Interni

Il mercato della paura – Ae 86

Calano i crimini ma trionfa la retorica della protezione. La spesa per la sicurezza, pubblica e privata, aumenta, anche se a favore di soluzioni la cui utilità non è provata. Come nel caso della video-sorveglianza Come hanno scritto alcuni autori…

Tratto da Altreconomia 86 — Agosto 2007

Calano i crimini ma trionfa la retorica della protezione. La spesa per la sicurezza, pubblica e privata, aumenta, anche se a favore di soluzioni la cui utilità non è provata. Come nel caso della video-sorveglianza


Come hanno scritto alcuni autori americani, già alla fine degli anni ottanta appariva evidente che la sicurezza sarebbe diventata il business del XXI secolo. È infatti tipico delle congiunture connesse alle grandi trasformazioni politiche l’ossessione per l’insicurezza in tutti i campi.

Il processo di destrutturazione provocato dalla rivoluzione tecnologica, dalla rivoluzione finanziaria e da quella militare, con lo sviluppo neo-liberale globalizzato, ha portato al trionfo sempre più pervasivo della paura e delle proposte di rassicurazione manipolate dagli attori forti.

Che chiedono sempre più deleghe e imbastiscono affari sempre più redditizi. In effetti, il successo del “teorema sicuritario” (più polizia, più repressione, più penalità, tolleranza zero) soddisfa una molteplicità di attori: i politici che occultano le vere ragioni delle insicurezze -ossia il degrado socio-economico e l’erosione dei diritti fondamentali-, giornalisti, opinion leader, imprenditori morali e dirigenti delle polizie pubbliche e private che fanno carriera, le società che producono e commercializzano sistemi di sicurezza, le assicurazioni che offrono polizze contro qualsiasi rischio. Le ripetute campagne allarmistiche sembrano far diventare realtà le insicurezze inventate a colpi di sondaggi manipolanti e analisi di statistiche che misurano solo quello che il potere vuole misurare. Così, il paradosso apparente è che in realtà oggi c’è molto meno insicurezza dovuta alla criminalità, ma si promuove l’inflazione delle spese per combatterla e punirla.

Dal 1990 alla fine del 2006 il totale dei reati denunciati dalle forze di polizia in Italia è rimasto quasi immutato (erano 2.501.640 e nel 2006 sono stati 2.515.168). Inoltre, più del 30% dei reati sono in realtà banali trasgressioni alle norme (ingiurie, schiamazzi, ubriachezza, ecc.); i reati effettivamente gravi (omicidi e rapine) sono diminuiti. C’è stato però un forte aumento del ricorso alle denunce di una parte della popolazione e una notevole crescita della disponibilità a riceverle da parte delle forze di polizia (sino a volte a incitarle come prova della popolarità di queste). Il risultato è stato il boom delle risorse pubbliche e private destinate alla sicurezza, l’enorme aumento dei controlli sulle persone e lo scarso controllo sulle attività che oscillano fra legale e illegale su scala locale, nazionale e mondiale (si pensi ad esempio alle delocalizzazioni e all’aumento delle economie sommerse).     

Molti indizi fanno pensare che rispetto ai Paesi ricchi cosiddetti democratici in Italia la spesa per la sicurezza, pubblica e privata (in proporzione agli abitanti), sia la più alta e la meno democraticamente controllata (per certi versi è più controllato il settore militare grazie alle battaglie degli anni Settanta).

La quasi totalità dei politici italiani ignora del tutto i diversi aspetti del settore della sicurezza e perpetua una pratica di corteggiamento nei confronti dei dirigenti di tale settore.

È emblematico che sia quasi unanimamente condivisa l’idea che “la sicurezza non è di destra né di sinistra”. La proliferazione dei dispositivi e degli attori nel campo della sicurezza complica la ricerca sulle spese che lo riguardano. Le risorse pubbliche -perciò che concerne le attività di sicurezza- allocate alla polizia di Stato, all’Arma dei carabinieri, alla Guardia di finanza, alla Guardia forestale, alla Polizia penitenziaria, alle carceri, alla Guardia costiera, alle Capitanerie di porto e alle polizie locali (oltre che ai dispositivi e sistemi di controllo, repressione e punizione), figurano in diversi capitoli di spesa che a volte apparentemente non hanno nulla a che fare con il settore sicurezza. L’ibridizzazione e la pervasività dei controlli ha infatti fagocitato all’interno della cornice e quindi della pratiche sicuritarie anche attività di ben altri settori (la sanità, la pubblica istruzione, l’assistenza sociale, i trasporti, le istituzioni artistiche come i musei, ecc.). Mentre i portavoce di tutte le istituzioni del settore sicurezza si lamentano sempre delle riduzioni e dell’insufficienza delle risorse ad esse destinate, non è difficile stimare che in realtà esse abbiano avuto un aumento notevole.

È importante osservare che le spese per la sicurezza sono raramente discusse e valutate, in particolare quando si tratta di dispositivi che sembrano essere diventati “sacri”. È il caso dei sistemi di video-sorveglianza che tutti i comuni di destra e di sinistra adottano da più di un decennio senza mai valutarne l’utilità, più che mai dubbia come dimostrano diversi studi nei Paesi anglosassoni e francofoni. Peraltro, a proposito delle pratiche sicuritarie nel settore migrazioni, la stessa Corte dei Conti ha dimostrato la ridicola “produttività” della logica proibizionista-repressiva (che però ha provocato sempre più morti fra i migranti).  

Il fenomeno ancora più eclatante di quest’ultimo ventennio riguarda lo sviluppo incontrollato e considerevole della privatizzazione della sicurezza pubblica e della sicurezza dei privati. Nulla si sa di quanto spendono gli italiani per sistemi di sicurezza più o meno sofisticati (dai catenacci, serrature e porte blindate sino ai sistemi di allarme più complessi) e per le assicurazioni, ma è certo che si tratta di un budget che ha avuto una crescita esponenziale. Ancor più clamoroso è stato l’aumento del valore finanziario delle attività delle polizie private ormai impiegate non solo nei tradizionali compiti di vigilanza (banche, dimore private, industrie e società diverse, ecc.) ma anche in spazi pubblici (aeroporti, università, musei, ministeri, addirittura depositi di armi delle forze armate, quartieri che imitano le “gated communities”, trasporti pubblici, centri commerciali, ecc.).



Secondo le logiche oggi dominanti la produttività delle forze e dei dispositivi di sicurezza si misura innanzitutto in termini di persone e cose controllate, denunce e arresti. Paradossalmente, gli studi recenti delle stesse istituzioni mostrano che l’aumento della stretta repressiva a parità di reati identificati non fa diminuire il sentimento di insicurezza. In effetti, i reati gravi e anche meno gravi sono diminuiti -secondo il ministero degli Interni (giugno 2007) nel 1991 si erano registrati 1901 omicidi, nel 2005 “solo” 601 e nel 2006 in tutto 621, di cui 121 dovuti alle mafie- mentre aumentano il disagio e le insicurezze dovute a malesseri e problemi sociali che ovviamente non possono mai essere contrastati dall’azione delle polizie.

Ne consegue che se non c’è un adeguato equilibrio fra spese per le politiche sociali e spese per la sicurezza e la penalità si producono inevitabilmente gravi effetti perversi.

In Italia manca una tradizione liberal-democratica di controllo del settore sicurezza. Sia a livello centrale che a livello locale non c’è mai stato un’effettiva valutazione delle scelte in tale campo. La valutazione della sicurezza non deve corrispondere alla effettiva tutela delle persone più a rischio di insicurezza? Ma chi sono queste persone? Non sono forse i rom, gli immigrati clandestini alla mercé del sommerso, i marginali, gli stessi italiani costretti a subire il sommerso o semi-nero? Cosa fanno le polizie per tutelare queste persone? E cosa si fa nei confronti degli abusi, della corruzione e delle violenze da parte di agenti delle polizie?



* Salvatore Palidda insegna Sociologia alla facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Genova



Costi benefici: la certezza degli sprechi

L’assenza di controllo sulle spese per la sicurezza, e dell’interesse politico a esercitarlo, appare palese nel fatto stesso che i rapporti sulla sicurezza del ministero dell’Interno non rendono mai conto del rapporto costi-benefici, della distribuzione delle risorse interne, del rapporto fra operatori e reati identificati e perseguiti e delle altre attività.

Alcuni esempi di irrazionalità e sprechi fra i più plateali: perché mantenere in ogni città più numeri verdi e più centrali operative delle polizie pubbliche (112, 113, 117)? Perché mantenere unità per il controllo del territorio separate (“gazzelle” dei carabinieri, “pantere” della polizia)? Perché mantenere unità per la gestione dell’ordine pubblico separate? Perché mantenere presidi concorrenti sullo stesso territorio (stazioni dei carabinieri e commissariati di polizia)?

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia