Interni / Intervista

Keti Lelo. Roma, capitale diseguale

Tre economisti hanno rappresentato le disuguaglianze della città attraverso il progetto #mapparoma e poi un libro. Decostruendo stereotipi e fake news

Tratto da Altreconomia 222 — Gennaio 2020
In apertura, il complesso residenziale “Nuovo Corviale” situato nella periferia Sud-Ovest di Roma - © flickr.com/photos/ferdibat

Gli effetti della crisi economica e le trasformazioni urbane degli ultimi anni hanno profondamente ridisegnato il tessuto sociale delle città europee. Roma, per le sue caratteristiche territoriali e storiche, rappresenta un caso studio utile per esaminare le contraddizioni generate dalle dinamiche urbane contemporanee. Una città divisa in termini di servizi e opportunità, dove secondo l’Istat la percentuale di laureati è del 38% nei quartieri benestanti del Nord e meno del 9% nelle periferie. Dove ci sono più di due cinema, teatri o biblioteche ogni mille abitanti nei quartieri centrali e nessuno in molte aree periferiche. Keti Lelo, ricercatrice in Economia all’Università Roma 3, insieme a Salvatore Monni, professore di Economia a Roma 3, e Federico Tomassi, economista all’Agenzia per la coesione territoriale, ha raccolto questi dati e li ha analizzati attraverso l’utilizzo delle mappe. Da questo lavoro è nato il libro “Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana” edito da Donzelli.

Da dove nasce l’esigenza di mappare le disuguaglianze a Roma?
KL Questo lavoro è legato al dibattito avvenuto durante la campagna elettorale per le amministrative di Roma nel 2016. La narrazione politica e giornalistica in quei giorni era stereotipata e strumentalizzata, e lo è tuttora. Dai dati che abbiamo raccolto emergevano situazioni diverse rispetto a quelle raccontate: a Roma, ad esempio, gli stranieri non sono così numerosi come si percepisce. Nel 2018 erano 383mila, il 13% della popolazione, un numero che è cresciuto poco dal 2010, quando erano 346mila, cioè il 12% della popolazione. Sono inoltre distribuiti in maniera piuttosto omogenea nel territorio comunale. Non sono concentrati solo in zone con forte disagio sociale, come Casal Bruciato o Torre Maura, teatro negli ultimi anni di proteste contro gli stranieri. Ci siamo chiesti che cosa potevamo fare per dare un contributo al dibattito e abbiamo deciso di uscire dall’ambito accademico e di creare il blog #mapparoma (www.mapparoma.info), dove abbiamo messo a disposizione di chiunque i nostri dati. Il nostro obiettivo era mostrare le reali differenze presenti nella città e le dinamiche di un territorio grande e complesso.

Perché avete scelto il linguaggio delle mappe per comunicare?
KL Abbiamo sentito il bisogno di aiutare le persone ad avere una visione più chiara del territorio. Le mappe sono più semplici e intuitive rispetto ai grafici e alle tabelle perché ci permettono di analizzare, al di là dei numeri, come si distribuiscono nel territorio indicatori quali il titolo di studio, l’occupazione o il numero di asili nido. A Roma è presente quasi sempre una distinzione tra centro e periferia, e le mappe ci offrono la possibilità di capire con un semplice sguardo queste differenze tra le diverse aree urbane.

“Le mappe sono più semplici e intuitive rispetto ai grafici perché permettono di analizzare come si distribuiscono nel territorio gli indicatori”

Quando si parla di disuguaglianze metropolitane si pensa principalmente al reddito. Nel vostro lavoro invece parlate di disuguaglianze di opportunità.
KL Gli indicatori basati sul reddito, come il prodotto interno lordo pro capite, sono molto utilizzati perché consentono di confrontare ampie regioni del mondo. Ma non bastano a spiegare la disuguaglianza, che è un concetto incentrato più sull’individuo che sulla performance economica. È difficile arrivare a un reddito adeguato se non si raggiunge prima un’istruzione adeguata, e spesso il livello di istruzione individuale è legato a quello della famiglia di provenienza e al contesto territoriale in cui si vive. In alcune zone della periferia Est la percentuale di abitanti che non completa le scuole medie arriva al 6%, mentre è all’1% in quartieri più centrali. Qui il reddito pro-capite può arrivare a 40mila euro, il doppio rispetto a quello della periferia Est. Chi ha poche opportunità in termini di istruzione quindi, ne ha poche anche in altri ambiti. La percentuale di laureati ai Parioli, uno dei quartieri ricchi e centrali della città, è otto volte superiore rispetto a quella di Tor Cervara, nella periferia Est, dove il tasso di disoccupazione arriva al 17%, il più alto della città, più del triplo dei Parioli.

Uno degli aspetti che più colpisce analizzando le mappe è la diminuzione dei luoghi di socialità all’aumentare della distanza dal centro. Cosa comporta questa mancanza?
KL Gli esseri umani hanno sempre avuto bisogno di luoghi di socialità e di incontro. La carenza di questi porta all’isolamento, alla paura di ciò che non si conosce e a conflitti sociali. I luoghi di incontro sono fondamentali per raccontarsi e scambiarsi delle esperienze. Il problema di Roma è che i quartieri lontani dal centro sono spesso isolati e abbandonati, e il fatto che in questi posti non ci siano piazze è una gravissima mancanza. Il numero di piazze diminuisce aumentando la distanza dal centro: si passa dalle 450 piazze ogni 10 chilometri quadrati nel centro storico a oltre cento in molte zone della periferia storica, come Garbatella, fino ad arrivare ad aree come Settebagni o Romanina dove non esistono piazze. Gli unici luoghi di incontro in queste aree sono i centri commerciali, spazi del consumo che poco hanno a che fare con il concetto di piazza tradizionale, eppure brulicano di persone che lì si ritrovano. Evidentemente perché sentono il bisogno di incontrarsi.

“A Roma è presente quasi sempre una distinzione tra centro e periferia, e le mappe offrono la possibilità di capire queste differenze tra le diverse aree urbane”

Quindi il problema delle periferie romane è legato soprattutto alla mancanza di servizi.
KL Il problema dei quartieri periferici non è tanto la mancanza di vitalità dal punto di vista economico, quanto un malfunzionamento dei servizi, della mobilità e la carenza di luoghi della cultura e di aggregazione. Servono adeguate politiche sociali nelle periferie, per aiutare le persone a crescere socialmente, culturalmente e professionalmente e per portare servizi ovunque. Ma il Comune di Roma è troppo grande per poter gestire efficacemente e in maniera differenziata tutte le dinamiche locali. Bisognerebbe dare maggiori poteri ai municipi per differenziare le politiche locali in base alle esigenze territoriali.

Quali sono le caratteristiche che fanno di Roma il soggetto ideale per studiare le disuguaglianze socio-economiche in ambito urbano?
KL Roma è un caso studio interessante perché da un lato rappresenta ciò che sta succedendo alle altre città europee, dall’altro è carica di alcune specificità che si porta dietro da decenni. La differenza centro-periferia è tipica delle città europee. I centri storici sono luoghi carichi di memoria ed è naturale che conservino il loro status di luogo centrale. Il problema è come gestire il resto della città.

“Il Comune di Roma è troppo grande per poter gestire in modo efficace e differenziato tutte le dinamiche locali. Bisognerebbe dare maggiori poteri ai municipi”

A Roma il dualismo centro-periferia risale ai primi anni della città come capitale d’Italia, a fine Ottocento, quando i poveri vivevano nelle campagne. Col tempo la città è diventata sempre più grande, il centro ha allargato i suoi confini spostando le periferie sempre più lontano. Negli anni chi ha governato la città non è riuscito a eliminare il problema delle disuguaglianze, per questo le differenze tra centro e periferia sono rimaste. Ad esempio, in molte zone periferiche a Est e a Nord della città le famiglie con potenziale disagio economico, cioè quelle con figli e nessun componente occupato, arrivano al 5%, a Santa Palomba nella periferia Sud sono il 7,5% mentre in molte zone del centro la percentuale è inferiore al 2%.

La composizione sociale di molte periferie romane può rappresentare un’opportunità per far rivivere questi luoghi?
KL Assolutamente sì, per questo dal libro esce un quadro non completamente negativo. Molti quartieri periferici, seppur con i gravi problemi legati alla mancanza di servizi che abbiamo mostrato, sono tra le aree più vitali del sistema metropolitano. L’età media dei residenti del centro storico è di 50 anni mentre in molte zone periferiche è tra i 36 e i 39 anni. Un fatto che rende queste aree molto dinamiche. Da qui si possono generare numerose opportunità, bisogna saperle cogliere.

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