Esteri / Approfondimento

Invecchiamento e poche tutele mettono in crisi il “modello cinese”

A 39 anni dall’introduzione della politica del figlio unico, la Cina sta affrontando in ritardo una curva demografica sfavorevole. Aggravata da un sistema di welfare diseguale e una copertura sanitaria insufficiente

Tratto da Altreconomia 202 — Marzo 2018
In apertura, un gruppo di anziani nella città di Chengdu. In Cina il 25% dei pensionati vive sotto la soglia di povertà (300 euro l’anno).

Il sociologo Wang Feng la definisce “bomba a tempo”. Il professore di Sociologia alla Irvine University della California e alla Fudan University di Shanghai ne è certo: il rapido invecchiamento della popolazione cinese avrà effetti potenzialmente devastanti sulla crescita economica del Paese, ma anche sulla legittimità del Partito comunista. Negli ultimi vent’anni la crescita dell’economia cinese ha giocato un ruolo fondamentale nel ridurre la povertà a livello mondiale: 400 milioni di ex poveri su 500 oggi vivono in Cina. Sfruttando al meglio i vantaggi della globalizzazione, il Dragone ha saputo intessere una fitta rete di rapporti (non solo commerciali) e ha potuto contare su un serbatoio di giovani braccia senza paragoni sul Pianeta.

In pochi anni questi risultati potrebbero però essere messi in discussione dal trend demografico che ha assunto un ritmo inatteso non solo dal regime ma dalle stesse organizzazioni internazionali. Secondo le Nazioni Unite la popolazione degli over 60 passerà dai 167 milioni censiti nel 2009, già ora la platea più vasta del mondo, a 480 milioni nel 2050, quando ad essere anziani saranno più di un cinese su tre. Ma gli effetti dell’invecchiamento della popolazione si vedranno ben prima del 2050. Nel 2000, per ogni anziano si contavano sei lavoratori attivi. Dal 2030, tra 12 anni appena, se sarà confermata la tendenza in atto questo rapporto scenderà a circa due attivi per ogni pensionato.

Che cosa accadrà quando la Cina non potrà più essere un traino per la crescita planetaria? “Un’economia che invecchia e cresce lentamente in Cina ha ovviamente implicazioni globali -osserva Wang-. Il rallentamento economico ha già avuto effetti importanti sui prezzi delle materie prime globali e sul commercio globale. Una maggiore domanda interna risultante dall’invecchiamento in Cina porterà anche a un ruolo meno attivo della Cina sulla scena mondiale”. Per il sociologo c’è un problema ancora poco studiato che riguarda la stabilità politica: “Molte persone in Cina -spiega Wang ad Altreconomia– si aspettano dal governo l’estensione dei servizi sociali di base. Con l’introduzione della legge del figlio unico, ci fu una specie di patto tra governo e la società cinese: il sacrificio di una generazione in cambio di benessere e welfare condivisi in futuro. È un aspetto su cui il partito al governo ha giocato gran parte della sua legittimazione. Il problema è che l’invecchiamento è troppo rapido e difficilmente il regime riuscirà a mantenere le promesse fatte al popolo. Un primo effetto sarà il drastico aumento degli oneri fiscali dello Stato a carico di un numero relativamente minore di contribuenti per sostenere i costi pensionistici e sanitari. Nei Paesi occidentali, il governo sarebbe sfiduciato e mandato a casa, e al suo posto sarebbe indicato un altro esecutivo. In Cina questo non è possibile”. Anche Wang ritiene che il superamento della legge del figlio unico nel 2016 sia arrivato troppo tardi. I dati divulgati a gennaio dal governo dicono che la metà dei 17 milioni di bambini nati nel 2017 erano secondi figli, e che per effetto di questa nuova politica, sono nati 1,6 milioni di bambini in più rispetto al 2016. 

“Una caratteristica unica dell’invecchiamento cinese -continua- è che una larga parte delle famiglie ha un solo figlio, in parte una conseguenza della politica del figlio unico durata tre decenni e mezzo. Ci sono altri due aspetti da valutare. Il primo è un effetto perverso della politica introdotta nel 1979, e riguarda il crollo della fertilità: l’abolizione della legge difficilmente modificherà gli indici. L’altro aspetto è la crescita economica storica della Cina che ha trasformato i giovani cinesi, che come le loro controparti italiane, ora si sposano in ritardo o per niente, hanno un solo figlio o addirittura nessuno. Con queste premesse è facile immaginare che l’invecchiamento della Cina durerà e accelererà”. Per capire fino in fondo la provocazione lanciata da Wang Feng bisogna guardare alla situazione del welfare cinese. Sull’innalzamento dell’età media hanno pesato in modo positivo le politiche adottate dal regime nel secondo dopoguerra, quando l’aspettativa di vita era di appena 41 anni. Oggi è oltre i 70. Dopo anni di incoraggiamento alle famiglie ad avere più figli, come traslazione della politica di potenza maoista in campo demografico, nel 1979 c’è il primo spartiacque, ovvero la politica del figlio unico.

Le contorsioni sfavorevoli della curva demografica si innestano su un welfare diseguale. “Il problema principale rimane la distinzione tra lo status di cittadino e di lavoratore rurale, superata dal punto di vista normativo nel 2014 ma nei fatti ancora in vigore e il diseguale accesso allo stato sociale che ne consegue -spiega Mark Frezier, direttore dell’Istituto India Cina della New School for Social Research di New York-. È una distinzione che era già stata introdotta da Mao per legare i contadini alle comuni agricole e al loro welfare, e che è stato amplificata dalle riforme di mercato degli anni 80 e 90, che hanno nei fatti smantellato le pur antiquate tutele del sistema socialista”.

I dati previdenziali sono sconfortanti. Nel 2011 un contadino o un residente urbano senza occupazione formale ha diritto a una pensione minima che oscilla tra i 7 e i 10 euro al mese, fino a 50 volte in meno rispetto alla pensione che percepisce un ex lavoratore di una impresa urbana (dai 170 euro) o dell’amministrazione pubblica (fino a 400 euro). Non è un caso che in Cina i lavori più umili siano prevalentemente svolti da anziani: dai lavori di pulizia e manutenzione, alle mense, alla gestione degli spazi e dei bagni pubblici. Secondo un’indagine governativa un pensionato su quattro in Cina è costretto a lavorare; mentre sono circa il 25% quelli che vivono sotto la soglia di povertà stabilita dal governo (meno di 300 euro l’anno).

In tema di assistenza sanitaria il quadro non cambia. “Appena il 10-15% delle famiglie rurali ha accesso a una forma qualsiasi di assicurazione medica -continua Frezier-, una situazione a cui il Governo sta provando a rispondere, anche se le disuguaglianze rimangono enormi”. Le cure sono spesso costosissime, e molti anziani si lasciano morire pur di non gravare sulle famiglie. Nel 2013 un’indagine del governo ha evidenziato che più del 38% degli anziani “ha serie difficoltà” a soddisfare i bisogni quotidiani; il 33% degli intervistati soffre di una malattia cronica, mentre il 40% non è in grado neanche di farsi diagnosticare la propria malattia. Una situazione che a partire dal decennio scorso ha spinto la dirigenza cinese a imbastire un imponente programma di investimenti pari a 1.260 miliardi di dollari (7.800 miliardi di RMB) per garantire ai cinesi una copertura assicurativa universale. Ma la popolazione invecchia troppo in fretta. “La Cina del futuro potrebbe essere ben lontana da quella odierna, con un potere stabile e una crescita apparentemente inarrestabile. E gli effetti sul mondo -conclude Wang- potrebbero essere a quel punto destabilizzanti”.

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