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Insieme per lavorare

La Regione Marche ha varato una legge per incentivare i lavoratori che, formando una cooperativa, scelgono di rilevare imprese in difficoltà “Alla Creazioni Annalisa eravamo in 26 -racconta Simone Fuligni per conto dei colleghi-. Quando nel 2008 l’azienda ha chiuso,…

Tratto da Altreconomia 118 — Luglio/Agosto 2010

La Regione Marche ha varato una legge per incentivare i lavoratori che, formando una cooperativa, scelgono di rilevare imprese in difficoltà

“Alla Creazioni Annalisa eravamo in 26 -racconta Simone Fuligni per conto dei colleghi-. Quando nel 2008 l’azienda ha chiuso, un’altra qui vicino per cui lavoravamo in conto terzi ci ha promesso lavoro. Noi allora abbiamo continuato l’attività decidendo di formare una cooperativa. Dopo la prima stagione, però, quel committente, un po’ la crisi e un po’ la convenienza dell’estero, non ci ha più confermato le commesse. Ma noi siamo andati avanti e adesso, oltre al conto lavoro, abbiamo anche una piccola produzione di pianelleria e stivali e stiamo uscendo con un secondo campionario. Dal lato economico siamo ancora lontani da un bilancio positivo, ma non ci lamentiamo”.
Al posto di Creazioni Annalisa, oggi a Monteporzio -in provincia di Pesaro-Urbino- c’è il calzaturificio 20.08, costituito da 8 giovani soci. La società da cui erano assunti navigava in cattive acque e così, per mantenere il proprio posto di lavoro, hanno deciso di fondare una cooperativa e rilevare l’attività. Una testa, un voto, a portare avanti la produzione gestendola in prima persona. Democrazia partecipata e utili redistribuiti, un po’ come nell’ultimo film del regista americano Michael Moore, “Capitalism: a Love Story”, dove si mostra la storia dei soci della cooperativa meccanica del Wisconsin Isthmus Engineering e di un panificio della California: tutti sono proprietari in egual misura dell’azienda, con diritto di parola al pari degli altri, anche di quelli cosiddetti superiori in termini funzionali. Facendo leva su una tradizione cooperativa che da decenni marca il cammino in questo senso e su un tessuto territoriale che oggi conta un’espansione del numero di cooperative attive (1.600 al maggio 2009, 200 in più del 1999), nelle Marche allora qualcosa è cambiato. Così per i lavoratori quella di rilevare la propria ditta e costituirsi in cooperativa è sembrata una strada che valeva la pena percorrere per salvarsi dalla crisi. E la giunta regionale è stata al passo, redigendo un’apposita legge per tutelare occupazione e interi patrimoni di competenze che altrimenti rischierebbero d’andar perduti. Al momento è l’unica Regione in Italia ad aver adottato un provvedimento così specifico. Si tratta della legge regionale 25 del 2009, che appunto parla di “trasmissione d’impresa”, ossia di misure a sostegno di quei lavoratori che si riuniscono in cooperativa al fine di rilevare la propria ditta in crisi, facendo salvo in questo modo anche il proprio posto di lavoro. Per farlo, la conseguente delibera di giunta, uscita in gennaio, prevede contributi a fondo perduto e prestiti senza interesse, tutoraggio e assistenza tecnica. Modulistica e domande per l’accesso sono state definite tramite decreto attuativo dirigenziale ai primi di marzo. Nata come proposta di legge nel luglio 2009, su iniziativa dei consiglieri di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani (Altomeni, Brandoni e Procaccini), con un velocissimo iter in Commissione e l’approvazione all’unanimità dell’Assemblea in ottobre, l’iniziativa è però ancora tutta da collaudare. Nessuna cooperativa ha ancora beneficiato degli aiuti. Ad oggi, un’unica richiesta è arrivata all’attenzione degli uffici preposti, da parte di un mobilificio in provincia di Pesaro-Urbino. E in maggio s’è insediato il Comitato tecnico di valutazione, composto da dirigenti regionali ed esperti delle associazioni sindacali e reti cooperative regionali, incaricato degli accertamenti del caso, nonché dell’eventuale approvazione del progetto. A fine estate potrebbe arrivare la prima pronuncia in merito.
Comunque sia, potranno avanzare richiesta tutte le cooperative costituite dal luglio 2008, ma anche -e questa è la principale novità rispetto alle altre leggi del settore- quelle costituende, con gruppi di lavoratori che sottoscriveranno l’impegno a perfezionare le pratiche nei tempi stabiliti.
Fino a nuova diversa disposizione la procedura sarà “a sportello”, non verrà cioè stilata una graduatoria, ma verranno valutate le singole domande, prese in carico dal settore cooperazione del Servizio industria settori produttivi regionale, secondo l’ordine cronologico d’arrivo (ovviamente saranno invece richieste integrazioni per quelle irregolari dal punto di vista formale e documentale). Secondo quest’ordine, verificata la disponibilità delle somme, la Regione autorizzerà i finanziamenti oppure predisporrà apposita lista d’attesa. Tra gli investimenti ammissibili, gli acquisti di attrezzature e macchinari anche vecchi ma periziati, oltre alle stesse spese di costituzione in cooperativa e quelle per la redazione del progetto approvato, in aggiunta alle spese di gestione previste nei primi 18 mesi. Poi, il fondo perduto sarà concesso in misura proporzionale al numero degli occupati (10mila euro per ogni tempo pieno, frazionati per il part-time). Tutoraggio e assistenza tecnica verranno finanziati con un massimo di 6mila euro ciascuno. Mentre i prestiti senza interessi copriranno i costi del personale nei primi 3 mesi di attività fino a un tetto di 90mila euro, e sopra i 30mila saranno erogati dietro presentazione di garanzia fidejussoria bancaria o assicurativa. Ad ogni evenienza, sommando tutto, ogni singola impresa non potrà superare benefici per oltre 150mila euro. Per una legge regionale che, nel bilancio 2010, conta una dotazione finanziaria di appena 300mila euro. Il che significa, almeno in teoria, che le prime due aventi diritto potrebbero da sole “bruciare” in un batter d’occhio l’intero importo erogato per il provvedimento in questo primo anno.
Il provvedimento è ancora in fase di rodaggio, ma potrebbe ripetere i risultati ottenuti in zona grazie alla legge Marcora, la numero 49 del febbraio 1985. Questa legge, che ora è stata rinotificata e non è più rivolta esclusivamente alla salvaguardia occupazionale ma a tutte le Pmi cooperative, ha in effetti avuto (e continua ad avere) la sua efficacia, anche su scala nazionale. Grazie all’istituzione di un fondo speciale, la Compagnia finanziaria industriale, attuale Cooperazione finanza impresa (vedi box) può infatti partecipare al capitale sociale delle cooperative dotate dei requisiti di legge per sostenerle.
“Nelle Marche si è visto cosa può fare la cooperazione già negli anni 80 -sottolinea Simone Mattioli, presidente Legacoop regionale-, con esperienze come la Tecnos nel settore del mobile, Donna Futura nel tessile, i calzaturifici come Luis e Gommus”. Il passato, in effetti, potrebbe insegnare la via, e quelle citate sono tutte esperienze di cooperative che ora hanno “buoni numeri”, in termini di occupazione quanto di fatturato. Come la Tecnos, 25 anni alle spalle, con due stabilimenti in provincia di Ancona per la lavorazione di mobili in kit di montaggio e semilavorati, 40 soci lavoratori e altri 50 addetti, un fatturato di 21 milioni, 3 milioni di patrimonio netto e sui 600mila euro di capitale sociale.
“Nei passati decenni -ricorda Danilo Marchionni, dirigente della Regione Marche alla Cooperazione nei settori produttivi-, qui si sono vissute esperienze significative nel sostegno alle cooperative nate da crisi aziendali, salvaguardando più di 600 posti di lavoro. Solo negli ultimi anni, con i bandi della legge 5/2003, ne sono state finanziate 6, tutte nel manifatturiero, almeno una per provincia, per un totale di 90 lavoratori coinvolti. Le ultime 2, proprio con i fondi 2009, che in totale hanno reso possibile l’assunzione di 70 lavoratori provenienti da situazioni di mobilità”.
Così, in attesa che diventi nei fatti operativa la legge regionale 25 del 2009, alcune ditte risorte in cooperativa hanno comunque partecipato e vinto altri bandi, anche se non ad hoc. È il caso del calzaturificio di cui si diceva all’inizio. E, con questo, del mobilificio L&Q di Castelplanio: il primo ha ricevuto 14 mila euro, 77mila il secondo. L&Q è una società cooperativa per azioni (forma obbligatoria per le cooperative con oltre 19 soci, a seguito della riforma del diritto societario attuata con il d.lgs 6/2003) e nasce a fine 2007 per gestire la ditta di cucine di fascia alta Lineaquattro, che dopo 25 anni di attività sta chiudendo. Alcuni operai si sono dispersi, ma la maggior parte ha continuato l’attività e oggi 38 addetti, di cui 31 soci, operano su una superficie di oltre 8mila metri quadrati. Presenti anche all’ultimo Salone del Mobile di Milano, hanno avviato per la divisione contract, ossia per la fornitura di residence e hotel, dagli Usa al Sud Corea, importanti progetti di partnership con altre cooperative in Emilia Romagna e in Toscana.
Esperienze simili le hanno vissute anche alla New Dress di Colli del Tronto le 8 socie che ora lavorono lingerie e tessile come terziste, e i 5 soci della Phoenix Ice di Fabriano, anch’essi terzisti, ma di elettrodomestici destinati alla grande distribuzione. Oppure alla Bent Glass di Saltara, dove non fanno segreto della loro storia e narrano on line le varie tappe attraverso cui sono riusciti a non disperdere la tradizione maturata nella lavorazione del vetro ricurvo: la ditta Sica del gruppo Fiam nel 2000 viene acquisita da Curvet Ambienti, che nel 2006 afferma di voler delocalizzare la produzione. Così -si legge- “guidati dal direttore dello stabilimento i dipendenti chiave nella gestione e nella produzione effettuano un management buy-out, fondando una cooperativa per rilevare lo stabilimento dalla Curvet, alla quale rimane il marchio Sica”. La Curvet non ce l’ha fatta ed è in liquidazione, mentre loro sono ancora attivi e sembrano non passarsela male.
Nel caso di Spazio Infinito invece, a Recanati in provincia di Macerata, la fabbricazione di finestre e porte da interni in legno lamellare è passata di mano, ma da una cooperativa a un’altra. E così ora, dopo i restauri in corso a Palazzo Barillari in Ancona e a Villa Raimondi nel comasco, un importante progetto li porterà a firmare un brevetto mondiale per l’edilizia, di cui al momento non anticipano nulla. “La vecchia cooperativa si chiamava Infinito ed ora è in liquidazione coatta amministrativa -riferisce il responsabile commerciale dell’attuale compagine, Gianluca Tursini-. C’erano 46 dipendenti, di cui 12 soci. Poi, 7 dipendenti e 2 dei vecchi soci, che però qui non ricoprono cariche amministrative, hanno messo in gioco la loro mobilità e a fine ottobre 2007 è nata la nuova cooperativa, con altri 5 lavoratori e 2.400 metri quadri di capannone, tra uffici, produzione e showroom, in affitto dalla vecchia gestione. Inizialmente abbiamo faticato molto a superare le ritrosie del sistema creditizio, ma superati i primi mesi di acquisti delle materie prime in contanti, ora godiamo di ampio credito e sin dal primo anno registriamo un bilancio in attivo. Con un utile di 100mila euro, tutto reinvestito”.

Cfi, il fondo pubblico che finanzia la cooperazione
“La cooperativa come risposta alla crisi è una realtà”. Ne è certo il presidente nazionale di Confcooperative, Luigi Marino, che ricorda come questo modello d’impresa metta al centro l’occupato, all’occorrenza sacrificando gli utili. “Anche i numeri sulla cassa integrazione parlano chiaro -incalza-, e poi la cooperativa risponde alla crisi anche facendo sì che il socio diventi imprenditore di se stesso. Come alla Mcm di Maranello, un’ex società in nome collettivo a conduzione familiare che oggi conta 8 soci lavoratori su 12 occupati, per 1,2 milioni di euro di fatturato. O il laboratorio di legatoria Altremani di Fiesole, dove si sono ricollocati a tempo indeterminato 6 soci lavoratori, di cui 3 svantaggiati. Sono piccoli, ma virtuosi esempi di sana economia che creano lavoro e sviluppo”.
Per una panoramica di queste realtà in Italia, può essere utile rivolgersi alla Cfi, acronimo che sta per Cooperazione finanza impresa e che nella pratica agisce come investitore istituzionale in cooperative di produzione e lavoro costituite da dipendenti di aziende in crisi, promuovendo ad oggi l’occupazione stabile di circa 6mila lavoratori. Nato nel 1986 per gestire il già citato Fondo Marcora, il Cfi conta tra i suoi soci oltre 270 cooperative, Sviluppo Italia e il Ministero dello Sviluppo economico e Alberto Zevi, amministratore delegato di Cfi, è anche responsabile del centro studi Legacoop.
“A occhio e croce, dagli anni 80 a oggi -riporta Zevi-, mi risultano circa 170 cooperative finanziate, più un altro centinaio di esperienze escluse agli aiuti per mancanza dei requisiti. Tra queste, la maggior parte, quasi una metà, è tuttora viva; un’altra fetta è stata invece attiva per quasi un ventennio ma ora non lo è più; e infine una parte minoritaria, direi una decina appena, non ha superato i 3 anni di attività. Quello che però questa crisi ci mostra è un contesto più difficile, anche perché in direzioni come questa mi sembrano sempre meno attivi i sindacati, che negli ultimi tempi agiscono come se avessero riposto questa possibilità. Solo negli ultimi mesi sembrano tornati ad accorgesene”.

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