Diritti

IL PROCESSO DIAZ E LA VERA POSTA IN…

IL PROCESSO DIAZ E LA VERA POSTA IN GIOCO  Domani comincia il processo per i fatti della scuola Diaz. Arrivano in tribunale 28 agenti, fra i quali altissimi dirigenti della polizia di stato (in pratica il vertice dell’antiterrorismo). E’ un…

IL PROCESSO DIAZ E LA VERA POSTA IN GIOCO 

Domani comincia il processo per i fatti della scuola Diaz. Arrivano in tribunale 28 agenti, fra i quali altissimi dirigenti della polizia di stato (in pratica il vertice dell’antiterrorismo). E’ un evento importante, la prima seria risposta delle istituzioni ai drammatici fatti del luglio 2001. Ma arriviamo a questo appuntamento con un bilancio allarmante, perché lo Stato in questi anni ha coperto politicamente i responsabili delle forze dell’ordine e si è totalmente disinteressato delle violazioni dei diritti civili compiute in quei giorni.  La magistratura sta svolgendo il suo ruolo ma lo fa senza il sostegno dei vertici delle forze dell’ordine e del governo, che hanno anzi ostacolato le indagini. Amnesty International, nel comunictao riprodotto qui sotto, ricorda le iadempienze delle nostre istituzioni. Due cose, in particolare, sono mancate: l’istituzione di una commissione d’indagine indipendente; la sospensione cautelativa dei dirigenti sotto inchiesta.

Il vertice della polizia, il ministero degli interni, il governo hanno fatto quadrato attorno agli indagati, non hanno chiesto scusa alle vittime delle violenze, hanno preferito "salvare" alcuni dirigenti piuttosto che tutelare la credibilità della polizia di Stato. In sottofondo c’è un’idea autoritaria della democrazia, e un sovrano disprezzo per i cittadini e i loro diritti violati. Il processo dev’essere un’occasione per affrontare questo punto – le coperture politiche, l’intento autoritario che ha ispirato la gestione del caso Genova – e quindi per lanciare una campagna politica e culturale a difesa dei diritti civili, altrimenti sarà comunque un insuccesso, quale che sia l’esito del dibattimento.

ITALIA/G8: ‘L’APERTURA DEL PROCESSO, UN PASSO AVANTI PER COMBATTERE
L’IMPUNITA’ DELLA POLIZIA’ DICHIARA AMNESTY INTERNATIONAL

Mercoledi’ 6 aprile, a quasi quattro anni dalle operazioni di polizia che aratterizzarono lo svolgimento della riunione del G8 del 2001 a Genova e le manifestazioni ad esso collegate, 28 funzionari di polizia ? alcuni dei quali di alto grado ? compariranno in giudizio. Il processo riguarda il raid notturno compiuto dalle forze dell’ordine nei locali di una scuola utilizzata come dormitorio per i manifestanti e segreteria del Genoa Social Forum. Le accuse contro gi imputati comprendono l’abuso di autorita’, la fabbricazione di prove false e gravi lesioni fisiche. Amnesty International giudica positivamente l’apertura del processo come un significativo passo avanti per combattere l’impunita’ della polizia.

Tuttavia, l’organizzazione per i diritti umani lamenta il fatto che le autorita’ non abbiano preso altre misure decisive in questa irezione, in relazione sia ai fatti del G8 che a un piu’ ampio contesto di frequente effettiva impunita’ per le forze dell’ordine e per il personale carcerario, accusati di torture, maltrattamenti e forza eccessiva, come registrato da molti anni da Amnesty International.

Le 93 persone arrestate nel corso del raid all’interno della scuola dichiararono di non aver opposto resistenza, come invece sostenuto dalla polizia, e di essere state sottoposte a percosse deliberate e gratuite. Almeno 82 di esse vennero ferite; 31 furono trasferiate in spedale, in tre casi in condizioni critiche. Alcuni di essi ricevono cure mediche ancora oggi. Gli arrestati furono accusati non solo di resistenza a pubblico ufficiale ma anche di furto, detenzione di armi e appartenenza a un’organizzazione criminale dedita al saccheggio e alla distruzione della proprieta’. Nel febbraio 2004, al termine delle indagini, tutti i procedimenti furono chiusi per mancanza di prove.

Sono solo 28 i funzionari di polizia sottoposti a processo: decine di agenti che parteciparono al raid e che si ritiene avessero preso parte alle aggressioni fisiche, non hanno potuto essere individuati poiche’ i loro volti erano pesantemente travisati da maschere,  sciarpe o caschi e non portavano targhe identificative recanti nomi o numeri di matricola.

Amnesty International ha ripetutamente sollecitato l’Italia a recepire il Codice di etica della polizia, adottato dal Consiglio d’Europa nel
settembre 2001, e ad assicurare che i suoi pubblici ufficiali siano obbligati a mostrare in maniera evidente alcune forme di identificazione individuale, come un numero di matricola, al fine di evitare il ripetersi di situazioni d’impunita’.

Un altro metodo riconosciuto a livello internazionale per prevenire lo sviluppo di un clima d’impunita’ e ulteriori abusi da parte della polizia e’ la sospensione dal servizio di coloro che sono sospettati di aver commesso reati come quelli oggetto del processo, in attesa dell’esito dei procedimenti penali. Amnesty International ha notato con preoccupazione che gli agenti che sono sotto processo in relazione al raid di Genova non sono stati sospesi dal servizio e, in alcuni casi, sono stati promossi.
La maggior parte delle persone arrestate nel corso dei raid venne trasferita nel centro di detenzione temporanea di Bolzaneto. Vi transitarono oltre 200 persone, molte delle quali furono private dei fondamentali diritti riconosciuti a livello internazionale ai detenuti,
tra cui il diritto di avere accesso agli avvocati e all’assistenza consolare e quello a informare i familiari sulla propria situazione.

Nel corso di un’udienza preliminare, i pubblici ministeri di Genova hanno illustrato in modo efficace le prove degli abusi verbali e fisici subiti dai detenuti. Hanno descritto, tra l’altro, come i detenuti fossero stati presi a schiaffi, calci, pugni e sputi; sottoposti a minacce, compresa quella di stupro, e ad insulti anche di natura oscena e sessuale; obbligati a rimanere allineati e in piedi per ore, a gambe divaricate contro un muro; privati di cibo e acqua per lunghi periodi; soggetti a perquisizioni corporali effettuate in modo volutamente degradante, con uomini costretti ad assumere posizioni umilianti e donne forzate a denudarsi di fronte ad agenti di sesso maschile. I pubblici ministeri hanno citato singoli casi di abuso: una ragazza la cui testa e’ stata spinta in un gabinetto, un ragazzo obbligato a camminare a quattro zampe e ad abbaiare, il pestaggio di un detenuto non in grado di rimanere in piedi per ore poiche’ aveva un arto artificiale.

La pubblica accusa ha chiesto l’incriminazione di 15 agenti di polizia, 11 carabinieri, 16 agenti di custodia e cinque membri del personale medico per vari reati tra cui abuso di autorita’, coercizione, minacce e lesioni fisiche, accusandoli di aver sottoposto i detenuti a trattamenti crudeli, inumani e degradanti in violazione dell’art.3 della Convenzione europea sui diritti umani e le liberta’ fondamentali. I pubblici ministeri hanno anche espresso il timore che, dato il tempo gia’ trascorso, possa intervenire la prescrizione e che gli accusati non potranno mai essere sottoposti alla giustizia.

Amnesty International sottolinea che uno dei piu’ efficaci modi per prevenire la tortura, i maltrattamenti e la forza eccessiva e’
l’applicazione di sanzioni adeguate ? commisurate alla gravita’ del reato ? da parte del sistema di giustizia penale. Sapere che i tribunali sono pronti a infliggere pene severe nei confronti di chi ordina, condona o perpetra la tortura e i maltrattamenti costituisce uno dei piu’ concreti fattori di dissuasione. Sottoporre alla giustizia i responsabili non solo dissuade questi ultimi dal reiterare i propri crimini ma rende anche chiaro ad altri che i maltrattamenti non saranno tollerati, rassicurando al tempo stesso l’opinione pubblica che nessuno e’ al di sopra della legge.

Nel luglio 2001, data la deprecabile assenza in Italia di un’istituzione nazionale indipendente sui diritti umani o di un organismo indipendente competente a ricevere denunce nei confronti della polizia e ad accertarne le eventuali responsabilita’, Amnesty International aveva chiesto l’immediata costituzione di una commissione d’inchiesta, pubblica e indipendente, sull’operato della polizia durante il G8 indicando alcuni criteri idonei a dare efficacia a tale organismo. Da allora non e’ stato creato alcun organismo del genere, ma la sua necessita’ permane ancora oggi; esso potrebbe costituire la base per la creazione di un meccanismo permanente e indipendente di controllo, col mandato di prendere in esame tutti gli aspetti delle operazioni di polizia.

L’importanza della volonta’ politica di contrastare l’impunita’ della polizia non puo’ essere minimizzata. Amnesty International richiama le chiare indicazioni che il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa ha diffuso l’anno scorso a tutti gli Stati membri ‘ Nessuno deve essere lasciato nel dubbio che le autorita’ dello Stato non intendano combattere l’impunita’. Questo [impegno] rafforzera’ le azioni intraprese a ogni altro livello. Quando necessario, le autorita’ non dovranno esitare a trasmettere, mediante un messaggio formale ai piu’ alti livelli politici, il chiaro segnale che ci dovra’ essere tolleranza zero nei confronti della tortura e di altre forme di maltrattamento’.

Amnesty International deplora che a diciassette anni dalla ratifica della Convenzione dell’Onu contro la tortura e nonostante ripetuti solleciti da parte di organismi intergovernativi – tra cui il Comitato dell’Onu contro la tortura e il Comitato sui diritti umani – l’Italia non abbia ancora introdotto nel codice penale il reato di tortura, cosi’ come previsto nella Convenzione dell’Onu contro la tortura.

Roma, 4 aprile 2005

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