Diritti / Opinioni

Il vaccino anti Covid-19 e la spocchia dei Paesi ricchi

La pandemia ha rivoluzionato la scienza e mostrato nuove filiere di collaborazione. Chi non si sblocca sono le aziende farmaceutiche del “Nord”. La rubrica di Nicoletta Dentico dal numero di marzo di Altreconomia

Tratto da Altreconomia 235 — Marzo 2021
© Trnava University - Unsplash

Abbiamo già raccontato la necessità di decolonizzare la salute globale. Occorre però tornare sul tema con uno sguardo affilato sull’urgenza del momento: la disponibilità dei vaccini. Le settimane euforiche di annunci propagandistici, prima del Natale 2020, hanno ceduto il passo nel nuovo anno alla realtà assai più spinosa che riguarda la messa in produzione, distribuzione e consegna di milioni di vaccini per i Paesi europei, con la ridda di polemiche e minacce che ne sono seguite. Se c’è panico per la carenza di dosi nei Paesi ricchi, il 16% della popolazione mondiale che si è già accaparrato sulla carta il 70% dei due miliardi di vaccini previsti entro la fine dell’anno, che cosa devono dire i Paesi del Sud globale, alcuni dei quali, i vaccini, rischiano di non vederli affatto? È il momento che i Paesi occidentali dismettano la spocchia con cui finora hanno raccontato sulla stampa internazionale i vaccini cinesi e russi, presentati come inferiori rispetto ai prodotti Moderna, Pfizer-BioNtech o AstraZeneca. La presunzione è che non corrispondano agli standard scientifici internazionali in quanto provenienti dalla ricerca pubblica di Paesi autoritari. Ma non solo l’evidenza, sempre più incalzante, racconta che quei vaccini funzionano eccome. Il fatto è che i vaccini russi e cinesi faranno pure la salvezza dell’Occidente.

3 miliardi è il numero complessivo di dosi che saranno prodotte e rese disponibili del vaccino russo Sputnik V e dei due vaccini cinese, Sinovac e Sinopharm rispettivamente, entro la fine del 2021

Prendiamo il vaccino Sputnik V russo. I dati sugli studi clinici sono stati condivisi con l’autorevole The Lancet che ha decretato un’efficacia del 91,6%; in un’intervista alla televisione turca, l’amministratore delegato di BioNtech ha confermato che il vaccino russo non ha niente da invidiare a quelli occidentali. Dati significativi sono stati pubblicati sulla rivista internazionale Jama anche per i vaccini cinesi. Negli studi condotti negli Emirati Arabi Uniti con Sinopharm si è riscontrata un’efficacia dell’86%, del 79% con i trial di Sinovax in Cina. La Russia ha intrapreso accordi di esportazione con 25 Paesi tra cui India e Argentina, e siglato licenze per la produzione con India, Corea del Sud e Kazakhstan. La Cina non è da meno. Accordi di esportazione esistono con decine di Paesi e con Indonesia, Malesia, Brasile e Turchia sono in corso licenze per la produzione delle dosi con il protagonismo dell’Istituto di biologia medica dell’Accademia cinese di medicina, dal 1958 il più grande produttore di vaccini.

Insomma, Covid-19 segna una vera svolta per trasferimenti di tecnologie verso Paesi dotati di capacità produttive tutt’altro che disprezzabili nel Sud del mondo, sebbene in genere snobbate dall’occidente, per incrementarne la capacità e attrezzarsi in prospettiva all’evenienza di nuove crisi sanitarie. Nuove filiere di collaborazione, nel policentrismo che regge il mondo. Chi non si sblocca sono le aziende farmaceutiche del Nord, recalcitranti all’idea di concedere licenze di produzione a imprese non occidentali -fatta salva la licenza di AstraZeneca al Serum institute indiano- per un inveterato senso di superiorità. E poi c’è il caso di Cuba, capace di sviluppare ben quattro vaccini contro Covid-19, il 6% di tutti i vaccini in sperimentazione clinica a livello mondiale, forte di un sistema sanitario alternativo a quello capital-intensive dominante occidentale ma decisamente efficiente, fondato su una filiera integrata di sperimentazione-produzione-commercializzazione che abbraccia istituti di ricerca, ospedali, università: tutto sotto il coordinamento pubblico.

Covid-19 segna un prima e un dopo nella storia della scienza. Ma questo virus ha ancora molte piste da aprire per il futuro della cooperazione internazionale, se solo il mondo occidentale è disposto a spogliarsi del suo presunto universalismo, che alla prova dei fatti non ha più ragione di essere, se non come retaggio di barriera nei confronti degli altri.

Nicoletta Dentico è giornalista ed esperta di diritto alla salute. Già direttrice di Medici Senza Frontiere, dirige il programma di salute globale di Society for International Development

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