Diritti / Attualità

La Cedu ammette i ricorsi contro l’Italia per l’espulsione di 40 sudanesi

L’episodio risale all’agosto 2016, cinque persone hanno presentato ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo denunciando -tra le altre cose- l’espulsione collettiva. Una vicenda passata sotto silenzio, mentre in Belgio il governo rischia la crisi per una vicenda simile

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La Corte europea per i diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) ha dichiarato ammissibili i ricorsi presentati da alcuni cittadini sudanesi contro il Governo italiano per il respingimento collettivo avvenuto il 24 agosto 2016. La Cedu ha comunicato formalmente i ricorsi al Governo e ha posto dei quesiti precisi per conoscere le modalità dell’espulsione e per sapere se siano stati rispettati i diritti e le garanzie previste dalla Costituzione europea. Richieste a cui il nostro governo dovrà rispondere entro e non oltre il 30 marzo 2018. La vicenda risale all’estate 2016 quando un gruppo di 48 cittadini sudanesi (tra cui molti provenienti dal Darfur) vennero fermati a Ventimiglia e rimpatriati a Khartoum. Una procedura resa possibile da un “Memorandum of understanding” firmato il 4 agosto tra il capo della Polizia italiana Franco Gabrielli e il suo omologo sudanese: 40 migranti vennero rimandati nel Paese d’origine mentre i restanti otto non sono stati imbarcati. Successivamente hanno presentato domanda di asilo e ottenuto protezione internazionale. A dare la notizia, ArciAsgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) che hanno seguito la vicenda fin dall’inizio.

Nel dicembre 2016 i rappresentanti di Asgi e Arci sono riusciti a contattare a Khartoum cinque dei sudanesi rimpatriati, che hanno presentato ricorso alla CEDU denunciando diverse violazioni, tra cui l’espulsione collettiva, la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”) e ha contravvenuto alla legge italiana (art 19 del Dlgs 286/98) secondo cui nessuno può essere espulso verso Paesi non sicuri. Il Sudan, infatti, è retto dalla dittatura di Omar al-Bashir su cui pende un mandato d’arresto emesso nel 2009 dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità perpetrati durante il conflitto nel Darfur.

Per contro, il Sudan rappresenta uno dei Paesi chiave nell’ambito della politica di esternalizzazione delle frontiere esterne che l’Italia e l’Unione europea hanno avviato in questi ultimi anni: proprio dalla capitale sudanese prende il nome il Processo di Khartoum, un accordo siglato nel marzo 2014 a Roma e che ha avviato in maniera strutturata questo tipo di politiche. Negli ultimi mesi la collaborazione tra il governo di Omar al-Bashir e quelli di alcuni Paesi europei (Francia e soprattutto Belgio) si è notevolmente rafforzata.

Da Bruxelles sono stati rimpatriati un centinaio di sudanesi, alcuni dei quali sarebbero stati arrestati e torturati al loro arrivo a Khartoum. Di fronte a questa situazione, le opposizioni e molte associazioni hanno chiesto le dimissioni del ministro per l’Asilo e l’immigrazione Theo Francken del partito di estrema destra Alleanza Neo-fiamminga (N-VA) e firmatario dell’accordo con il Sudan per i rimpatri. “Il governo belga rischia la crisi, mentre in Italia una vicenda analoga è passata in totale sordina -sottolinea Sara Prestianni di Arci-. Se non ci fosse stata la volontà della società civile di supportare le vittime e accompagnarle alla Cedu questa vicenda sarebbe stata dimenticata”.

Obiettivo di Bashir –probabilmente- è quello di mostrarsi collaborativo con l’Europa e mostrarsi partner affidabili nel controllo dei fenomeni migratori per ottenere fondi e credibilità politica.“Bashir sta giocando sulla pelle dei suoi cittadini per avere i favori dell’Europa –riflette Prestianni-. Ma non solo. La situazione sta diventando molto più difficile anche per i profughi eritrei ed etiopi di etnia Oromo. Non solo il governo ha schierato gli uomini del Rapid support forces (gli ex Janjaweed, i diavoli a cavallo responsabili di massacri in Darfur, ndr) al confine con l’Eritrea. Ma chi lascia i campi profughi per andare a vivere a Khartoum diventa un migrante irregolare che può essere espulso”.

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