Diritti

Il peschereccio e il vero volto dell’Italia

La vicenda del peschereccio siciliano preso a mitragliate da una delle motovedette libiche fornite al regime di Tripoli dal governo italiano, e con istruttori italiani a bordo, è una straordinaria occasione di verità. La natura equivoca della relazione stretta fra…

La vicenda del peschereccio siciliano preso a mitragliate da una delle motovedette libiche fornite al regime di Tripoli dal governo italiano, e con istruttori italiani a bordo, è una straordinaria occasione di verità. La natura equivoca della relazione stretta fra il nostro paese e la Libia vi trova una plastica espressione, riassunta nell’incredibile atteggiamento di Franco Frattini, che ha buttato letteralmente a mare la sua residua (invero minima) credibilità sul palcoscenico internazionale.

Frattini ha quasi giustificato l’azione militare libica, dicendo che il peschereccio sapeva d’essere in acque libiche (la tesi èche  quindi che l’equipaggio se l’è andata a cercare), ma in questo modo Frattini sembra più il ministro degli esteri libico, dato che stiamo parlando di uno specchio d’acqua che probabilmente è in una fetta contesa di Mediterraneo, cioè in acque che sono internazionali per tutto il mondo eanche  per il nostro stesso paese (almeno finora), e libiche solo per la Libia, che ha rivendicazioni di frontiera in quel tratto di mare.

In casi del genere, un ministro degli esteri dovrebbe muoversi con prudenza e tutelando prioritariamente i diritti del proprio paese e le regole internazionali. Non è il caso di Frattini, che certo ha ben presenti gli incauti accordi con la Libia pomposamente stipulati dal presidente del consiglio e approvati in parlamento con una maggioranza bulgara (raramente il voto favorevole delle opposizioni è stato più infelice).

Quanto al ministro Maroni, che ha avuto l’ardire di sostenere che forse i libici hanno scambiato il peschereccio per un "barcone di clandestini", siamo a un livello di cinismo e di irresponsabilità che non ha precedenti nella storia repubblicana. D’altronde stiamo parlando di un dirigente di un partuito – la Lega Nord – che della xenofobia e della lotta quotidiana contro i migranti ha fatto la sua ragione d’essere. Un partito che annovera fra i suoi massimi esponenti i due primi condannati in base alla legge Mancino contro l’incitazione al razzismo: il sindaco di Verona Flavio Tosi (condanna passata in giudicato) e il vice sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini (in primo grado).

Siamo su un terreno che non è quello della democrazia liberale. 

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