Economia / Opinioni

Nord-Sud: affrontare il nodo delle due “Italie” per una ripresa economica efficace

“Solo affrontando il nodo dei divari è possibile immaginare una ripresa economica e sociale, che rischia di essere messa a repentaglio anche da ipotesi di progetti di autonomia istituzionale destinati ad accrescere le distanze piuttosto che a contrarle in un Paese così fragile”. L’analisi di Alessandro Volpi

© NASA

È sempre più evidente che ha poco senso parlare di Italia e sarebbe certamente più corretto fare riferimento all’esistenza di una pluralità di “Italie”. Soprattutto continua ad approfondirsi il divario tra Nord e Sud con il risultato di rendere le statistiche nazionali del tutto inadeguate a rappresentare la situazione reale. Sono molteplici i dati che si possono produrre per illustrare un simile fenomeno ma alcuni paiono decisamente più efficaci, a cominciare dagli indicatori economici.

Il Pil pro capite è pari a circa 36mila euro nel Nord-Ovest, a 34,5mila nel Nord-Est, a quasi 31mila nel Centro e a poco più di 18mila nel Meridione. Il reddito disponibile per abitante, in termini nominali, attenua in parte questa distanza senza tuttavia ridurla in modo significativo: è pari, infatti, a circa 22mila euro nel Nord-Ovest, a 21,5mila nel Nord-Est, a poco meno di 20mila al Centro e a circa 14mila nel Sud. Peraltro, le previsioni per il 2019 non sono affatto positive con una riduzione del Pil nel Meridione dello 0,3% a fronte di una crescita dello 0,3% nel Centro Nord. Anche la spesa pro capite per consumi finali registra forti distanze essendo pari, a prezzi correnti del 2017, a 20,5mila euro nel Nord-Ovest, a  20,2mila euro nel Nord-Est, a 18,3mila euro al Centro e a solo 13mila euro nel Sud. Altrettanto marcate sono le differenze in materia di occupati dal momento che il tasso di occupazione è vicino al 67% al Nord e al 63% al Centro, mentre il Sud fatica ad arrivare al 44%. Sulla stessa falsariga si pongono i dati relativi alla disoccupazione che sono vicini al 20% al Sud, risultando tre volte peggiori di quanto avviene al Nord.

Solo per rendere meglio il senso di questa condizione basti pensare che la distanza fra Nord e Sud del nostro Paese in termini di occupazione è la stessa che esiste fra Germania e Grecia. Inoltre la creazione di posti di lavoro, nel Meridione, appare sempre più legata alla proliferazione di contratti brevi, part-time e precari tanto che spesso l’aumento del numero dei posti di lavoro si accompagna ad una riduzione del complessivo monte ore lavorate oppure a una riduzione delle retribuzioni.

Le differenze sul versante economico poi sono numerose altre. Se consideriamo la produttività, utilizzando il valore aggiunto per dipendente, emerge una distanza di 34 punti tra Sud e Nord Ovest -sempre a svantaggio del primo-, di 25 tra Sud e Nord Est e di 22 punti tra Sud e Centro. Nel Meridione è presente un numero assai inferiore di aziende che esportano all’estero, con una conseguente, maggiore dipendenza dal difficile mercato interno, ed è decisamente più basso il livello di innovazione diffusa nel sistema imprenditoriale.

Ma ci sono altri aspetti macroevidenti che testimoniano la profonda distanza fra le due aree del Paese. Certo un dato che colpisce è quello relativo all’aspettativa di vita alla nascita che è pari, in media, a 81,2 anni per gli uomini e 85,6 anni per le donne al Nord e a 79,8 e 84,1 al Sud. Si tratta di un dato dipendente in parte dalla minore qualità del sistema sanitario delle Regioni meridionali che registrano, proprio per questo, una costante fuga di pazienti verso il Nord. La fuga dei cosiddetti “migranti della salute” trasferisce ogni anno quasi 5 miliardi di euro dalle Regioni del Sud a quelle del Nord.

Un altro indicatore di differenza è costituito dall’efficacia del sistema scolastico. Una recente indagine Invalsi ha fatto emergere che nel nostro Paese il 25 % dei ragazzi ha difficoltà nella comprensione di un testo, ma tale percentuale sale al 35% nel Sud. Per quanto riguarda le nozioni base di matematica, la stessa indagine mette in luce un’insufficienza per il 38% degli studenti italiani che arriva al 50% in Sardegna e Campania e al 60% in Calabria. Altrettanto nette sono le distanze in materia di abbandono scolastico per i ragazzi in età compresa fra 18 e 24 anni, privi di diploma e non inseriti in alcun percorso di formazione e di studio, con punte massime del 21,20% in Sardegna, del 21 in Sicilia, del 19 in Campania, del 18,6 in Puglia e del 16,3 in Calabria.

Gli ultimi dati forniti dallo Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) mettono in risalto che tali criticità sono aggravate dalla forte crescita delle “fughe” dal Meridione. Gli emigrati dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi ultimi, si legge, “66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati)” e il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità.

Come accennato in apertura esistono dunque almeno due “Italie”, per quanto ne potrebbero essere indicate diverse altre. Si tratta di un tema noto, storico, ma che deve essere ribadito perché costruire i modelli economici, la programmazione e il rispetto dei parametri europei sul Pil nazionale e su altri indicatori unitari risulta estremamente fuorviante e pericoloso. Solo affrontando il nodo dei divari è possibile immaginare una ripresa economica e sociale, che rischia di essere messa a repentaglio anche da ipotesi di progetti di autonomia istituzionale destinati ad accrescere le distanze piuttosto che a contrarle in un Paese così fragile.  Se non si riduce la distanza fra Nord-Sud, qualsiasi obiettivo rischia di essere impossibile per l’Italia.

Università di Pisa

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