la bozza pubblicata sui siti di Camera e Senato. In pratica, risorse nazionali andranno ad affiancare i finanziamenti che già le Regioni accordano per sostenere un’industria obsoleta, quella dello sci di discesa.

Anche se non è ancora stato votato quando Altreconomia di gennaio va in stampa, il solo fatto che l’articolo della legge di Bilancio sia stato presentato mostra come il Governo Meloni non consideri a sufficienza quanto discusso alla Cop27 di Sharm el-Sheikh, il cui documento finale -adottato il 20 novembre- riconosce “che limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi richiede riduzioni rapide, profonde e sostenute delle emissioni globali di gas serra del 43% entro il 2030 rispetto al livello del 2019”. Non si tiene conto del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), ancora in attesa di approvazione dal 2018, che spiega come “l’innevamento artificiale [sia] un’azione dai costi molto elevati e ad alta intensità energetica” e che per questo “viene considerata una pratica da scoraggiare in prospettiva”.

Se la prospettiva è quella del 2030, l’Italia con tutta probabilità ci arriverà spendendo 30 milioni nel 2023, 50 milioni nel 2024, 70 milioni nel 2025 e 50 milioni nel 2026 per sostenere un comparto che in autunno ha chiesto “con forza che il governo riconosca in modo formale le aziende funiviarie quali energivore”, quindi anche ad alta intensità di emissioni. Tra le azioni previste dal Pnacc c’è anche l’utilizzo “dei soli impianti di innevamento artificiali esistenti e loro progressiva dismissione a favore di pratiche di mantenimento dell’innevamento più sostenibili”, ma probabilmente non avrà mai forza di legge e tanto vale continuare con l’accanimento terapeutico, come lo definisce Legambiente nel rapporto “Nevediversa” di marzo 2022. Secondo la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi Italia (Cipra) l’innevamento artificiale ha un costo di almeno 136mila euro per ettaro all’anno.

È un circolo vizioso da cui pare impossibile uscire: per garantire neve sulle piste si consuma energia, ma per produrla si generano emissioni di gas climalteranti, aumentando la concentrazione di CO2 in atmosfera e favorendo un ulteriore innalzamento delle temperature medie globali, che causano -in montagna- la riduzione delle precipitazioni nevose. Nella seconda metà di questo secolo le temperature medie nella regione alpina dovrebbero crescere di 3,3 gradi, secondo l’articolo “Mountain tourism facing climate change. Assessing risks and opportunities in the Italian Alps”, pubblicato nel 2022 sulla rivista scientifica TeMA-Journal of land use, mobility and environment. “Per quanto riguarda il fenomeno delle precipitazioni nevose, si prevede una riduzione del 36% in inverno, con una completa sparizione sotto i 500 metri di altitudine”, scrivono i ricercatori analizzando gli scenari presentati dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu (Ipcc).

“Sia nel mondo degli imprenditori sia in quello dei turisti oltre che nelle istituzioni sembra non ci sia la consapevolezza degli effetti del cambiamento climatico sulla montagna -spiega Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente della Cipra-. Pare che prevalga l’idea che estati come quella del 2022 siano normali e così gli inverni miti, che ci siano oscillazioni ‘normali’ nelle precipitazioni, ma non si rendono conto che al di sotto di una certa quota non nevica più, che la linea di affidabilità della neve ormai si attesta ai 1.500-1.600 metri, ma probabilmente non ha più senso investire in impianti sotto i 1.800-2.000, dove non è possibile immaginare una stagione turistica, cioè la presenza di 30 centimetri di neve per almeno cento giorni”.

Secondo la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi Italia (Cipra) il costo annuale dell’innevamento artificiale per ettaro è di 136mila euro. Un dato ripreso dal Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc)

Bonardo firma la postfazione del libro “Inverno liquido”, in libreria da gennaio 2023 per DeriveApprodi. Scritto da Maurizio Dematteis e Michele Nardelli, racconta le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa di fronte alla crisi climatica. “Sono nato a Torino alla fine degli anni Sessanta e frequento da sempre le montagne d’inverno -racconta Dematteis-. A partire dalla chiusura forzata degli impianti, durante l’emergenza Covid-19, mi sono chiesto che cosa ne è del post-fordismo alpino, cioè del turismo di massa in montagna d’inverno, quello della settimana bianca e della seconda casa. Perché la società sta cambiando rapidamente e la montagna ne avrà un danno enorme se continua a puntare su un modello fuori scala e che oggi tanti ritengono sbagliato, ma che negli ultimi 60 anni ha influito sul modello di vita, portando anche ricchezza. Bisogna porsi il problema della transizione ecologica, culturale ed economica. Oggi è una questione di opportunità, perché continuare a rilanciare lo sci di discesa non è una via d’uscita. Posso anche ‘liberarmi’ dal fastidio che mi dà la creazione di bacini per l’innevamento artificiale, ma il problema sono soldi e impegno pubblico sprecati”.

Nel viaggio per Alpi e Appennini, Dematteis ha incontrato comunità che hanno già vissuto la fine dell’epopea dello sci di massa: in Italia a fine 2021 si contano 234 impianti sciistici dismessi, 135 strutture dal futuro incerto per mancanza di neve, problemi economico-gestionali o per fine vita tecnica e 149 impianti che restano aperti grazie a forti iniezioni di denaro pubblico. “Inverno liquido” racconta di chi ha scelto di puntare sul nuovo “turista alpino dell’Antropocene”, portando al rilancio di località turistiche diventate obsolete, come i Piani di Artavaggio nel lecchese o Prali, in Piemonte. Le ciaspole, il trekking, i runner, i ciclisti rappresentano una valida alternativa, anche in termini economici: del resto i dati citati dal paper pubblicato su TeMA suggeriscono che già oggi oltre il 56% delle presenze turistiche nell’arco alpino non riguardano la stagione invernale, cioè il periodo compreso tra inizio novembre e fine aprile.

Un cannone spara neve su una “spoglia” pista da sci a Bardonecchia (TO) @Yunus Boiocchi / Fotogramma

Eppure vengono costantemente rilanciati progetti di nuovi impianti. In Appennino, tra Emilia e Toscana si parla ancora, a distanza di quasi sei anni, del Corno alle Scale; in Abruzzo, nel Parco nazionale della Majella, la Regione vorrebbe costruire nuove infrastrutture tra Passolanciano e la Majelletta; nelle Marche, il rilancio turistico del cratere del terremoto del 2016, ai margini del Parco nazionale dei Monti Sibillini, passerebbe per un progetto faraonico da realizzare a Sarnano, investendo oltre 30 milioni di euro. Sulle Alpi, la Regione Piemonte a giugno 2022 ha ricevuto da Legambiente una bandiera nera per la scelta di investire due milioni e mezzo di euro in quattro piccole stazioni sciistiche del cuneese, quasi tutte sotto i duemila metri, “quota considerata dagli esperti insostenibile con i cambiamenti climatici in atto”.

In Italia a fine 2021 si contano 234 impianti sciistici dismessi, 135 strutture dal futuro incerto e 149 attività che sopravvivono grazie a iniezioni di denaro pubblico

Sono déjà vu e non tengono conto, come ricorda Marco Albino Ferrari, direttore editoriale e responsabile delle attività culturali del Club alpino italiano (Cai, cai.it), che “se il numero di sciatori è stabile o in calo (lo evidenzia ogni anno l’International report on snow & mountain tourism, ricordando però che l’Italia non offre statistiche ufficiali, ndr) non si vede perché debbano aumentare le piste, solo per permettere alle stazioni di farsi concorrenza, per guadagnare fette di un mercato stabile, cioè per rubarsi clienti”. Questo avviene in un contesto in cui ormai, “senza neve finta, non si scia, e questo evidenzia un problema etico: l’immagine di uno sciatore che scia in mezzo al verde e non si rende conto della gravità dei problemi climatici è tremenda”, sottolinea Ferrari.

Su questo richiama l’attenzione l’azione delle Red rebel di Extincion Rebellion che l’11 dicembre 2022 hanno protestato a Sestriere (To), in occasione della coppa del mondo di sci, raggiungendo l’ingresso delle piste di gara e srotolando un grande striscione con la scritta “Bye bye neve, la crisi climatica è già qui”. Va preso atto che è così. Ad agosto 2022 Claudia Notarnicola, vicedirettrice all’Istituto per l’osservazione della Terra di Eurac Research (eurac.edu) ha pubblicato sulla rivista Nature un paper che analizza i trend legati alla presenza di neve tra il 1982 e il 2020. Dà conto di come “a parte poche zone che, in base a caratteristiche morfologiche particolari, hanno avuto un aumento delle precipitazioni nevose, sia in termini di copertura sia di durata, la maggior parte hanno visto una diminuzione”. La ricercatrice sottolinea come “la tendenza osservata negli ultimi quarant’anni è significativa, se lo proiettiamo di qui a trent’anni avrà conseguenze”. Per quanto riguarda le Alpi europee, Notarnicola cita uno studio di altri ricercatori che “ha rilevato che in tutte le stazioni e in tutti i mesi l’87% delle tendenze era negativo e il 13% positivo, con variazioni marcate nei mesi primaverili e alle quote più basse”. La neve è finita, che ci piaccia o no. 

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