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Diritti

Il pm Zucca e la polizia senza controllo

Enrico Zucca è uno dei due pm (l’altro è Francesco Cardona Albini) che ha sostenuto l’accusa al processo contro funzionari e dirigenti di polizia per le violenze e le falsicazioni compiute alla scuola Diaz il 21 luglio 2001, durante il…

Enrico Zucca è uno dei due pm (l’altro è Francesco Cardona Albini) che ha sostenuto l’accusa al processo contro funzionari e dirigenti di polizia per le violenze e le falsicazioni compiute alla scuola Diaz il 21 luglio 2001, durante il G8. Zucca è stato sottoposto a fortissime pressioni e ha accusato pubblicamente la polizia di stato di avere ostacolato le indagine, attraverso comportamenti omertosi, simili a quelli tipici dei processi contro le cosche mafiose.

In questa intervista pubblicata dal Manifesto, Zucca mette in luce quanto la polizia – non solo in Italia – riesca a sottrarsi ad ogni tipo di controllo: l’unico attualmente esistente è quello esercitato dalla magistratura, con i limiti e i risultati che si conoscono.

A fronte della cosiddetta riforma della giustizia in preparazione, Zucca fa notare che le forze di polizia rischiano in futuro di essere strutturalmente sottratte al controllo esercitato dalla magistratura, che prederebbe la sua indipendenza dal potere politico. Salterebbe un altro tassello dello stato di diritto, sotto attacco da tempo.

 

INTERVISTA | di Sara Menafra

Quando indaga solo la polizia il governo controlla le inchieste
Zucca: impossibile perseguire gli agenti. A Londra se ne sono accorti

Enrico Zucca è stato il pubblico ministero di Genova che ha condotto
l’inchiesta sul pestaggio alla scuola Diaz durante il G8 e ha
rappresentato l’accusa nel processo di primo grado, portando alla sbarra
i vertici della polizia di stato. Ora che il governo vuole
ridimensionare il ruolo del pm per affidare le indagini solo alla
polizia giudiziaria è naturale sentire cosa ne pensa.


Dunque, dottor Zucca, partiamo proprio dalle indagini sulla polizia.
Saranno ancora possibili, se a indagare dovrà essere solo la stessa polizia?

Quelle inchieste sono possibili se e quando ci sono autorità
indipendenti che possono occuparsi di questi casi. Per definizione e
struttura il pubblico ministero è questa autorità indipendente e quanto
più ha autonomia nel sistema tanto più sono possibili indagini di questo
tipo. Tutti i sistemi sono riluttanti a perseguire poliziotti e
riconoscerne la responsabilità, a prescindere dal sistema penale che
adottano o dalla maggiore o minore separazione tra indagini e accusa.
Sono le statistiche mondiali a dire che la maggior parte di queste
inchieste finiscono in clamorose delusioni. Il sistema fa fatica a
riconoscere gli errori della polizia, perché farlo vuol dire riconoscere
che chi indaga abusa, vuol dire esporre le debolezze di chi fronteggia
il crimine.


Ma più in generale, può avere un senso distinguere le indagini dalla
gestione dell’accusa?

L’unico sistema che ha una netta distinzione tra indagini e accusa è
quello inglese. E’ qui che nasce la concezione di pm come «avvocato
della polizia», ma questo è un modello istituzionale, del tutto
peculiare, tipico di un sistema che, per tradizioni storiche, non ha
avuto un vero e proprio ufficio del pm. E’ una peculiarità
dell’Inghilterra e del Galles perché già la Scozia ha un pubblico
ministero esattamente come lo intendiamo noi. Solo dal 1985 è stato
creato in Inghilterra un ufficio della pubblica accusa, il Crown
prosecution service, competente non a fare le indagini, ma a decidere se
esercitare o no l’azione penale, iniziativa che prima di allora spettava
alla sola polizia. Fino ad attribuire alle prosecuting autorithies
poteri investigativi diretti.


Nelle scorse settimane, tutto il mondo ha discusso della sentenza De
Mendes, il ragazzo brasiliano ucciso dalla polizia come «sospetto
terrorista» perché stava scavalcando i tornelli della metro di Londra.
Il Coroner non ha neppure ammesso l’accusa di omicidio…

E’ una procedura profondamente diversa dalla nostra, quello del Coroner
è un giudizio di diritto che precede il merito affidato alla giuria. Ma
è vero che la sequenza di errori della polizia inglese, ha portato quel
paese ad aprire una profonda riflessione sulla giustizia. Negli anni
’80, l’Inghilterra ha ipotizzato la creazione di un ufficio del pm, dopo
una serie spaventosa di errori di polizia, soprattutto nelle inchieste
di terrorismo. Il caso più noto è quello dei Guildford four (citati nel
film Nel nome del padre ndr) ma in molti altri casi si è scoperto che la
polizia aveva manipolato le prove. E il bilancio sulla repressione dei
crimini commessi dai poliziotti è assolutamente negativo, non è stato
condannato nessun agente. Nessuno.


Dunque in quel sistema il primo problema diventa controllare la polizia?

Non è solo un parere. Le contraddizioni della giustizia inglese, a detta
degli stessi operatori, sono talmente tante che da anni si parla di
cambiare. Perché quel sistema funziona male soprattutto nella fase delle
indagini. A metà degli anni ’90 una commissione di riforma ha
apertamente discusso se introdurre il sistema inquisitorio, quello del
giudice istruttore, in un sistema che da millenni si basa sulla parità
tra accusa e difesa. Insomma, vogliono tornare proprio all’impianto che
ora l’Italia sta abbandonando. Tutti i sistemi penali sono in crisi, ma
il sistema inglese è uno di quelli più in crisi. Si parla continuamente
di riforma e lo si fa soprattutto con l’intento di limitare il ruolo
della polizia. Alcuni giorni fa, un parlamentare dell’opposizione
inglese è stato arrestato e interrogato senza che il «consulente legale»
della polizia, il Crown prosecution service, fosse stato informato. Del
resto il coordinamento delle indagini non spetta a lui. Lo ripeto: il
sistema che ha creato l’avvocato della polizia lo sta abbandonando,
perché non funziona.


Ma allora, secondo lei, perché la politica italiana pensa che quello
sarebbe un sistema più equilibrato?

Mi pare chiaro che il punto a cui si vuole giungere è il controllo sulle
scelte. Con l’idea che la polizia è soggetta alle proprie
amministrazioni e dunque più controllabile, mentre il pm non lo è.
Anche il Pd dice apertamente che è necessario distinguere chi avvia le
indagini, anche se si dovesse mantenere il coordinamento del pm.
E’ un sotterfugio per dire che la polizia può essere sottoposta ad un
controllo politico e che si può arrivare ad una azione penale
discrezionale. Già oggi il poliziotto inizia la maggior parte delle
indagini, non lo fa nel settore che riguarda la pubblica
amministrazione, il più delicato. Se si toglie l’iniziativa al pm lo si
fa per limitare il controllo di legalità.

Ma non c’è un problema di carenza di prove? Di indagini frettolose che
coinvolgono la politica ma poi crollano?

C’è un problema di povertà probatoria diffuso e ben più esteso delle
inchieste di cui si parla in questi giorni. Ci sono castelli giudiziari
analoghi a quelli di Salerno o Catanzaro che tengono ad ogni vaglio e
poi crollano ma nessuno si scandalizza, perché riguardano delinquenti o
mafiosi. Già oggi la polizia è spesso molto grossolana nelle sue
valutazioni.

Cosa pensa della vicenda di Pescara?
Credo che il passo indietro del gip abbia dimostrato che i contrappesi
esistono già. E’chiaro che può esserci stato un errore, è un problema
fisiologico. Ma non basta a giustificare una discussione sulla riforma
della giustizia.

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