Esteri / Intervista

Il secolo rosso segnato dal mattone

In Cina 770 milioni di persone oggi vivono in città. Erano 172 meno di 40 anni fa. Intervista a Giuliano Marrucci, autore del libro “Cemento rosso. Il secolo cinese, mattone dopo mattone”

Tratto da Altreconomia 202 — Marzo 2018

Nel 1978 la Cina era un Paese quasi esclusivamente agricolo. L’80% della popolazione viveva in aree rurali. In meno di 40 anni, la popolazione urbana è passata da 172 a 770 milioni di persone. Si tratta del “più grande e rapido processo di urbanizzazione della storia dell’umanità”, come scrive Giuliano Marrucci, videogiornalista e autore del programma di RaiTre, “Report”, nel libro “Cemento rosso. Il secolo cinese, mattone dopo mattone” (Mimesis, 2017).

Marrucci che cosa sono i “villaggi urbani”?
GM
Sono insediamenti rurali dove la terra è di proprietà collettiva degli abitanti, che in pochi anni si sono ritrovati circondati da aree urbane in espansione. Le municipalità -arricchite grazie al federalismo dalle concessioni terriere- acquistano questi terreni agricoli a prezzi ridicoli, lasciando i contadini senza terra, ma con un piccolo capitale da reinvestire per ampliare le loro case facendo spazio ai lavoratori migranti. In questo modo tanti contadini sono diventati in poco tempo ricchi imprenditori immobiliari.

La città di Shenzhen, al confine con Hong Kong, sembra essere il simbolo dell’imponenza di questo processo di urbanizzazione.
GM Era un insieme di villaggi di pescatori con 30mila abitanti e si è trasformata in una megalopoli di 18 milioni di abitanti su 2mila chilometri quadri di superficie. Qui, nel 1979, è stata istituita la prima Zona economica speciale (Zes) del mondo: un’area di 2,5 chilometri quadri dove attirare investimenti stranieri attraverso agevolazioni sulle tasse e sulle tariffe.
Oggi è la capitale dell’hi-tech, con oltre 100 filiali di aziende internazionali (in gran parte statunitensi). Grazie agli sforzi dell’amministrazione nella pianificazione dello sviluppo della città è la più verde (con 55 metri quadrati di verde pro capite, il doppio di New York) e la più ricca delle grandi città cinesi, oltre che giovane, con un’età media che supera di poco i 30 anni. Ed è anche la città con la percentuale più alta di lavoratori migranti.

Come viene affrontato il problema del consumo di suolo in un Paese dove la crescita è finanziata a partire dallo sfruttamento dei terreni disponibili?
GM
La Cina ha il 20% della popolazione mondiale e il 7% delle terre arabili. Inoltre, tra il 1990 e il 2010 sono stati edificati 40mila chilometri quadrati. Tra il 1997 e il 2005 l’area coltivabile di buona qualità (che si concentra nel sud del Paese) è diminuita del 7%, 8 milioni di ettari. Per frenare la cementificazione, il Governo ha quindi istituito la “linea rossa”, che fissa una soglia minima di terreno arabile non urbanizzabile. È stato avviato anche un veloce processo di riforestazione che ha fatto crescere al 18% la superficie coperta da alberi: con 500mila chilometri quadrati, stiamo parlando della più grande foresta artificiale del mondo. Ma è per lo più monocolturale, con non pochi problemi in termini di biodiversità e resistenza di questo ecostistema.

La rapidità cinese nel costruire, e anche nel correre ai ripari per salvaguardare il suolo, nel lungo periodo sta mostrando le sue contraddizioni. Nel libro si parla di una “logica usa e getta”.
GM Mi riferisco al fatto che gli edifici cinesi si stima abbiano una breve vita di 25, 30 anni al massimo. Con un’enorme produzione di rifiuti nel momento della demolizione, oltre che della costruzione. I rifiuti edili sono tra il 30 e il 40% dei rifiuti solidi cinesi e solo il 5% di questi viene riciclato. Il tema degli edifici costruiti in fretta e male è strettamente legato al preoccupante inquinamento dell’aria, che ogni anno provoca 1,6 milioni di morti in Cina. L’energia per illuminare e riscaldare queste strutture, il 25% di quella prodotta nell’intero Paese, viene dalle centrali a carbone. Oggi il 70% dell’elettricità cinese dipende dal carbone: bisogna partire dalla messa in discussione di questo sistema per raggiungere l’obiettivo di ridurre del 60% entro il 2030 le emissioni prodotte.

La svolta ambientalista cinese degli ultimi anni ci mostra alcuni segnali positivi, ma anche dei “lati oscuri”.
GM Pensiamo alla sharing economy -che nel 2016 ha generato 500 miliardi di fatturato-, grazie alla quale la Cina potrebbe essere -secondo il padre di questo modello, Jeremy Rifkin- la “capofila di una rivoluzione economica globale”. Dei 15 sistemi di bike sharing pubblici più grandi al mondo, 13 sono cinesi, esplosi a partire dal 2008. Una diffusione che potrebbe in breve tempo raddoppiare l’uso della bicicletta nelle grandi città. Nove anni più tardi la sharing economy ha invaso ogni settore possibile immaginabile, compresi i ricaricatori per cellulari e addirittura gli ombrelli. Un altro tentativo riguarda per esempio la conversione dei veicoli a gasolio, dagli autobus ai taxi, con quelli elettrici, per ridurre le emissioni in atmosfera. La Cina è oggi il primo produttore di energia da fonti rinnovabili del mondo e la maggiore produttrice di pannelli fotovoltaici. Ma manca una rete adeguata per sfruttare al 100% questa grande capacità rinnovabile installata. E la produzione di queste tecnologie, che poi non sono sfruttate appieno, ha un impatto ambientale elevato. Non è ancora avvenuto un cambio di paradigma nel modello di sviluppo: una conversione è necessaria perché un Paese così vasto e popolato possa raggiungere gli standard occidentali. Da parte nostra, penso che sia fondamentale sostenere questa trasformazione valorizzando il ruolo positivo che la Cina può avere nell’economia mondiale e riconoscendola come partner con cui negoziare.

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