Economia

Il prezzo non nasce nei campi

Il commercio globale dei beni agricoli riguarda solo il 10% della produzione, per lo più le eccedenze dei Paesi ricchi. Eppure questo mercato, governato da potenti imprese multinazionali, è l’ago della bilancia delle relazioni internazionali

Tratto da Altreconomia 99 — Novembre 2008

L’agricoltura mondiale è tornata alla ribalta sui media nazionali e internazionali. Il motivo è stato il rialzo esponenziale del prezzo delle materie prime agricole e del conseguente aumento del costo dei generi alimentari. Opinionisti ed economisti si sono interrogati sulle molteplici cause di questo aumento dei prezzi, sollevando un polverone dal quale emergono  a fatica cause vere e presunte. Nessuno, però, ad esclusione di chi da anni critica il modello neoliberista, si è fermato a riflettere sul ruolo che il commercio internazionale agricolo ha svolto in questa partita. Si tratta infatti di uno dei fattori strutturali che ha preparato la crisi e ne ha amplificato le conseguenze ed è uno degli esempi  più significativi del liberismo a senso unico delle politiche europee e statunitensi. E non è un caso che proprio sull’agricoltura, da 7 anni, s’incaglino sempre i negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio, la famigerata Wto. Il Doha Round avrebbe dovuto concludersi nel 2004, ma è arrivato ai giorni nostri spargendo sul suo percorso un numero consistente di fallimenti, da Cancun nel 2003 all’ultimo, avvenuto il 29 luglio scorso a Ginevra.
L’importanza dell’agricoltura nel mondo non si misura in termini di contributo al Pil. Ma guardando a questo parametro riduttivo, notiamo come il settore abbia una crescente importanza in termini di produzione di ricchezza e occupazione tanto più un Paese è povero. E su questo dovrebbero riflette i tecnocrati di Ginevra quando negoziano regole “per lo sviluppo” dei Paesi del Sud. Infatti, nei Paesi industrializzati l’agricoltura contribuisce solo per il 15% alla formazione del Pil e occupa a malapena il 3% della forza lavoro, ma nei Paesi impoveriti rappresenta in media il 34% della ricchezza prodotta e impiega il 64% della forza lavoro (le percentuali  sono più alte se guardiamo solo all’Africa Sub-Sahariana). Al di là dei dati, il settore sta assumendo un’importanza crescente: non solo perché procura cibo a un’umanità in continua espansione, ma anche perché produce materie prime industriali come cotone, olio di palma e da qualche tempo perfino energia.
L’agricoltura è anche il settore meno globalizzato, se consideriamo che solo il 10% della produzione mondiale viene commercializzato a livello internazionale. Il restante 90% è diretto ai mercati locali o all’autoconsumo. Solo il 18% dell’ultima produzione di frumento, l’8,6% di mais, il 7,4% di riso, il 20,4% delle oleaginose ed il 6,8% dei prodotti lattiero-caseari sono finiti sul mercato internazionale. Inoltre il commercio dei prodotti agricoli è in mano a poche grandi multinazionali (vedi articolo a p. 23): una lobby potentissima che detta le regole commerciali poi negoziate in sede multilaterale e regionale.
Per la sua delicatezza, l’agricoltura è oggetto di un regolamento a parte all’interno della Wto, e ogni volta che i Paesi membri decidono di riprenderlo in mano -per trasformare anche i prodotti agricoli in pezzi di legno da lanciare in mare aperto lasciando che i prezzi si formino da soli in base alle forze e alle condizioni di mercato- si alzano un sacco di scudi. Non solo da parte dei Paesi poveri, ma soprattutto di quelli ricchi, che hanno usato il mercato internazionale per smaltire le proprie eccedenze produttive.
Quando l’agricoltura entrò a far parte dei negoziati multilaterali, nel 1995, un lungo preambolo dell’accordo precisava che l’obiettivo era di creare un contesto internazionale in cui il commercio dei prodotti agricoli fosse lasciato al libero guerreggiare delle imprese, ma vennero introdotte tutte le eccezioni possibili e immaginabili per consentire ai Paesi più ricchi di mantenere le loro misure di sostegno. Il risultato è stata una regolamentazione a doppio regime: i Paesi ricchi autorizzati a proteggere la propria agricoltura, quelli poveri obbligati a lasciarla allo sbaraglio, sotto l’assalto della concorrenza sleale dei prodotti stranieri. Il meccanismo delle sovvenzioni, che stimola la sovrapproduzione, consente di vendere le eccedenze sul mercato internazionale sotto costo, perché la differenza è pagata dallo Stato. Ad esempio, negli anni 2000-03 il costo medio per la produzione e lavorazione del riso negli Stati Uniti era di 415 dollari la tonnellata, ma veniva esportato per 274, il 34% in meno del costo di produzione.
Per rappresentare il panorama internazionale della produzione di cereali e degli altri prodotti alimentari, potremmo dividere il mondo in tre gruppi di Paesi: quelli eccedenti in virtù dei sussidi, quelli eccedenti per benevolenza della natura, quelli deficitari per costrizione politica-economica.
Al primo gruppo appartengono quelli più ricchi: Usa, Canada ed Ue, che da decenni sostengono la propria agricoltura con lauti contributi a produttori e commercianti in nome della sicurezza alimentare e dei favori che devono restituire alle imprese agroalimentari per il loro sostegno ai partiti al potere. Al secondo gruppo appartengono Australia, Argentina, Brasile, riuniti sotto la sigla Cairns, Paesi con vaste estensioni di terre, clima favorevole e imprese agroindustriali con grande capacità produttiva. Al terzo gruppo appartengono tutti gli altri Paesi che al tempo delle colonie vennero costretti ad abbandonare la produzione di cibo per dedicarsi alle monocolturale di caffè, cacao, banane e a tutti gli altri prodotti destinati ai mercati del Nord. Una scelta rinforzata negli anni Ottanta dal Fondo monetario internazionale, che usava il ricatto dei prestiti per imporre politiche liberiste -fra cui l’obbligo di eliminare qualsiasi misura a sostegno della propria agricoltura e qualsiasi strumento di regolazione dell’ingresso dei prodotti esteri-. Gli ultimi pagano
il prezzo maggiore della crisi alimentare: essendo infatti diventati importatori netti di alimenti, la loro “bolletta alimentare” è cresciuta in modo vertiginoso a seguito della pressione inflazionistica esercitata sulle materie prime agricole e sui prodotti alimentari. La Fao stima che la spesa per le importazioni nel 2008 sarà di 1.035 miliardi di dollari, ovvero 215 miliardi in più del 2007.

I supermercati governano l’agricoltura
Alla vigilia dell’Uruguay Round, il ciclo di negoziati che dette vita alla World Trade Organization, l’allora segretario per l’agricoltura degli Stati Uniti, John Block, dichiarò: “L’idea che i Paesi in via di sviluppo debbano provvedere  alla propria alimentazione è anacronistica ed appartiene a un periodo ormai passato. Essi potrebbero meglio assicurarsi il cibo acquistandolo dalla produzione agricola Usa, sufficiente ed economica”. Erano gli anni in cui gli Usa e l’Europa decisero che era arrivato il momento di liberalizzare il commercio agricolo mondiale. In realtà lo fecero a modo loro, ovvero imponendo la deregolamentazione unilaterale dei mercati agricoli nei Paesi del Sud con l’obiettivo di garantire uno sbocco al proprio surplus produttivo, frutto di anni di politiche di protezione e sostegno alla esportazione di prodotti delle loro agricolture, e l’approvvigionamento di materie prime a basso costo per le imprese dell’agrobusiness. Come risultato, i Paesi dell’Africa Sub-Sahariana hanno visto tra il 1970 e il 2004 aumentare il proprio export agricole di 3,4 volte, contro un aumento dell’import di 11,1. Considerando solo i prodotti alimentari -escludendo pesce, bevande alcoliche, cacao, tè e caffè- l’Africa Sub-Sahariana è passata da un surplus commerciale di 0,3 miliardi di dollari nel 1970 a un deficit di 7,4 miliardi di dollari nel 2004. Così il Sud è diventato dipendente dal mercato mondiale per l’acquisto di determinati prodotti, come carne, grano e latticini. E la bolletta che paga è molto salata: da un lato perché questo modello di commercio ha colpito al cuore l’agricoltura locale, dall’altro perché un rialzo dei prezzi internazionali come quello attuale vuol dire un aumento del costo delle importazioni alimentari con effetti devastanti per le popolazioni povere soprattutto urbane.
Tentare di fotografare il commercio agricolo mondiale, però, non è una cosa semplice. Perché se è interessante analizzarne le dinamiche, rimane comunque -come abbiamo visto- un mercato che accoglie percentuali minime delle produzioni complessive.
Ma vi sono altre due questioni fondamentali da affrontare quando si parla di commercio e mercati agricoli: i prezzi dei prodotti e gli attori.
Prendiamo la prima: affinché si possa parlare di un prezzo internazionale esso dovrebbe essere il risultato di un incontro tra domanda e offerta;  riflettere il prezzo di scambio della maggior parte della produzione agroalimentare; imporsi come prezzo, il più competitivo, anche se non il più equo, su tutti i mercati, anche quelli interni. Ciò non accade perché il mercato internazionale non è un mercato libero, ma è controllato, sul lato della domanda e dell’offerta, da poche grandi imprese. Prima, il settore della trasformazione che controllava la filiera; adesso emergono i supermercati che controllano la catena del valore e  si aggiudicano la fetta più grossa del guadagno. I dati parlano da soli: due grandi imprese statunitensi, la Cargill e l’Archer Daniels Midland, si aggiudicano i due terzi del commercio internazionale di cereali. Quattro imprese controllano il 45% del mercato del caffé: Nestlé, Altria (Kraft Foods con i suoi marchi commerciali Maxwell e Starbucks), Procter & Gamble e Sara Lee. Quattro imprese possiedono il 43% del mercato mondiale dei semi: Monsanto, Dupont-Pioneer, Syngenta e Limagrain. Queste stesse quattro imprese hanno anche il controllo del mercato mondiale dei pesticidi. Sul lato della domanda, vi è la grande distribuzione il cui ruolo sempre più forte ha modificato le relazioni di potere nel sistema agroalimentare. Nel 2004 Wall Mart è arrivata a controllare il 6,1% del mercato mondiale della vendita all’ingrosso, seguita da Carrefour con il 2,3%. La Gdo è diventata la principale sede della vendita sia del fresco che del cibo trasformato delle imprese agroalimentari. Il mercato della distribuzione è al centro di grandi processi di concentrazione e il risultato è che 4 o 5 grandi catene di supermercati si aggiudicano la quota principale di vendite in moltissimi Paesi sviluppati e in via di sviluppo. In questi ultimi, tra il 60% e l’80% delle prime cinque catene di supermercati sono imprese multinazionali che operano a livello globale.
I mercati agricoli hanno bisogno di regole, di programmi di gestione dell’offerta, ma queste regole sono funzionali al modello di sviluppo agricolo che si sceglie. Il punto non è sostegno o meno all’agricoltura, ma a quale modello di agricoltura.
Il libero commercio agricolo non esiste, perché libero non è e perché per le dinamiche stesse dei processi agricoli, essi devono essere regolati per garantire qualità, giusta remunerazione, sostenibilità
e benessere dal produttore al consumatore.

Commento
Sotto il tiro del dollaro
di Alessandro Volpi

Lo stato di salute del commercio internazionale dei beni agricoli non è dei migliori. Diversi elementi permettono di esprimere questo giudizio. Il primo è il fallimento del vertice Wto di Ginevra. La tanto sbandierata riduzione di dazi tariffari per 130 miliardi di dollari, due terzi dei quali sarebbero dovuti andare a vantaggio dei Paesi più deboli, non c’è stata. Gli scontri tra Usa, Cina e India e le mille incomprensioni maturate fra i partecipanti hanno dimostrato che non è possibile, in queste condizioni, una posizione omogenea neppure tra i “piccoli” Stati del Sud del pianeta. Ma il dato più sintomatico della crisi in atto è costituito dalla manifesta impossibilità di chiudere un accordo, destinato a tagliare sussidi e dazi, in un momento in cui i prezzi dei beni agricoli avevano raggiunto livelli così elevati da far parlare di “agroinflazione”. Se l’intesa non è stata raggiunta quando un bushel di frumento aveva raddoppiato il proprio prezzo nel giro di 6 mesi e quello del riso era cresciuto del 75%, è evidente che sarà impensabile trovarla oggi che gli incubi della recessione tolgono liquidità ai mercati, riducono i consumi e promuovono nuovi protezionismi. Durante i tour elettorali Usa, sia Obama che McCain si sono impegnati a convincere i 60 milioni di elettori che compongono il voto rurale della loro volontà di varare un Farm Bill in grado di metterli al riparo dai guasti operati dai “ragazzi cattivi” di Wall Street. Anche il presidente francese Sarkozy -nel rifinanziare il proprio sistema bancario- mostra di rivolgere cure attente agli istituti più vicini al mondo delle campagne.
Ad aggravare le difficoltà dei mercati agricoli concorre poi la proliferazione di accordi bilaterali di libero scambio, accelerata dal totale discredito che pesa sul processo multilaterale della Wto. Sono oltre 300 gli accordi firmati o in via di negoziazione, promossi in gran parte dall’Unione Europa e dagli Stati Uniti, a cui si uniscono gli accordi siglati dai cinesi in giro per il mondo.
Il pericolo tangibile è che nei prossimi anni si passi da una miriade caotica di forme di commercio rette in sede bilaterale a forzate “integrazioni” regionali, realizzate da un pivot forte. Inoltre gli effetti della già ricordata crisi finanziaria possono incidere in maniera negativa in altri modi. È probabile che il settore delle commodities conosca una forte instabilità con cadute di prezzo e repentine risalite, in un’ottica tipicamente speculativa di brevissimo periodo nella quale le strategie finanziarie di difesa di portafogli in affanno possono indurre a vendere i titoli più apprezzati. I guasti della finanziarizzazione, che ha provocato l’artificiale rialzo dei prezzi nei mesi scorsi, stanno generando oggi una costante volatilità, in larga parte scissa dai dati sulla produzione reale: il 2008 si chiude con un record di produzione di frumento, con quasi 680 milioni di tonnellate, ma ciò non impedisce una logorante instabilità dei prezzi che, in campo agricolo, pare salvare solo i semi di soia. Alla luce di ciò, l’esigenza di portare fuori dai mercati finanziari i beni agricoli pare l’unica strada percorribile per ridare alle dinamiche di prezzo un senso compiuto e una prevedibile coerenza. D’altra parte, l’instabilità che minaccia il commercio dei beni agricoli è ulteriormente accentuata dalla questione monetaria. Il dollaro risulta in larga misura “catturato” dalla dimensione finanziaria della crisi in atto. I prezzi di mercato sono vittima di una moneta minata da un’intrinseca debolezza, che contagia l’euro in quanto lo spettro della recessione americana e del dollaro fragile mettono a repentaglio la credibilità stessa della divisa europea. Ma senza monete affidabili e con i mercati finanziari nel panico, ricostruire una prospettiva internazionale del commercio dei beni agricoli sembra decisamente compromessa. Le prospettive che si delineano sono la rinascita dei mercati nazionali, volti a immunizzare i consumatori dalle docce scozzesi dei prezzi, sia pur con pericoli di eccessive frammentazioni, e il progressivo dilagare di zone di economia informale, dove di fatto mancano o vengano meno gli strumenti e le procedure dello scambio formale.

Il diritto di dire basta
Solo Cina e India, in sede Wto, sono riuscite a fare passare il principio che gli Stati hanno il diritto di porre delle barriere doganali quando le importazioni aumentano oltre un certo volume o il prezzo dei prodotti importati scende sotto un determinato livello. Si tratta di un meccanismo speciale di salvaguardia, fondamentale per permettere ai Paesi in via di sviluppo di garantire la loro sicurezza alimentare. Apparentemente si tratta di un aspetto marginale rispetto alla partita dei sussidi agricoli, ma possiede un’alta valenza simbolica: rappresenta la garanzia di uno spazio per politiche di sviluppo in favore dei settori economici nazionali.

Due modelli contrapposti

“L’immagine stereotipata di un Nord cattivo che sfrutta il Sud non è più corretta”. Antonio Onorati, presidente della Ong Crocevia ed esperto di politiche agricole, ci tiene a sottolinearlo:  “Oggi c’è un sistema  di controllo dell’intera filiera che parte dai mezzi di produzione, detenuti dalle élite locali, grazie anche al capitale che viene da fuori, e si struttura attraverso intermediari senza scrupoli, fornitori di input produttivi, fertilizzanti, pesticidi e sementi, grandi traders, trasformatori e distributori”.
Perciò, continua, “non è corretto leggere il commercio agricolo con una lente che pretende di contrapporre liberismo o protezionismo. Esistono due modelli di agricoltura contrapposta, e il commercio internazionale agricolo è funzionale a un modello industrialista, intensivo.
Di contro c’è il modello che ancora caratterizza la stragrande maggioranza dei produttori agricoli a livello mondiale, ovvero quello di un’agricoltura su piccola scala, molto meno energy-intensive, orientata ai mercati locali e regionali.
La domanda allora è: quale modello di riferimento dovrebbe fare da parametro per i prezzi? L’agricoltura locale svolge una funzione di calmieratore dei prezzi, e il circuito corto dovrebbe diventare il riferimento per un modello agricolo che può servire anche i mercati regionali di milioni e milioni di abitanti -prosegue Onorati-. Il prezzo del petrolio non tornerà più ai livelli degli anni precedenti e l’idea assurda di un’economia senza agricoltura, sostenuta ad esempio dall’Inghilterra in sede europea, appare fallimentare sia da una prospettiva di sviluppo agricolo che di mercato. La stessa Wall Mart ha affermato di voler indirizzare prioritariamente il suo approvvigionamento agricolo negli Stati Uniti dalla produzione nazionale”.

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