La cava carpita

Si chiede l’autorizzazione per un laghetto di pesca sportiva e poi, invece di trote e cavedani, si estrae ghiaia. 13 milioni di metri cubi solo in Lombardia Un imprenditore agricolo che vuole aprire un allevamento ittico chiede l’autorizzazione a realizzare…

Tratto da Altreconomia 124 — Febbraio 2011

Si chiede l’autorizzazione per un laghetto di pesca sportiva e poi, invece di trote e cavedani, si estrae ghiaia. 13 milioni di metri cubi solo in Lombardia

Un imprenditore agricolo che vuole aprire un allevamento ittico chiede l’autorizzazione a realizzare un laghetto. Normale. Ma se pretende di scavare 20 metri sotto il piano della campagna, qualcosa che non quadra. E il “sedicente” specchio d’acqua -che sulla carta può essere adibito anche alla pesca sportiva- spesso nasconde una cava. In Lombardia, in questo modo, sono stati cavati almeno 13 milioni di metri cubi “di straforo” rispetto a quelli autorizzati, in una cinquantina di interventi. E pensare che è l’unica Regione che -da un’analisi comparata della leggi regionali in materia di attività estrattive- disciplina in qualche modo il fenomeno. Siamo di fronte a un vero paradosso: molti laghetti artificiali di cui è disseminata l’Italia sono il “lascito” di vecchie cave, frutto di interventi di recupero e riutilizzo delle aree; oggi, invece, si scava con la scusa di dover realizzare uno specchio d’acqua. E difficilmente dentro quello specchio d’acqua troverete mai carpe o trote, con pescatori ai bordi intenti a catturarli. Di fronte a certi progetti scuote la testa anche Renato Righetti, il responsabile delle Risorse minerarie e termali della Provincia di Bergamo. È convinto che “10 metri bastano, al pesce”; per questo quando legge di laghetti che scendono a meno venti è sospettoso. Ma il suo ufficio, come l’ente che rappresenta, in merito a queste autorizzazioni non ha voce in capitolo. A decidere gli interventi, fino al 2009, erano i Comuni. Ci si rivolgeva agli uffici regionali in un secondo momento, e solo per essere autorizzati a commercializzare i materiali, “il che -spiega Righetti- poteva accadere anche dopo aver scavato 30 o 40mila metri cubi di ghiaia”. Quando la “notizia” superava i limiti del paesello, insomma, il “buco” era fatto. Tutto avviene senza “incrociare” il Piano provinciale delle attività estrattive, che in Lombardia (in base alla LR 14/98) viene elaborato dalle Province e poi ratificato dalla Regione. Non è un caso se alle spalle di Righetti, nell’ufficio in cui lo incontro, è appesa la mappa dettagliata di tutte gli Ate (Ambito territoriale estrattivo) previsti nel territorio bergamasco. Sono una novantina in tutto. Nessuna ricade nel territorio di Pumenengo. Eppure questo piccolo comune della bassa bergamasca, diviso dalla Provincia di Brescia dal corso del fiume Oglio, è finito più volte sulle pagine di cronaca dei quotidiani locali per vicende legate a un laghetto per itticoltura e pesca sportiva che pare una cava.

C’è un giudizio in corso, di fronte al Tar della Lombardia, e riguarda la sospensione dei lavori per la creazione del bacino, autorizzato dal Comune nel corso del 2006, decretata dallo stesso Comune nel giugno del 2010, dopo un sopralluogo effettuato presso il cantiere da parte del Nucleo ecologico ambientale della Polizia provinciale che aveva “accertato che, all’interno dell’area di cantiere […] è stato installato impianto stabile per la lavorazione di materiali inerti”, in violazione delle prescrizioni contenute nel permesso di costruire. Quella che i poliziotti hanno visto alla Cascina Malpaga, dove ha sede l’azienda agricola Facchinetti, titolare del permesso, pare proprio una cava. La ditta che realizza gli scavi si chiama M.&G.E. srl, ma un cartello appeso sul cantiere segnala la presenza del gruppo Locatelli (impresalocatelli.it), uno dei maggiori cavatori della provincia di Bergamo. Ne parlammo, era il settembre del 2008, nell’inchiesta “Un Paese fondato sulle cave” (vedi Ae 97, e a destra).
Il sindaco di Pumenengo, Giuseppe Cecchi, mi riceve nella sede del Comune, un bel castello fatto costruire nel XIV secolo da Beatrice della Scala, moglie del Duca di Milano Bernabò Visconti. È amareggiato per una vicenda che, nel marzo scorso, lo ha già portato a una condanna di due anni per abuso d’ufficio da parte del Tribunale di Bergamo (pena sospesa): “Una famiglia, proprietaria di aree, ha presentato richiesta al Comune per un allevamento ittico. Abbiamo incaricato un avvocato di capire se fosse o meno compatibile con la ragione sociale dell’azienda agricola. Verificato che gli atti erano in regola -spiega Cecchi-, abbiamo concesso un permesso a costruire. L’azienda ha firmato una convenzione, sottoscritta davanti al notaio. Qui finisce il compito del Comune. Sono gli agricoltori, poi, che hanno richiesto alla Regione il permesso di commercializzare la ghiaia. Mi hanno contestato che nel ‘93, ma allora non ero sindaco, gli stessi imprenditori avessero chiesto di aprire negli stessi terreni una cava di ghiaia”. Permesso che era stato negato. Oggi il Comune, racconta il sindaco, ha incaricato un tecnico, il cui compito è quello di verificare i volumi escavati. Per ogni metro cubo di ghiaia, infatti, l’azienda agricola deve pagare un contributo che è fissato in 44 centesimi di euro. “L’85 per cento è appannaggio del Comune -spiega Righetti-, mentre il resto spetta alla Provincia”. Fatti due conti, per i 400 milioni di metri cubi di ghiaia che verranno cavati a Cascina Malpaga, fanno 176mila euro, 149.600 per il Comune. “Avevamo preventivato un introito di 50mila euro all’anno per l’amministrazione” spiega Cecchi, il sindaco di Pumanengo. Significa che l’orizzonte dell’investimento era triennale. In tre anni, cioè, sarebbero stati cavati 400mila metri cubi di ghiaia, “che sul mercato vale 10 euro al metro cubo” racconta Righetti. Per l’azienda agricola Facchinetti (proprietaria dell’appezzamento) e l’impresa Locatelli (che scava) quello di Pumanengo è un laghetto da 4 milioni di euro. Senz’altro più redditizio di un campo di mais. E per un Comune piccolo come Pumanengo, che non può aspirare ad “ospitare” un centro commerciale (a pochi chilometri c’è il mastodontico Antegnate Shopping Center del gruppo Percassi (inaugurato nel 2009, 42.500 metri quadrati) né a nuove lottizzazioni, è un modo come un altro per far fruttare il territorio. È una forma di “consumo di suolo”, anche se meno definitivo di quando si stende il cemento. Ed è una pratica diffusa, almeno in Lombardia. “Non se ne abusa”, sottolinea Righetti, che parla di 6-7 casi in Provincia negli ultimi 10 anni. Un paio a Torre Pallavicina e poi a Corte Nuova, a Casirate d’Adda. Tuttavia, ammette Righetti, “non abbiamo un quadro d’insieme”. I dati, infatti, può solo ricostruirli a partire dai pareri in merito ai progetti che il suo ufficio è stato chiamato ad esprimere di fronte al Comitato tecnico consultivo sulle attività estrattive. A darci i numeri, così, è la Regione Lombardia: anche quando il permesso a realizzare i laghetti era appannaggio dei Comuni, infatti, all’amministrazione regionale era riconosciuta la competenza di accordare i permessi a commercializzare i materiali “cavati”. “Gli interventi autorizzati dal 1998 al 2009 -spiega l’ingegner Angelo Elefanti, dirigente dell’Unità organizzativa tutela ambientale della Regione- sono complessivamente 46, e riguardano le sei province della pianura, Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Mantova e Pavia”. In tutto, è stata autorizzata -al di fuori di ogni pianificazione- la commercializzazione di 13 milioni di metri cubi di materiali scavati.
Elefanti non lo dice, ma è certo che negli ultimi anni, da quando l’autorizzazione si ottiene in Regione, e in base a criteri più definiti, c’è stata una drastica riduzione del numero delle richieste. “Quando siamo stati chiamati ad esprimere un parere, il nostro è stato spesso negativo -spiega Renato Righetti-: perché i progetti che ci hanno presentato non contemplavano le indicazioni tecniche necessarie per una corretta estrazione ‘in alveo’, cioè quelle che incontrano la falda. Visto che non è attività pianificata -conclude il funzionario-, chiediamo che almeno vengano redatti in modo rigoroso, con piani assimilabili a quelli delle cave”.
Altrimenti si tratta di concorrenza sleale. Si scava a buon mercato, ma si vende comunque a prezzo di mercato.

Calcare la mano
L’importante è scavare. Anche se comporta la riapertura di una cava in disuso in un’area protetta dall’Unione europea. Nelle Marche, territorio di Pesaro-Urbino, le cave da riaprire sono in realtà 3, nei Comuni di Cagli, Frontone e Piobbico, 4 milioni di metri cubi di calcare (vedi Ae 120, ottobre 2010). Una vicenda che gli ambientalisti marchigiani non considerano affatto conclusa: a dicembre, dopo che la Provincia aveva approvato una Variante al Piano provinciale delle attività estrattive che avrebbe permesso di tornare a scavare, Italia Nostra, Federazione nazionale pro natura e La Lupus in Fabula hanno presentato un ricorso al Tar, che sarà discusso a fine gennaio, mentre scriviamo. “A nostro avviso la delibera, che è stata approvata in deroga rispetto alla legge nazionale, ha diverse ‘falle’” spiega Claudio Orazi, di Lupus in Fabula. L’avvocato Raffaela Mazzi, che ha firmato il ricorso, elenca i motivi del ricorso: “Per poter applicare il regime derogatorio, la valutazione della Regione sull’incidenza dev’essere non negativa. La Regione, nel decreto 80/2010, ha usato il termine tecnico di ‘incidenza significativa’, e non c’è bisogno di scrivere ‘negativa’ perché ‘significativa’ tecnicamente ha quel valore. Inoltre, per un giorno, la Provincia ha sforato i termini di applicabilità del regime derogatorio, scaduto il 17 ottobre 2010. Infine la variante approvata non è atto definitivo, perché la Regione ha richiesto un parere alla Commissione europea sul polo estrattivo di Frontone”. Ae aveva già evidenziato tali ‘falle’. Ora attende con le associazioni il risultato del ricorso. 

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