Economia

La banca di parte

I progetti finanziati dalla Banca europea degli investimenti non guardano all’interesse collettivo. Ecco come vengono destinate le risorse erogate all’Italia —

Tratto da Altreconomia 159 — Aprile 2014

La banca in più ha sede a Lussemburgo, e si chiama European Investment Bank. Nel corso del 2013 ha impegnato oltre 64 miliardi di euro, destinanando all’Italia finanziamenti per oltre 10,3 miliardi di euro, pari al 14,5% del totale.

A differenza della totalità degli istituti di credito del nostro Paese, però, la Banca europea degli investimenti (BEI) è pubblica: i suoi azionisti sono i 28 Paesi dell’Ue, che nel corso del 2013 sono stati chiamati a sottoscrivere un aumento di capitale da 10 miliardi di euro. Anche l’Italia, che al pari di Francia, Germania e Regno Unito detiene il 16,1 per cento del capitale, ed è tra i quattro primi azionisti della BEI, ha sottoscritto la propria quota parte, per 1,6 miliardi. L’intervento era stato deciso a inizio gennaio dal Board of Governors, nel quale oggi il nostro Paese è rappresentato dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. A fine gennaio, il suo predecessore -Fabrizio Saccomanni- aveva spiegato che il nostro Paese partecipava “con entusiasmo”, dato che l’iniezione di capitale -sollecitata del Consiglio d’Europa- avrebbe garantito alla BEI la possibilità di aumentare di circa 60 miliardi di euro nel triennio 2013-2015 il volume dei prestiti concessi. La Banca, infatti, finanzia le proprie operazioni raccogliendo risorse “sul mercato dei capitali internazionali tramite emissione di bond che godono della tripla A delle principali agenzie di rating” come spiegano dall’ufficio stampa. Nel 2013 la banca ha raccolto complessivamente 72 miliardi di euro. Per mantenere un rating lusinghiero, quello che -informa la BEI- permette “condizioni vantaggiose nella raccolta (per durata e tassi)”, la Banca è tenuta a mantenere un rapporto massimo del 250% tra il capitale sottoscritto e l’esposizione netta, cioè i finanziamenti complessivamente in essere, che a fine 2013 ammontavano a 512 miliardi di euro.

Presentando i “dati” relativi al 2013, l’ex ministro Saccomanni ha spiegato che la BEI “ha assicurato una boccata d’ossigeno alle imprese italiane nel 2013’’. Tra gennaio dello scorso anno e febbraio 2014, infatti, ben 4,67 miliardi -il 37,6% dei soldi arrivati in Italia- sono stati trasferiti dalla Banca europea d’investimenti alle banche per dare finanziamenti alle piccole e medie imprese. Gli istituti di credito “s’impegnano a ‘girare’ le condizioni favorevoli della raccolta BEI alle piccole e medie imprese (Pmi) beneficiarie” come spiega l’ufficio stampa. Che aggiunge: “Le banche una volta utilizzate le risorse rendicontano dell’entità delle Pmi beneficiarie e l’ammontare dei prestiti erogati”. Alla domanda “dov’è possibile trovare informazioni e una rendicontazione in merito all’utilizzo di queste risorse?” non riceviamo risposta. “Né la BEI né la banca che riceve il finanziamento rende pubblica la lista dei beneficiari,  e nemmeno la commissione, cioè il tasso agevolato finale” spiega Antonio Tricarico, di Re:Common (recommon.org), che nell’ambito della rete Counter Balance (www.counter-balance.org) monitora l’azione della BEI. L’unica certezza è il nome delle banche italiane beneficiarie: 630 milioni di euro ha “incassato” Intesa Sanpaolo; 670, Unicredit; 350, Bnl-Bnp Paribas; 100 a testa Banco popolare e Banca popolare di Vicenza. A metà febbraio, nel corso della conferenza stampa annuale della Banca, il presidente Werner Hoyer (che è tedesco) ha presentato però i dati aggregati: sarebbero 230mila le Pmi beneficiarie, per un ammontare complessivo di oltre 18 miliardi di euro erogati attraverso 700 intermediari.

Il braccio destro di Hoyer è italiano e si chiama Dario Scannapieco: dopo esser stato -dal 2002 al 2007- Direttore generale del Dipartimento finanza e privatizzazioni del ministero dell’Economia è da sette anni vicepresidente della Banca europea degli investimenti. Anche nel consiglio dei Direttori esecutivi della Banca siedono tre italiani: due sono funzionari del ministero, mentre uno -si chiama Franco Passacantando- è anche nel consiglio d’amministrazione di Impregilo-Salini, la prima impresa italiana nel settore delle costruzioni.

A fine gennaio il vicepresidente Scannapieco era a Roma, a fianco di Saccomanni, dove -secondo il resoconto de Il Sole 24 Ore- ha spiegato che l’Italia “si conferma il primo beneficiario dei prestiti dell’istituzione, complessivamente 167 miliardi dalla fondazione nel 1958”. Questa leadership è insediata oggi dalla Spagna (cui nel 2013 sono toccati finanziamenti per oltre 11 miliardi di euro), ma il motivo -a differenza della tripla A del rating BEI- non è lusinghiero: imprese ed enti locali presenterebbero maggiori richieste di finanziamento perché “date le attuali condizioni sui mercati finanziari- spiegano dalla Banca- il vantaggio finanziario della provvista BEI è maggiore in questi Paesi rispetto a quelli con rating più elevati”.

Ma i numeri non spiegano tutto. Dovrebbe contare anche la qualità dei progetti, dato che -come spiega il sito dell’Unione europea- la BEI “è l’istituzione finanziaria per i finanziamenti a lungo termine dell’Ue”, una sorta di Cassa depositi e prestiti (Cdp) ma pubblica e governata dai Paesi membri. Nella mappa d’Italia allegata sono rappresentati alcuni dei progetti più controversi tra quelli “italiani” sostenuti dalla Banca europea d’investimenti da gennaio 2013 a febbraio 2014 (e di molti, dai 4 nuovi ospedali in project financing all’housing sociale di Parma, dal revamping che trasforma i cementifici in co-inceneritori di rifiuti agli stoccaggi gas, abbiamo scritto su Ae e altreconomia.it). L’ultimo finanziamento erogato riguarda una “grande opera”, la Tangenziale Est esterna di Milano, cui la BEI ha destinato 700 milioni di euro.

Il contratto è stato siglato il 27 febbraio 2014: si tratta di un’autostrada a pedaggio, di una trentina di chilometri, costruita in parte all’interno del Parco agricolo Sud Milano. È considerata strategica e la sua realizzazione sarebbe collegata all’Expo 2015, ma -come mostrano le foto del reportage a p. 14- sta coprendo di cemento l’Est milanese. Avrebbe dovuto essere realizzata in project financing, ma alla fine le banche commerciali hanno lasciato che il grosso del finanziamento fosse sottoscritto da BEI e Cdp. I soldi della Banca europea d’investimenti saranno fondamentali per realizzare l’opera, come lo sono stati i 240 milioni di euro garantiti a fine 2011 ad Iren (multiutility quotata in Borsa, ma partecipata dai Comuni di Torino, Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia) per la costruzione di un rigassificatore off shore a 22 chilometri dalla costa di Livorno (www.oltoffshore.it): inaugurato nel dicembre del 2013, l’impianto -che ha una capacità di 3,75 miliardi di metri cubi all’anno- è “fermo” perché il gestore -OLT, una società partecipata da Iren e da E.On- non ha sottoscritto alcun contratto di fornitura del gas, e nel frattempo il mercato ha conosciuto una contrazione del 10,2% (nel 2013 sul 2011). Elena Gerebizza, ricercatrice di Re:Common che al “caso Livorno” ha dedicato il rapporto “In gas we trust”, si chiede “che tipo di due diligence fa la BEI?”. Secondo Gerebizza, “prima di accordare un prestito, la Banca dovrebbe verificare la sostenibilità economico-finanziaria del progetto e anche quella del proponente”. A inizio 2012 l’indebitamento di Iren, che dalla BEI ha ricevuto 100 milioni di euro anche per l’inceneritore di Parma, superava i 2,5 miliardi di euro. Secondo Antonio Tricarico, “nel nostro Paese la lobby delle infrastrutture è molto attiva sulla BEI”. E il controllo? “Il Parlamento europeo ha voce in capitolo, ma solo come supervisione sui bilanci. Una volta l’anno il presidente BEI riferisce in aula” spiega Tricarico di Re:Common. Dalla Banca informano invece che ogni progetto, per essere finanziato, ha bisogno di “un nulla osta della Commissione europea”, e che i macro-obiettivi devono essere “in linea con le politiche comunitarie definite dalla Ce, dal Parlamento europeo e dal Consiglio europeo”. Per cambiare la BEI, cioè, va cambiata l’Europa. —
 

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia