Economia

Il retrobottegadel miracolo – Ae 77

Lavorano 7 giorni su 7: sono il “popolo flottante”, una generazione sacrificata allo sviluppo. Reportage da Pechino e dintorni L’altra faccia del miracolo cinese dorme nelle cucine di uno degli innumerevoli ristoranti dispersi nel ventre della capitale. Finito il turno,…

Tratto da Altreconomia 77 — Novembre 2006

Lavorano 7 giorni su 7: sono il “popolo flottante”, una generazione sacrificata allo sviluppo. Reportage da Pechino e dintorni


L’altra faccia del miracolo cinese dorme nelle cucine di uno degli innumerevoli ristoranti dispersi nel ventre della capitale. Finito il turno, alla sera, una dozzina di giovani con il cappello da cuoco quasi bianco esce dalla cucina per andare a prendere il “materasso”. Dormiranno stesi per terra nella stessa cucina dove hanno lavorato per tutto il giorno.

La loro giornata è iniziata verso le 9: ritti, ben vestiti e ordinati come un piccolo plotone, cuochi e camerieri guidati dal capocameriere con la fascia rossa al braccio avevano snocciolato il giuramento quotidiano che compete ad ogni lavoratore cinese. “Buongiorno signore”. “Grazie signore”. “Cosa desidera signore?”. E poi giù, a spelare aglio e mondare cipolle. Vista da una strada di Pechino, lasciando perdere le statistiche macroeconomiche che parlano di costante crescita degli indicatori economici, l’ossatura del miracolo cinese è tutta qui. Migliaia e migliaia di giovani e meno giovani che dalle campagne sterminate e polverose si riversano nelle città per cercare un qualsiasi lavoro che li emancipi dai 200 euro l’anno che costituiscono il reddito di un contadino cinese. I primi si sono affacciati nelle città dal 1984, la massa è arrivata a partire dal 1995, quando l’offerta di prodotti agricoli ha iniziato a superare la domanda e si è fermato il miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie rurali. Costretti a lavorare giorno e notte, sette giorni su sette, questi migranti interni costituiscono la manovalanza perfetta per la fornace sempre in funzione che ogni giorno cambia il volto della Repubblica Popolare e sforna prodotti da esportazione. In cinese si chiamano mingong, lavoratori di orgine rurale. Le statistiche ufficiali li definiscono “popolazione flottante”: nel 2003, secondo il China Statistics Yearbook, erano 42 milioni, di cui 2 milioni e mezzo a Pechino. Oggi le stime dicono che sono quasi il doppio. Non godono di alcun diritto di cittadinanza perché oggi in Cina vige ancora l’hukou, il sistema di residenza obbligatoria, che impone di registrarsi nel luogo di nascita e divide il Paese in modo netto tra abitanti delle campagne, circa 800 milioni, e abitanti delle città, i restanti 500 milioni. Ogni momento i mingong potrebbero essere fermati dalla polizia, e richiesti del permesso di soggiorno temporaneo, difficile da ottenere. Senza permesso si viene spediti in galera.

Ma nelle città per ora i controlli sono rari: la macchina deve andare avanti e non si può permettere di perdere il suo maggior fattore competitivo. Con il loro lavoro e con quei pochi soldi che riescono a mettere da parte, i lavoratori emigranti mantengono la famiglia al villaggio, che grazie a queste piccole rimesse arriva a godere di un briciolo della xiaokang: la piccola prosperità che alla fine degli anni Novanta il presidente Jiang Zemin aveva lanciato come obiettivo minimo della sua stagione riformista. Ma questa piccola prosperità ha costi sociali e personali alti: i mingong che lavorano nei cantieri di Pechino, o nelle grandi fabbriche del SudEst del Paese, non hanno diritto di risiedere nelle città, non godono di alcun tipo di protezione sociale, hanno condizioni di lavoro deplorevoli, vivono in alloggi di fortuna dentro i cantieri o accanto alle fabbriche, ricevono il salario in ritardo, alle volte mai. E spesso, come ha denunciato l’organizzazione non governativa americana China Labour Watch, vedono lo stipendio decurtato delle spese di alloggio, che il più delle volte altro non è che uno stanzone con degli stuoini di bambù per terra. Senza contare la dispersione degli affetti. Chi è sposato quasi sempre emigra con la moglie -che spesso trova più facilmente lavoro nelle fabbriche-, e così l’unico figlio permesso rimane al villaggio, a crescere coi nonni, e non vede i genitori che per il Capodanno cinese e, quando va bene, per il 1 ottobre, anniversario della Fondazione della Repubblica Popolare.

I mingong non aspirano a diventare xiaozi, i piccoli borghesi che pur senza comprare affollano i centri commerciali tirati a lucido che spuntano in ogni città, ma almeno a godere degli stessi privilegi dei cittadini di cui costruiscono le case o che servono nei ristoranti. A loro non interessa il modello del “double income no kids” che sta prendendo piede tra i giovani delle megalopoli cinesi. Interessa sopravvivere, dare un futuro al proprio figlio, e non entrare a far parte dei ruoshi qunti, la massa dei diseredati che vivono nelle città.

I ruoshi qunti sono tra gli 80 e i 100 milioni e il loro profilo lo traccia il giornale governativo Zhongguo Jingij Shibao: sono i disoccupati da oltre un anno, spesso espulsi dalle aziende di Stato chiuse perché non più competitive -20 milioni di lavoratori tra il 1998 e il 2005-, oppure i contadini che hanno tentato il salto e in città non hanno trovato un lavoro che gli assicurasse mezzi decenti di sussistenza, cui si sommano i pensionati messi a riposo dalle aziende locali, i quali non percepiscono che una misera parte della pensione. Tutta questa gente, a Pechino, è una presenza costante. Seduta per terra, chiede l’elemosina facendo rumore con una scodella di metallo -quella che il presidente Mao voleva che fosse piena di riso almeno una volta al giorno-, preferibilmente lungo uno delle decine di cavalcavia pedonali che oltrepassano i grandi viali intasati dai taxi. Oppure, in estate, raccoglie le bottigliette di plastica vuote dai cestini e dalle mani dei passanti, per poi rivenderle la sera,

1 mao l’una (circa 1 centesimo), a qualche robivecchi che passa col suo carretto per i quartieri a comprare la plastica che poi verrà riciclata. Chi sta peggio? I contadini costretti ad emigrare, o gli ex-lavoratori delle imprese statali che godono dei benefici di chi è cittadino, ma vivono con un suassidio di 200 yuan (20 euro) al mese? Difficile dirlo. Contadini o cittadini che siano, sono i sacrificati del miracolo.





C’è carbone in cielo

Il progresso economico cinese lo respiri ovunque vai. Più che gli occhi colpisce il naso. A Taiyuan, 2 milioni di abitanti e capoluogo dello Shanxi, appena scendi dall’autobus nell’affollata stazione l’odore è pesante e pungente. Uno pensa che sia colpa delle auto e invece, una volta fuori, l’odore è sempre lo stesso: invadente e intenso. Le statistiche dicono che dal 2002 qui l’aria è in netto miglioramento. Ma le statistiche non hanno naso.

Nel 1998 Taiyuan era stata “eletta” la città più inquinata del mondo: le concentrazioni di Pm10 e S02 erano dieci volte gli standard dell’Organizzazione mondiale della sanità. Colpa del carbone estratto nella regione -un terzo della produzione nazionale- che veniva, e viene, utilizzato, per alimentare le centrali elettriche, per scaldare le case, o ravvivare il fuoco nelle cucine. La sola Taiyuan nel 1998 ne bruciava 21 milioni di tonnellate. Ma è tutta la Cina ad andare a carbone: il 75% della sua energia è prodotta così. Da sola utilizza più carbone che Stati Uniti, Unione Europea e Giappone messi insieme.

Nello Shanxi la situazione dell’inquinamento dell’aria è particolarmente grave. Guardando il profilo di ciminiere e nubi delle sue città vengono in mente i racconti dell’Inghilterra vittoriana, manca solo Dickens. Lo scorso anno, nella classifica delle città più inquinate della Cina redatta dall’istituto nazionale di statistica le prime cinque sono nello Shanxi. Una volta qui erano concentrate molte delle industrie pesanti del Paese: ferro, acciaio, chimica. Ma dall’apertura del 1978, lo sviluppo si è spostato sulla costa da Shanghai a Canton, e nella regione è rimasto solo il guscio corroso del grande esperimento socialista. Nel 1999 il reddito procapite delle città della regione era il più basso di tutta la Cina. In più la lunga marcia verso il capitalismo ha peggiorato le condizioni ambientali. Molte miniere statali hanno chiuso, per contro sono sorte centinaia di piccole miniere senza licenza e senza controllo, accanto a piccole fornaci informali dove vengono prodotti 40 milioni di tonnellate di coke l’anno.

Girando in autobus le strade sono coperte da uno strato di nero perenne: è la polvere di carbone che cade dai camion che fanno spola tra miniere e città. Qui viene lavorato con pala e i sacchi di tela in piccolissime aziende, dove finisce in una macchina che lo modella in formelle rotonde da mezzo chilo: il combustibile principe delle cucine cinesi.

Se il naso soffre, gli occhi non se la passano tanto bene. A Taiyaun raccontano la storia di un fotografo incaricato di fare delle immagini della città, vista dai 1.500 metri della vetta che la chiude a Occidente. Dicono abbia aspettato tre mesi per scattare una veduta a volo d’uccello. Alla fine ha rinunciato: le particelle di carbone in sospensione rendevano impossibile qualsiasi foto. Qui nel 1998 la concentrazione media di Pm10 era di 450 microgrammi per metrocubo. Solo allora le autorità hanno deciso di muoversi. Con il supporto della Banca mondiale hanno introdotto una rigida legislazione e investito 1,5 miliardi di yuan -150 milioni di euro- per progetti verdi. La storia “positiva” di Taiyaun rischia di essere solo il palliativo per un malato grave: la città è finita sotto gli occhi del mondo e si è fatto qualcosa.

Ora la palma di città più inquinata di Cina è passata a Datong, storico centro dell’industria pesante sempre nello Shanxi.

Ma la tendenza è di spostare le industrie più inquinanti dalle città alle zone rurali più povere e sottosviluppate. Gli amministratori locali, denuncia la ong Ziran Zhi you -Amici della natura- si offrono alle imprese inquinanti che vengono espulse dalle città promettendo trattamenti preferenziali e mano d’opera a basso costo.

La chiamano “delocalizzazione dell’inquinamento”, ma è intimamente legata al culto del Pil che anima i governanti cinesi e impressiona la stampa occidentale.





Internet censurato: ecco come

Internet in Cina è censurato. Ma come è possibile? Merito di una sofisticata tecnologia che i burocrati cinesi hanno sviluppato in proprio ed esportato anche all’estero. La Cina possiede 9 Internet Providers Service (Ips) internazionali tramite cui passano i dati dalla rete globale, e molte centinaia di Ips locali, che per legge sono costretti a implementare meccanismi di controllo. Ips grandi e piccoli sono collegati con tre Internet exchange points (IXPs), in mano allo Stato. Tutto funziona secondo un sistema detto “content analysis”: una serie di programmi dinamici che permettono di analizzare il contenuto dei siti bloccando immediatamente l’accesso a quelli che contengono parole proibite, grafici e altri elementi banditi. Le parole, in cinese, ma anche in inglese e altre lingue, sono oltre 30mila.

Sulla censura in Cina si veda www.opennetinitiative.net/studies/china/





Esperimenti (riusciti) di traffico

Il Bus Rapid Transport (Brt) è un sistema di trasporto pubblico lanciato nel 1990 a Curitiba, in Brasile. Si tratta di costruire corsie riservate per gli autobus e dotare gli autisti di un congegno che permette di avere sempre il verde agli incroci. Sembra poco, ma è vitale in città dal traffico irrazionale e caotico. A convincere i mandarini di Pechino il successo di un esperimento partito nel 1996 grazie al gemellaggio tra il Comune di Zurigo e  la municipalità di Kunming, capoluogo dello Yunnan, nel SudOvest del Paese, una città di 4 milioni di abitanti. Dal 1999, quando la prima corsia riservata è stata completata, il traffico è calato del 20%, la velocità media è aumentata da 9,6 km/h a 15,2 e il tempo d’attesa è sceso del 60%. Adesso Kunming ha 4 linee Brt, aumenta i passeggeri del servizio pubblico dell’11% annuo e ha adottato automezzi ecologici.





Un segno sul muro di casa, e devi sloggiare

Chai è un ideogramma che vuol dire “da abbattere”. Quando compare, tracciato con vernice rossa sul muro di una casa significa che è davvero finita. Non c’è più niente da fare, se non raccogliere le proprie cose e andarsene. In fretta, prima che le ruspe del Comune arrivino a buttare giù tutto. Ovunque in Cina chi vive in una casa vecchia, in uno dei quartieri che il governo locale ha deciso di “modernizzare” convive con l’incubo di trovarsi prima o poi dipinto sul muro il temuto chai. Negli ultimi 3 anni a Pechino sono state sfollate 580 mila persone. Vivevano negli hutong, i quartieri di vicoli su cui si affacciano case basse e corti murate, che una volta “erano tanti quanti i peli di un bufalo”. Adesso vengono conservati solo per essere mostrati ai turisti stranieri o per farci vivere i ricchi cinesi. Al loro posto sorgono grattacieli ultramoderni firmati dai maggiori architetti internazionali.



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