Interni

Il porto occupato

Gli operai dell’ex Cantiere Navale Trapani non abbandonano la nave: dopo il fallimento della società hanno dato vita a una coop per rilevare la concessione

Tratto da Altreconomia 152 — Settembre 2013

“La vedi quell’insegna? Se acquisiremo l’area demaniale del cantiere navale la tireremo giù con una corda, proprio come la folla ha fatto con la statua di Saddam Hussein a Baghdad”. Gli ex lavoratori del Cnt, Cantiere Navale Trapani, non scherzano. All’inizio li chiamavano “i pirati”, ma ora quegli operai con le mani sporche di olio e le spalle leggermente ricurve hanno costituito la cooperativa “Bacino di Carenaggio” e hanno pronto un piano industriale per far ripartire l’attività del porto.
Enrico, Antonino, Liborio, Giacomo, Pietro e altri naufraghi del lavoro dall’estate 2011 sono in lotta per garantirsi un futuro occupazionale e per far rinascere “un bene comune”, come chiamano i 70mila metri quadrati dove per anni hanno lavorato alla manutenzione di navi e -in ultimo- alla realizzazione della petroliera “Marettimo M”, la più grande nave mai costruita in Sicilia.
Nei primi giorni di luglio il gioiello di Trapani ha lasciato il porto: la nave -finanziata da Unicredit Leasing, Unicredit Corporate banking, Banca Nuova, Intesa Sanpaolo e Montepaschi Siena- è stata trainata ai cantieri di Palermo per essere ultimata.
“Non è rimasto più nulla. Qui ci siamo solo noi del collettivo, abbandonati da tutti: dai media locali e nazionali, dal prefetto, dal sindaco, dall’amministrazione provinciale e regionale ma soprattutto dalle organizzazioni sindacali confederali. Su questo asfalto, non si è mai fatto vedere nessuno. Solo qualche politico per le campagne elettorali, e il sindaco per portare i panettoni. In 33 eravamo iscritti al sindacato, ma in 27 abbiamo stracciato la tessera. In aprile il Tribunale ha dichiarato il fallimento di Cnt e della Satin spa, la società che deteneva la maggioranza delle azioni della prima e che ha in affitto la concessione demaniale del cantiere. Due società dello stesso gruppo imprenditoriale, la famiglia D’Angelo. Ci avevamo visto bene. Ora stanno arrivando gli sciacalli che sono interessati a quell’area ma noi resistiamo. Abbiamo un piano industriale che darà lavoro a 100 persone. Non ci ferma nessuno”, spiegano Antonino Culcasi, 47 anni, due figli e 700 euro di mobilità, ed Enrico Licausi, presidente della cooperativa.

Basta guardarli in faccia per comprendere che non hanno alcuna intenzione di mollare: occhi scuri, profondi, braccia da marinai, e mani che non hanno mai avuto timore a sporcarsi. Quando hanno compreso che la società li avrebbe licenziati non hanno abbassato la testa, ma hanno alzato il tiro, occupando l’azienda e le gru. Poi sono saliti a bordo della “loro” petroliera: il 23 dicembre 2011 hanno ricevuto la lettera di licenziamento. Loro in risposta hanno “festeggiato” Natale e Capodanno sulla petroliera, senza luce.

Sulla nave hanno vissuto quattro mesi. Una mattina all’alba, però, i reparti antisommossa di Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza e Digos li hanno fatti sgomberare.
Testardi e coraggiosi non si sono arresi. Hanno ricominciato il presidio davanti ai cancelli del Cnt. Con loro Francesco Bellina e Vincenzo Morfino del circolo “Mauro Rostagno” di Rifondazione Comunista che con l’Arci “AMalaTesta” e il circolo anarchico “Andrea Salsedo” hanno sostenuto la battaglia dei pirati: “Quella bandiera con il teschio e le ossa incrociate l’ho portata qui i primi giorni della lotta”, racconta Vincenzo. “E noi la isseremo accanto a quella italiana che c’è all’ingresso del cantiere”, afferma Licausi.
Gli operai ci accompagnano al cantiere. Camminano nel porto come se fosse casa loro. Conoscono ogni angolo di questo posto. Tra le vecchie navi arrugginite e i ferri del mestiere si sono guadagnati il pane i loro padri, e ora vorrebbero tornare a metterci piede loro, che si sono sentiti traditi dal “padrone” e dalle istituzioni.
“Qui lavoravano sessanta persone. Quando ci siamo accorti che la situazione stava precipitando abbiamo cercato di capire che cosa stesse accadendo -racconta Antonino-. Abbiamo analizzato i bilanci delle società, e ci siamo accorti che avevamo a che fare con passivi di bilancio di svariate decine di milioni di euro. Sapevamo inoltre che nel cantiere la parola manutenzione non esisteva. Basta guardare com’è ridotto. Lo vedi con i tuoi occhi”.
La svolta è arrivata quando i proprietari hanno proposto un accordo che aveva l’avallo dei sindacati, ma è stato respinto dagli operai del collettivo in lotta:  “Al tavolo della prefettura hanno proposto di riassumere il personale di Cnt facendolo transitare in Satin. Il tutto nuove commesse permettendo. Non c’era alcuna garanzia per noi e per il cantiere. Eravamo di fronte a due società destinate al fallimento, con debiti, mezzi pignorati per insolvenza, senza i requisiti per continuare ad usufruire dell’area demaniale”.
Enrico va su tutte le furie quando sente parlare di politica: “Il bacino di carenaggio è lo strumento principe nel cantiere. È di proprietà della Regione Sicilia, che aveva stanziato 9 milioni di euro per la ristrutturazione, dopo che aveva lasciato ai proprietari la disponibilità dello stesso, nonostante le loro palesi difficoltà economiche. L’azienda ha persino partecipato alla gara per la risistemazione del bacino, venendo esclusa. Perché la Regione non libera finalmente quell’area da un’azienda fallita? Qui è tutto fermo, hanno ridotto tutto a ferro vecchio. Il bacino non è più utilizzabile. E questo cantiere è un bene pubblico!”.

Mentre parliamo -siamo davanti ai cancelli del Cnt- si avvicina un’auto di grossa cilindrata. Scende un uomo di mezz’età, ben vestito. Parla con Enrico, Antonino e gli altri: “Ragazzi allora la nave se n’è andata? Dobbiamo farla tornare. Qui abbiamo bisogno di lavoro”.
Gli operai torcono il naso: “Questo è uno di quelli interessati all’area” spiegano.
Ma non c’è spazio: vogliono essere “padroni” del loro lavoro. Non si fidano più di nessuno: “A queste persone sembra assurdo che dei ‘grezzi’ operai possano avere un piano industriale. Ma questo è il futuro. Abbiamo un business plan, un piano d’ammodernamento; la Lega Cooperative e l’architetto Saverio Francesco Tallarita ci hanno aiutati ad elaborare il tutto. Vogliamo far rifiorire questo cantiere. Il progetto prevede cento operai fissi, e la possibilità di generare un indotto. Trapani è il porto più strategico del mar Mediterraneo, il lavoro non mancherà: abbiamo già preso contatti con gli armatori e con i nostri vecchi clienti. Faremo riparazioni navali e rimessaggio (lavaggio, manutenzione al motore etc). Sappiamo di una lettera del ministero delle Infrastrutture che invita la Capitaneria a prendere in considerazione la nostra istanza, che è ferma da un  anno. È tutto bloccato, ma non capiamo il perché. Forse si spaventano del fatto che gli unici ad avere un piano di riqualificazione sono degli operai? Non vogliamo fare profitto ma solo garantire un futuro ai nostri figli”, spiegano Antonino e Liborio.

Il progetto di riqualificazione e rifunzionalizzazione dell’area -elaborato da Tallarita con Gaetano Cascino e Francesco Alfieri di “Ctrl+Studio”- mira a far ripartire l’attività del cantiere e ha l’obiettivo di essere sostenibile, sicuro ed efficiente. Se fino a ieri gli operai erano costretti a lavorare in un capannone con la copertura in eternit, esponendo la loro salute alle polveri d’amianto, con il nuovo piano quei capannoni avranno un sistema misto di pannelli fotovoltaici e lamiera grecata coibentata, che permetteranno una mitigazione delle temperature e un ciclo di autoproduzione energetica che abbatterà i consumi e ridurrà l’impatto ambientale della struttura.
Non solo: anche lo spiazzale e il parcheggio interno al cantiere avranno una copertura fotovoltaica. Il piano della cooperativa “Bacino di Carenaggio” non tralascia nulla e ha una forte impronta ecologica: “Il sistema di smaltimento dei rifiuti -spiega Tallarita-, che sino ad oggi è stato trattato in modo assolutamente inidoneo, sarà riprogettato. Il piano prevede la creazione di un’area separata in cui differenziare i rifiuti all’interno di contenitori ‘scarrabili’, con tanto di isolamento per evitare il rischio d’inquinamento dello specchio d’acqua”.
I soci della cooperativa sono orgogliosi del loro progetto. Sanno che è una battaglia tutta in salita. Quando chiediamo a Francesco Bellina se gli ex operai non corrono il rischio di morire nel mare dell’indifferenza della città e delle istituzioni, la risposta del giovane del circolo “Mauro Rostagno” è chiara: “No! È impossibile, non ho mai visto persone così determinate”.
Del resto, per i soci della cooperativa il cantiere è vita. Molti di loro lo conosco fin da quando erano piccoli. I loro padri lavoravano nello stesso luogo. Hanno visto arrivare navi da tutto il mondo. Sono cresciuti ascoltando storie di marinai, di “artisti” della navigazione, di artigiani delle imbarcazioni. Il padre di Liborio era mastro capo reparto. “Mio papà -spiega  Giacomo D’Amico- era mastro d’ascia,  e mi ha insegnato il mestiere. Siamo quelli che sanno sagomare le imbarcazioni in legno. La nostra è una grande tradizione”.
Come quella dei calafati, operai specializzati famosi al cantiere navale di Trapani: per diventare maestro calafato ci volevano otto anni. Sono vecchi lupi di mare. Uomini che conoscono il loro lavoro, la loro città, il ventre del cantiere. “Siamo invisibili ma restiamo, qui perché nessuno ci può cancellare. Nemmeno un licenziamento”. —

Una lotta operaia
La lotta degli ex lavoratori del Cnt spa, Cantiere Navale Trapani, inizia nella primavera del 2011. Da due anni lottano per difendere lo stabilimento sorto negli anni Sessanta, e inizialmente gestito dall’Ente siciliano per la promozione industriale. Solo qualche anno più tardi subentrò il Cnt, con una cordata di imprenditori locali. Successivamente la maggioranza delle azioni andò alla famiglia D’Angelo, tramite Satin spa. Nel 2005 comincia la costruzione della petroliera “Marettimo M”, commissionata dalla società Augusta Due del gruppo Med Nav.  La realizzazione della petroliera porta alla crisi finanziaria Cnt e Satin. 59 operai vengono messi in cassa integrazione ordinaria e dal 21 dicembre 2010 per 24 scatta la mobilità. I lavoratori non ci stanno, e nel febbraio 2011 occupano per 23 giorni l’azienda, e il 14 luglio 2011 salgono sulle gru. Da settembre 2011 ad aprile 2012 tornano ad occupare la ditta. A novembre scelgono di fare un gesto estremo ma pacifico: salgono sulla petroliera che avevano costruito. Ogni sera, intorno alle 23, “svegliano” la città con un tam tam tribale prodotto battendo sui fusti di olio. Il “grido dei pirati” arriva nelle case di chi abita in zona, e torna indietro amplificato da chi prende mescoli e casseruole per esprimere solidarietà. A metà aprile 2013 lo sgombero: le forze dell’ordine si presentano con le ambulanze. Non ce ne sarà bisogno. Il collettivo inizia il presidio davanti ai cancelli dell’azienda. Dei 36 che avevano iniziato la battaglia restano in 24. Diciassette di loro da marzo 2013 hanno costituito la cooperativa “Bacino di Carenaggio”.
 

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