Diritti

Il telecomando dei droni

La base siciliana di Niscemi scelta per ospitare il sistema di telecomunicazioni che la Us Navy utilizzerà per guidare gli aerei senza pilota. Il 30 marzo a Niscemi, pacifica manifestazione nazionale promossa dal movimento che si oppone all’intervento —

Tratto da Altreconomia 148 — Aprile 2013

Anche piazzare in un campo due antenne alte 149 metri e tre grandi parabole dal diametro di oltre 18 metri significa militarizzare un territorio. Succede quando a issarle è l’Us Navy, e rappresentano “pezzi” di un moderno sistema di telecomunicazioni satellitari della marina militare statunitense, il Muos (Mobile User Object System), dotato di cinque satelliti geostazionari e quattro stazioni di terra. Una delle quattro stazioni dovrebbe sorgere a Niscemi, popoloso comune a Sud della provincia di Caltanissetta, situato su un altipiano che guarda verso la Piana di Gela e confina con l’estremità occidentale delle province di Catania e Ragusa.
Ma i siciliani non ci stanno, e a trent’anni dalla grande protesta contro la base di Comiso hanno ingaggiato un’altra durissima battaglia. Sono pacifisti e ambientalisti, ma sanno -lo vedremo più avanti- che ne va anche della loro salute.

Para bellum. Il sistema Muos verrebbe utilizzato per coordinare in modo capillare tutti i sistemi militari americani dislocati nel globo, in particolare i droni, aerei senza pilota che saranno allocati anche a Sigonella, la base Nato in provincia di Catania. Rappresenta perciò un tassello importantissimo nella strategia militare globale Usa. Strategia avallata dallo Stato italiano e dall’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo.
Gli Usa vorrebbero installare antenne e parabole nel pieno della Riserva naturale orientata Sughereta, sito d’importanza comunitaria dove -nel 1991- è stata installata, tra le polemiche, la più grande base militare americana del Mediterraneo per le telecomunicazioni: la NRTF-8.
Nel 2006, quando il ministero della Difesa dà il suo assenso al programma Muos, la base aveva già provocato danni irreversibili al patrimonio naturale della riserva.
Inizialmente, tuttavia, l’impianto era previsto all’interno della base di Sigonella: solo due anni dopo, quando uno studio commissionato dalla Us Navy prospettò il rischio che il Muos potesse far detonare i missili a bordo dei caccia all’interno della base, gli Usa decisero di spostare il progetto presso la NRTF-8 di Niscemi.

Cittadini contro le gru. Nel 2009 nasce anche il movimento cittadino, su input di studenti e ambientalisti che si mettono in mezzo tra burocrazia, pressioni, studi d’impatto ambientale, appalti a società ambigue e dure proteste. Azioni che negli ultimi mesi hanno conosciuto una fase particolarmente calda e forse decisiva. Il 5 ottobre 2012, proprio alla vigilia di una grande manifestazione contro il Muos (alla fine c’erano oltre 5mila persone in piazza), la procura di Caltagirone ha disposto il sequestro dell’impianto, ipotizzando reati ambientali. L’entusiasmo durò appena 20 giorni, prima che il Tribunale delle libertà di Catania accogliesse il ricorso dell’Avvocatura dello Stato, a cui si era rivolto il ministero della Difesa.
In attesa della Cassazione, i cittadini proseguono nella loro attività di presidio, controllando 24 ore su 24 i punti di accesso della città (i consigli comunali di Niscemi e Caltagirone hanno intanto votato una risoluzione che vieta il transito di mezzi pesanti diretti alla Nrtf-8) e l’area di fronte alla base. La sera del 10 gennaio, le forze dell’ordine, con l’ampio utilizzo della forza e dei manganelli, hanno sgomberato il sit-in pacifico e consentito il passaggio dell’autogru della Comina Srl, ditta catanese che opere a Niscemi: “Quello che è successo quella sera -ricorda Fabio D’Alessandro, giovane membro del movimento No Muos e ‘presidiante’-  è stato un incubo: aspettavamo da 50 giorni quella gru, che si è improvvisamente materializzata. Abbiamo visto polizia e carabinieri manganellare. Ci hanno bloccati in una strada al buio, e hanno fatto un’azione pesantissima. Non ci sono stati scontri, perché il nostro era un atto di resistenza pacifica. Abbiamo subito”.


Onde pericolose.
Solo a quel punto, il neogovernatore Rosario Crocetta annuncia la sospensione delle autorizzazioni, per verificare la sussistenza dei requisiti necessari per giungere alla revoca definitiva. Un provvedimento che non rassicura il movimento, secondo il quale non sarebbe necessario un nuovo studio dell’Istituto superiore della Sanità, visto che alcuni autorevoli rapporti negli ultimi anni hanno già confermato l’elevata pericolosità dell’impianto. “Gli studi di valutazione di impatto ambientale -afferma Antonio Mazzeo, giornalista siciliano che segue da anni la vicenda Muos- erano già in mano alla Regione Sicilia. Lo studio dell’Arpa dimostra che l’inquinamento elettromagnetico prodotto dalla base a Niscemi è a livelli inaccettabili; altri studi della Marina militare americana e del Politecnico di Torino confermano l’incompatibilità e l’insostenibilità ambientale ed elettromagnetica dell’impianto”. L’analisi condotta per conto del Politecnico di Torino dai professori Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu, infatti, afferma che le misurazioni dell’Arpa Sicilia -svolte dal dicembre 2008 all’aprile 2010- “seppure eseguite con strumentazione e procedure non del tutto adeguate, hanno evidenziato un sicuro raggiungimento dei limiti di sicurezza per la popolazione, e anzi un loro probabile superamento”. Secondo i due autori, in virtù di tale situazione si ritiene “opportuno un approfondimento delle misure, con l’avvio immediato di una procedura di riduzione a conformità, finalizzata alla riduzione delle emissioni, e il blocco di ogni ulteriore installazione di unità trasmittenti”. Ma gli elementi più interessanti sono quelli che avevano portato la stessa Us Navy a trasferire a Niscemi il Muos, considerandolo incompatibile con le presenze dei militari all’interno della base di Sigonella, che originariamente era quella prescelta. Il rischio elettromagnetico, il rischio di auto-esplosione dei sistemi elettrici -e dunque delle testate ospitate nella base- hanno costretto gli americani, dopo lo studio effettuato da due società di fiducia, a predisporre lo sportamento del Muos a Niscemi.

La (Regione) Sicilia si muove. Rosario Crocetta, dopo vari incontri e sollecitazioni, dà mandato all’assessore Mariella Lo Bello, con una delibera del 5 febbraio scorso, di iniziare la lunga procedura che conduce alla revoca. Una presa di posizione che viene accolta con entusiasmo dagli attivisti: “La sospensione non ci convinceva, perché gli americani, lo abbiamo visto, continuavano i lavori -spiega ancora D’Alessandro-. La sospensione non ci dava garanzie. La revoca invece prevede lo smantellamento del cantiere Muos, anche se i danni causati alla riserva non potranno più essere compensati. La revoca vuol dire che non si potrà più fare il Muos all’interno di quel cantiere”.
Il 12 febbraio, la nota che annuncia l’avvio dell’iter di revoca è stata spedita al comando Usa a Napoli, e portata a mano a Sigonella. Dove il funzionario regionale è stato respinto: il plico non è stato accettato.
L’11 marzo, invece, dopo un incontro tra governo regionale e governo nazionale, il ministero della Difesa blocca il Muos ma affida ad un organismo indipendente (l’Istituto superiore della Sanità) il parere sulla fattibilità dell’impianto e sui suoi effetti sulla salute e sull’ambiente. L’ennesimo rinvio: il “No” definitivo è procastinato di nuovo.
E così il 30 marzo a Niscemi è stata convocata una manifestazione nazionale (www.nomuosniscemi.it): a trentuno anni dalla battaglia di Pio La Torre contro la base Nato di Comiso e la militarizzazione della Sicilia, le istituzioni non hanno ancora capito che la Sicilia non è una piattaforma Usa nel Mar Mediterraneo. —

(Foto di Fabio D’Alessandro)

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