Diritti

Il naufragio della cultura liberale

Oggi il Corriere pubblica un editoriale che mostra chiaramente il cedimento della cultura liberale nel nostro paese. Non c’è di che rallegrasi. L’autore è Piero Ostellino, già direttore del giornale, epigono a suo dire del liberalismo classico. Il tema è…

Oggi il Corriere pubblica un editoriale che mostra chiaramente il cedimento della cultura liberale nel nostro paese. Non c’è di che rallegrasi. L’autore è Piero Ostellino, già direttore del giornale, epigono a suo dire del liberalismo classico. Il tema è quello dell’immigrazione, delle politiche sulla sicurezza, del decreto che facilita le espulsioni. Ostellino accusa Prodi di avere sposato le posizioni della “sinistra radicale” e di “un’Italia minoritaria” (per un liberale non dovrebbe essere una colpa) arrivando ad approvare un decreto per il quale “sarà espulso solo chi delinque o rappresenta, genericamente, un pericolo per la convivenza ordinaria, a giudizio della magistratura ordinaria”.
Un osservatore ingenuo, conoscitore del liberalismo otto e novecentesco, si aspetterebbe un’invettiva a partire da quel “genericamente”: un liberale dovrebbe interrogarsi sul rischio di introdurre una norma che infligge restrizioni della libertà sulla base di  un generico pericolo per la convivenza ordinaria: chi può stabilire l’esistenza di questo pericolo? Dove sono finiti i principi liberali?, dovrebbe chiedersi un liberale autentico.

Invece no. I liberali del XXI secolo – secondo Ostellino – ritengono che si dovrebbe stare con “la maggioranza” (ma i liberali non dovrebbero diffidare di chi pensa che la maggioranza abbia sempre ragione?), rappresentata in questo caso da “Walter Veltroni, sinistra riformista e opposizione”, la quale vorrebbe “l’espulsione di chi non riesca a dimostrare, entro tre mesi dall’ingresso in Italia, di avere un domicilio e un lavoro, a giudizio del giudice di pace”.

Quel che allarma è che lo stesso Ostellino riconosce che c’è un diritto naturale, per il quale un individuo non può essere giudicato se non in presenza in un reato, e l’articolo 13 della Costituzione sulla libertà personale. Ma, aggiunge Ostellino, “in uno stato che voglia dirsi liberali c’è sempre una gerarchia di valori“. Secondo Ostellino questa gerarchia non è quella dettata dalla Costituzione, che tutela le libertà personali di tutti, a prescindere da razza, sesso, religione eccetera, ma quella voluta a suo avviso dalla maggioranza degli italiani, che invocano il loro legittimo “diritto alla sicurezza”.

Ostellino, fra le altre cose, dà dunque per scontato che la sicurezza degli italiani sia incompatibile con la presenza di immigrati, quindi che l’insicurezza – quella reale, quella percepita, quella raccontata dai media?, questo Ostellino non lo dice – è legata alla presenza sul suolo patrio di cittadini stranieri che dopo tre mesi non abbiano lavori stabili e un domicilio. Tralascio qui ogni considerazione sull’esistenza in Italia di alcuni milioni di lavoratori in nero e sull’impossibilità per gli immigrati di ottenere un domicilio, a causa di leggi vessatorie: Ostellino ovviamente non si occupa di queste cose.

Basti però segnalare lo scivolamento di Ostellino verso posizioni xenofobe, forse inconsapevolemente xenofobe, e la disponibilità – stupefacente – a considerare la Costituzione e la libertà personale (degli immigrati, va da sé), come trascurabili ostacoli al raggiungimento dei contingenti obiettivi politici di una maggioranza di fatto.

L’articolo di Ostellino, naturalmente, è solo un articolo, ma va preso sul serio: probabilmente è una spia del cedimento della cultura liberal-democratica di fronte al tema dell’immigrazione, la sua disponibilità a legittimare quella democrazia autoritaria che la maggioranza di fatto indicata da Ostellino sta costruendo intorno a noi. 

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