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Irregolari per decreto – Ae 91

La “Bossi-Fini”, con la sua ipocrisia, ha aumentato il numero degli immigrati irregolari. Privando dei loro legittimi diritti i lavoratori stranieri, indispensabili per l’economia italiana. È ora di una nuova legge Le statistiche parlano chiaro: secondo l’Ismu, Istituto di studi…

Tratto da Altreconomia 91 — Febbraio 2008

La “Bossi-Fini”, con la sua ipocrisia, ha aumentato il numero degli immigrati irregolari. Privando dei loro legittimi diritti i lavoratori stranieri, indispensabili per l’economia italiana. È ora di una nuova legge


Le statistiche parlano chiaro: secondo l’Ismu, Istituto di studi sulla multietnicità di Fondazione Cariplo, nel 2005 gli immigrati irregolari in Italia erano 541mila (16 stranieri ogni cento); nel 2006 sono lievitati a 760mila (il 20%). Cresce quindi in Italia il numero di quelli che vengono chiamati “clandestini”, i quali in realtà sono indispensabili all’economia nostrana, pur attraverso il mercato del lavoro nero. A febbraio avrebbe dovuto iniziare la discussione in Parlamento della nuova legge sull’immigrazione, in sostituzione della famigerata Bossi-Fini.

Non sappiamo se e quando questa nuova normativa vedrà la luce.

Quello che pare evidente, però, è che il “decreto flussi”, il “rubinetto” istituito dalla Bossi-Fini per modulare il flusso verso l’Italia degli stranieri coi documenti in regola, non funziona. Ovvero: dovrebbero entrare i regolari, invece aumentano gli irregolari già presenti. Per capire cosa stia succedendo, occorre fare due passi indietro; innanzitutto, comprendere cosa sia davvero, al di là delle finzioni legislative, il “decreto flussi”; secondo: mettere uno dietro l’altro sette anni di numeri. E allora la luce si accende.

Il decreto flussi nasce da un presupposto tutto da dimostrare: quello per cui in Italia non ci siano irregolari e, nel caso in cui ci fossero, sia possibile allontanarli. Nel 2001 il Centro-destra, approva una nuova legge sull’immigrazione (la “Bossi-Fini”, appunto) e nel 2002 promuove la più grande sanatoria della storia italiana che trasforma in regolari 700mila clandestini; più della metà del milione e 360mila soggiornanti in regola censiti. L’idea è: azzeriamo gli irregolari con un colpo di spugna. Poi, visto che tutti gli stranieri in Italia sono diventati regolari, governiamo l’ingresso di nuovi immigrati per decreto. Nasce così il “decreto flussi”: varato ogni anno dal Governo, in base alle esigenze lavorative del sistema-Paese.

Per i clandestini ci sono gli ignobili Centri di permanenza temporanea. Funziona? Per tre anni di seguito, dal 2002 al 2004, il governo Berlusconi prova a stringere il rubinetto: blocca le quota del decreto flussi a 79.500 unità, addirittura meno dei quasi 90mila ingressi regolari dell’ultimo decreto del governo precedente. Un numero in realtà di molto inferiore a quello segnalato da Unioncamere-Excelsior

(il sistema informativo sul bisogno occupazionale italiano che il Governo dovrebbe consultare prima di emanare il decreto), che parla di un fabbisogno di 224mila lavoratori stranieri.

Il Governo opta però per una dieta triennale di forza lavoro dall’estero.

Una decisione che è tutta politico-elettorale. Non di buon senso. La sacca di irregolari infatti aumenta. Nel 2005, i datori che richiedono di assumere un immigrato sono 260mila,

il triplo dei posti concessi dal decreto flussi; la sproporzione è un campanello d’allarme. Sin da subito è evidente che non si tratta di datori di lavoro che chiedono l’arrivo di un immigrato dall’estero, come prevederebbe il decreto; sono invece titolari che devono regolarizzare stranieri che stanno già lavorando in nero: operai nelle fabbriche, colf e badanti nelle famiglie italiane; spesso posti che gli italiani si rifiutano di occupare. Tutti lavoratori che servono al sistema-Paese.

Negli anni successivi la situazione peggiora: nel 2006, le richieste di lavoro lievitano a 540mila; nel 2007, storia di poche settimane fa, sfondano le 690mila. E le code davanti agli uffici sono di immigrati, non di datori di lavoro. Richiamati dal lavoro delle nostre fabbriche, dopo il 2001 i lavoratori stranieri sono entrati in ogni modo in Italia; e oggi, il “decreto flussi” funziona per regolarizzare gli stranieri che sono già qua, non per farne entrare di nuovi. Si tratta “quasi” di una sanatoria annuale. Quasi, perché funziona molto peggio. La sanatoria dice all’immigrato che, ad esempio, sta curando mia nonna: so che sei qui; ti do i documenti; adesso paghi le tasse.

Il decreto flussi dice allo stesso immigrato: tu non sei qui; in realtà, tu sei a casa tua perché se no si dimostra che la legge non funziona; per dimostrare che sei a casa tua, io spedisco il tuo nulla osta all’ambasciata italiana nel tuo Paese. L’unico modo che hai per lavorare qui in regola, è che tu te ne torni a casa a prendere i documenti. In questo modo il flusso dall’estero è rispettato. È stato calcolato che nel 2006 i 540mila immigrati del decreti flussi avrebbero dovuto pagare 730 milioni di euro in biglietti aerei per tornare a casa. Ma non lo fanno: se, tornando a casa da irregolare, incontri un agente troppo zelante in frontiera, ti timbra il passaporto e tu non torni più in Italia. Arrivato in patria le ambasciate italiane sommerse di richieste e senza personale, ti fanno aspettare mesi. Ad oggi, 2008, delle 540mila pratiche iniziate nel 2006, solo 151mila si sono trasformate in permessi di soggiorno.

Sono passati due anni, la nonna è morta e il 70% dei lavoratori ha deciso di rimanere in Italia e continua a lavorare in nero. La legge sull’immigrazione è una macchina che produce lavoro nero. Quando la cambiamo?



Al voto, finalmente, forse

Elettori immigrati, incrociate le dita. Il disegno di legge sull’immigrazione Amato-Ferrero, previsto per la discussione in Parlamento a febbraio, ha una grande novità: il diritto di voto attivo e passivo nelle elezioni amministrative per gli stranieri comunitari o extracomunitari, residenti in Italia da almeno 5 anni. Risultato della nuova legge: una valanga di nuovi potenziali elettori, la cui stima realistica oscilla tra un milione e centomila e un milione e 250 mila unità. Il dato è la somma di più fattori: innanzitutto 606mila votanti comunitari. Il loro numero è composto da 244.000 “vecchi” comunitari che, a seguito del Trattato di Maastricht, già dal 1992 hanno diritto di voto attivo

e passivo, sia per le elezioni comunali che per quelle relative al Parlamento europeo; e poi dai “nuovi” comunitari, i 342.000 romeni e i 20.000 bulgari residenti in Italia, che dal 1° gennaio 2007 sono diventati cittadini Ue. Infine un numero di extracomunitari compreso tra i 500mila e i 650mila.

Del milione e 667mila stranieri maggiorenni, infatti, circa 650mila, ovvero il 40% del totale, potrebbero vantare almeno cinque anni di residenza in Italia, condizione necessaria per il voto.

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