Diritti

Il Vernacoliere e la notte democratica

Il Vernacoliere è un mensile satirico molto particolare che si pubblica a Livorno. E’ sboccato, per molti troppo volgare, ma riflette un certo spirito dei livornese, che sono irriverenti, spiritosi, parecchio simpatici (almeno a chi sappia prenderli per il verso giusto). Il…

Il Vernacoliere è un mensile satirico molto particolare che si pubblica a Livorno. E’ sboccato, per molti troppo volgare, ma riflette un certo spirito dei livornese, che sono irriverenti, spiritosi, parecchio simpatici (almeno a chi sappia prenderli per il verso giusto). Il Vernacoliere, ad ogni modo, sotto la patina del divertimento e del gusto per lo sfottò, svolge un’indubbia azione di critica politica e sociale della realtà.
Che sia nelle lettere, nelle barzellette, nelle vignette o negli editoriali, si toccano spesso questioni importanti, con uno stile anomalo e soprattutto in totale indipendenza. Il Vernacoliere vive grazie al successo che incontra fra gli elettori (in Toscana e non solo), senza pubblicità. Qui sotto l’editoriale del direttore, Mario Cardinali, riguardante “La notte di Bolzaneto”.

 Non sono in molti a meditare sulla “notte della democrazia” calata nella caserma della polizia di stato a Bolzaneto nel luglio del 2001, durante i giorni del G8. E chi ci medita – come in particolare ha fatto Giuseppe D’Avanzo con una documentatissima inchiesta sulla Repubblica – si sofferma motivatamente sul fatto che al processo di Genova contro 46 imputati (generali del corpo degli agenti di custodia, funzionari di polizia, ufficiali dei carabinieri, agenti e guardie carcerarie, per i quali è stata richiesta una reclusione complessiva di 76 anni) non si possa procedere per il reato di tortura.

Che è un reato ancora sconosciuto al nostro codice penale, nonostante che l’Italia abbia aderito non solo alla Convenzione dell’Onu del 1984 proprio contro la tortura, ma anche ad altri trattati internazionali come la Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 e il Patto dell’Onu sui diritti civili e politici del 1966.

Con la conseguenza che al processo per Bolzaneto, nonostante i trattamenti disumani e degradanti inflitti ai 206 arrestati – e in alcuni casi si è trattato di vere e proprie torture, emerse dalle testimonianze non solo delle vittime – le accuse dei pubblici ministeri parlano solamente di violenza privata, abuso di autorità contro detenuti o arrestati e violazione dell’ordinamento penitenziario. Tutti reati minori, e guardacaso tutti con prescrizione imminente.

Come imminente è il calare del solito sipario d’indifferenza da parte dell’opinione pubblica su quei gravissimi fatti, in aggiunta – come ha scritto D’Avanzo – «all’apatia del ceto politico e alla noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini».

E indifferenza e apatia e noncuranza – occorre aggiungere – anche per un altro lato della sporca faccenda, che pure dovrebbe assai preoccupare. E cioè per quel fascismo di parole e di mentalità emerso da certi urli, cori e filastrocche di certi agenti di Bolzaneto ad accompagnare gli schiaffi, i pugni, i calci, le testate nel muro e gli sputi inflitti agli arrestati, oltre a tante altre vessazioni.

Urli di “Viva il duce!”, “Comunisti di merda!”, “Morte agli ebrei!”,  cori di “Benvenuti a Auschwitz!”, filastrocche del tipo “Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!” ed altro ancora, il tutto riportato nell’inchiesta di D’Avanzo.

A testimoniare che a una “notte della democrazia” non si è arrivati solo per Bolzaneto ma ci si potrà nuovamente tornare se ancora l’indifferernza della gente, il silenzio dei politici e della loro stampa e la complice irresponsabilità delle istituzioni taciteranno il problema chiave della “democraticità” delle forze dell’ordine. Da far invece e infine emergere e inquadrare, augurabilmente, nel problema ancor più generale della democraticità delle forze armate, nei loro corpi speciali soprattutto.

E soprattutto in un momento in cui tanta gente non cerca solo autorità ”morale” nella Chiesa, ma ricomincia anche a riaspettare da “qualcuno” l’autorità reale. In una notte democratica ben più grande e drammatica di quella delle torture del G8 genovese.

Mario Cardinali

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