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Ambiente / Reportage

In Umbria i rifiuti come combustibile. Il caso dei cementifici di Gubbio

Il cementificio Barbetti in località Semonte, una frazione del Comune di Gubbio © Rita Martone

A dicembre 2021 la Regione ha approvato l’uso dei rifiuti urbani come combustibile nei due impianti attivi in città. I comitati locali, che da anni si battono per tutelare la salute della popolazione, chiedono un passo indietro

Tratto da Altreconomia 249 — Giugno 2022

La strada statale 219 spacca a metà la valle di Gubbio, la città dei ceri. L’ampia conca, circondata da monti, accoglie 32mila persone e due cementifici, situazione unica in Italia. A Gubbio (in provincia di Perugia) si parla di cemento da generazioni: la fabbrica Barbetti è in funzione dal 1957 e l’impianto Colacem dal 1966. Nella stessa città coesistono due strutture industriali classificate da un decreto ministeriale del 1994 come impianti insalubri di prima classe.

Il cementificio Barbetti, di proprietà dell’omonima famiglia, è situato in un centro abitato, tra scuole, attività commerciali e abitazioni. Siamo a Semonte, una frazione a poche centinaia di metri dal centro storico. È una struttura possente che incombe sulle case e stride con la delicatezza delle colline umbre. Di fronte è collocato il parcheggio di automezzi della Società trasporti Barbetti che si occupa della distribuzione del cemento. Il cementificio Colacem si trova invece a Ghigiano a Sud-Est di Gubbio, nascosto dalla vegetazione ma non lontano dal centro abitato. Basta sostare pochi minuti nel piazzale adiacente l’ingresso principale per assistere a un via vai di camion pieni di rocce calcaree, travertino, gesso e arenaria: materiale estratto dalle cave della zona indispensabile per la produzione di cemento.

Le due industrie distano meno di dieci chilometri l’una dall’altra ed emettono fumi in una conca chiusa dove l’inquinamento ristagna costantemente. Nel 2011 sono state inserite dall’Agenzia europea dell’ambiente tra i 622 impianti più inquinanti del Continente. L’azienda Colacem, di proprietà della famiglia Colaiacovo, e il cementificio Barbetti coprono insieme circa l’8% della produzione nazionale. Ognuno è in grado di sfornare più di 500 tonnellate al giorno di clinker, la componente base per la produzione di cemento. “Sono 120 anni cumulativi di attività cementifera -sottolinea Giovanni Vantaggi, medico di medicina generale in pensione e membro dell’associazione Medici per l’ambiente (Isde), che abita a una manciata di chilometri dal cementificio Barbetti-. Anni in cui la gente è stata esposta involontariamente a molti, troppi inquinanti”.

I cittadini di Gubbio lottano da tempo per la tutela della salute e dell’ambiente. I comitati ecologisti, a volte divisi nelle singole battaglie, da qualche anno hanno unito le forze. Dicono “No” all’uso nei cementifici del combustile solido secondario (Css-C) che deriva dalle operazioni di recupero di rifiuti urbani e rifiuti speciali non pericolosi.

“Abbiamo organizzato convegni, manifestazioni, incontri con i cittadini, sit-in. Abbiamo mobilitato molte persone nonostante la pandemia” – Valeria Passeri

“A maggio 2020 i due cementifici hanno chiesto a Regione Umbria l’autorizzazione a bruciare 50mila tonnellate di Css-C all’anno ciascuno, pari a 100mila tonnellate complessive”, spiega l’avvocata Valeria Passeri, legale dei comitati. A seguito di questa richiesta il Dipartimento di prevenzione dell’Usl Umbria 1 ha espresso un parere riportato in un documento del 10 marzo 2021. Secondo l’Usl la documentazione fornita dalle ditte Barbetti e Colacem “mostra carenze più o meno accentuate soprattutto per ciò che concerne i possibili effetti, anche a lungo termine, sulla salute delle varie fasce di popolazione in termini di rischio incrementale (degenerativo anche neoplastico o mortalità) per ognuno degli inquinanti prevedibili”.

Sentito il parere dell’Usl, la Regione Umbria, con determina dirigenziale del 10 maggio 2021, “ritiene necessario, per la migliore tutela dell’interesse pubblico, assoggettare il progetto in argomento (ovvero l’utilizzo del Css-C, ndr) a procedimento di Valutazione di impatto ambientale (Via). “Abbiamo organizzato convegni, manifestazioni, incontri con i cittadini, sit-in in piazza. Abbiamo mobilitato molte persone nonostante la pandemia”, continua l’avvocata Passeri.

Mentre i cittadini chiedevano alle due industrie di sottoporsi alla Valutazione di impatto ambientale, il 28 luglio 2021 il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto Semplificazioni che, all’articolo 35, dispone misure relative alla gestione dei rifiuti e detta disposizioni concernenti la sostituzione di combustibili tradizionali con Css-C. L’effetto del decreto è arrivato in Umbria poco dopo la sua emanazione. Il 29 dicembre 2021 infatti, a sorpresa, la Regione ha autorizzato entrambi gli impianti a bruciare Css-C. I comitati hanno reagito alla fine di aprile 2022, presentando un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica con la richiesta di annullamento della determina regionale.

Un manifesto realizzato dai comitati ambientalisti di Gubbio per denunciare la presenza di ben due cementifici nella piccola valle in cui sorge il Comune © Rita Martone

Un cambio normativo sul tema combustibili si era verificato anni fa con il pet-coke, un prodotto che si ottiene dal processo di condensazione di residui petroliferi pesanti e oleosi fino ad ottenere un residuo di consistenza spugnosa o compatta. Viene considerato lo scarto dello scarto della lavorazione del petrolio. In Italia fino al 2002 era vietato utilizzare pet-coke come combustibile. Poi, su iniziativa dell’allora ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli (governo Berlusconi), venne tramutato da scarto tossico nocivo a combustibile grazie alla legge 82 del 6 maggio 2002. Il dottor Vantaggi ha effettuato un monitoraggio dei tumori tra i suoi assistiti dal 1980 al 2010. “Dal 1980 al 1992, su 1.550 dei miei assistiti, ho registrato 5,3 tumori maligni all’anno -spiega mostrando la documentazione-. Dal 2007 al 2010 i casi annuali sono aumentati a 16,2. Proprio nel 2003 entrambi i cementifici iniziarono a usare come combustibile il pet-coke”.

Le emissioni dei metalli pesanti dei cementifici dipendono anche dal contenuto nei combustibili usati e dalle materie prime oltre che dalla tecnologia industriale e dal sistema di controllo delle emissioni. “I comitati si sono autotassati con una cifra non indifferente per effettuare analisi e conoscere i livelli di inquinamento del territorio”, racconta Francesco Della Porta, attivista del comitato No Css nelle cementerie di Gubbio. La ricerca è stata curata da Claudia Cocozza docente presso il Dipartimento di Scienze e tecnologie agrarie, alimentari, ambientali e forestali dell’Università di Firenze e da Sonia Ravera ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze e tecnologie biologiche chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo.

“I comitati si sono autotassati con una cifra non indifferente per effettuare analisi e conoscere i livelli di inquinamento del territorio” – Francesco Della Porta

“Il monitoraggio si è svolto in quattro aree di Gubbio: due industriali, un’area urbana e un contesto boschivo -spiega Cocozza-. Abbiamo usato tecniche di biomonitoraggio tramite licheni, riconosciuti a livello europeo come indicatori di bioaccumulo efficaci”. Secondo quanto emerge dalla relazione finale si legge, l’elemento che presenta i maggiori livelli di bioaccumulo nei licheni è il tallio, un minerale che deriva soprattutto da attività svolte dall’uomo, tra cui la combustione del carbone per produrre energia ma anche per uso domestico.

L’ufficio stampa dell’azienda Colacem, raggiunto al telefono, fa sapere che l’impianto è provvisto di autorizzazione integrata ambientale e che gli sforzi dell’azienda sono volti da sempre a ridurre l’impatto ambientale. Il Rapporto di sostenibilità 2020 pubblicato sul sito dell’azienda sottolinea come “il costante impegno di Colacem nella riduzione delle emissioni ha mostrato la sua efficacia negli anni. Mentre le linee di cottura degli stabilimenti utilizzano appositi sistemi di monitoraggio in continuo delle emissioni i cui dati sono controllati costantemente dalle varie Arpa regionali, che ne gestiscono anche la pubblicazione”. 

Ciò nonostante, i comitati ambientalisti e cittadini sono preoccupati per l’uso del Css-C nei cementifici ma anche per il nuovo piano di gestione dei rifiuti approvato a gennaio 2022 dalla Regione. Prevede l’ampliamento del 20% delle discariche: un milione di metri cubi da ripartire tra gli impianti esistenti e già saturi; la realizzazione di un nuovo inceneritore che dovrebbe bruciare 130mila tonnellate l’anno e un piccolo aumento della percentuale della differenziazione dei rifiuti. “Il nuovo piano di gestione dei rifiuti ci fa andare indietro di vent’anni”, dice Fabrizio Ercolanelli, referente regionale Zero Waste Italia. Mentre l’Europa impone una riduzione dell’incenerimento dei rifiuti, promuove riciclo e riuso dei materiali in Umbria si resta ancorati a un passato non più sostenibile. 


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