Il futuro brevettato – Ae 87 –

Biotecnologie, farmaci, software. La partita commerciale dei prossimi anni si gioca sulla proprietà intellettuale. In palio sovranità alimentare, salute e innovazione, e il rischio di dover pagare i diritti per coltivare i broccoli. O di privatizzare il genoma umano Il…

Tratto da Altreconomia 87 — Ottobre 2007

Biotecnologie, farmaci, software. La partita commerciale dei prossimi anni si gioca sulla proprietà intellettuale. In palio sovranità alimentare, salute e innovazione, e il rischio di dover pagare i diritti per coltivare i broccoli. O di privatizzare il genoma umano


Il futuro dipende dai broccoli. L’Ufficio europeo dei brevetti (Epo) deciderà entro fine anno se è possibile brevettare una particolare tecnica per la coltivazione dei broccoli. Se il giudizio sarà positivo, consentirà di registrare “processi essenzialmente biologici in grado di migliorare geneticamente piante e animali”. E il principio si applicherà a tutte le domande di brevetto in corso e a quelle future. Poi se vorrete piantare broccoli nei vostri orti, correrete il rischio di dover pagare dei diritti.

Fosse solo questo: in gioco infatti c’è la brevettabilità di ciò che già esiste in natura. Finora, almeno da noi, è sempre stato possibile brevettare solo “opere dell’ingegno”, cioè prodotti che prima non esistevano. Presto il modello potrebbe diventare quello statunitense, dove al contrario registrare processi e cose “naturali” è permesso da anni.

Non a caso le multinazionali hanno fiutato l’affare, in particolare quelle delle biotecnologie. Chi -come Monsanto o Syngenta- ha sviluppato, brevettato e commercializzato sementi geneticamente modificate, oggi vede nella possibilità di registrare ciò che esiste in natura un settore in cui allargare il proprio business.

Monsanto, ad esempio, ha presentato al World Intellectual Property Organization (Wipo, l’agenzia della Nazioni Unite specializzata nella promozione della proprietà intellettuale) 12 domande per brevettare tecniche di allevamento dei maiali.



Di brevetti e del boom delle biotecnologie noi di Altreconomia ci siamo occupati per la prima volta nel 2000.

A Genova c’era Tebio, una vetrina per l’attività delle grandi multinazionali che  lavorano nel settore delle manipolazioni genetiche. La Rete Lilliput convocò un controvertice che chiamò “Mobilitebio”. Arrivarono 9 mila persone. Il “caso” finì sui giornali: finalmente anche l’Italia si accorse che la diversità biologica era diventata la nuova frontiera dello sfruttamento delle risorse del Sud del mondo. I giornali iniziarono a parlare di geni e brevetti. Grazie alla denuncia di Mobilitebio: i brevetti sugli organismi geneticamente modificati (ogm) mettono a rischio la sovranità alimentare -i piccoli agricoltori non possono più conservare i semi per ripiantarli l’anno dopo, né scambiare i semi tra contadini- ma anche la biodiversità. Senza risolvere il problema della fame nel mondo.  

Il paradosso dei broccoli (o dei maiali), ovvero brevettare una “cosa della natura” (perché un ortaggio non è un’opera dell’ingegno!) rischia di riguardarci da molto vicino: oggi si pensa di brevettare genoma umano. Addirittura lo scrittore Michael Crichton, che in passato ha scritto “Jurassic Park”, ha dedicato al tema “Next”, il suo ultimo libro. Per la prima volta, ha scelto di chiudere la fiction con una riflessione, che nasce dalle ricerche fatte per scrivere il libro: “Abbiamo moltissime ragioni per credere che i brevetti sui geni siano inutili, insensati e dannosi” scrive. “Sostenere che i geni siano un’invenzione dell’uomo è assurdo -continua-. Concedere un brevetto su un gene è come concedere un brevetto sul ferro o sul carbone”.



La riflessione sui brevetti tocca anche il settore farmaceutico. Alla base del brevetto c’è l’idea che l’opera d’ingegno debba essere innovativa. E, in questo caso, dall’innovazione dipende la vita di milioni di persone (che possono curare o meno una malattia). Spesso, però, il brevetto è solo lo strumento che nega l’accesso ai farmaci, specie nei Paesi del Sud del mondo. Oggi infatti l’innovazione è al palo: sempre più la concorrenza tra le aziende si fa su farmaci-doppioni (detti me-too), che sono sempre più costosi, e non su prodotti innovativi, sicuri e convenienti.

Doppi e sospetti, li abbiamo definiti (vedi Ae n. 59): le case farmaceutiche si sono dedicate al marketing e spendono più soldi in promozioni e pubblicità per vendere prodotti solo leggermente diversi tra di loro piuttosto che in ricerca e sviluppo di nuovi farmaci.

Per questo due terzi delle oltre 2.600 molecole brevettate e messe in commercio dall’industria farmaceutica tra il 1981 e il 2002 non innovano davvero. I brevetti, quindi, sono uno strumento di monopolio che gioca con la vita di miliardi di persone, perché limitano l’accesso ai medicinali nei Paesi poveri. È il giudizio della rivista scientifica Prescrire International (vedi Ae n. 59). Che spiega: le sostanze con cui son fatte le medicine, di per sé, non costano molto. È l’esclusiva che costa. In questo caso il brevetto fa il prezzo.

Qualcosa, però, è cambiato: l’India ha approvato una legge che non riconosce i brevetti che apportano solo cambiamenti minori a molecole già conosciute. La multinazionale Novartis, la quinta industria farmaceutica al mondo -19,9 miliardi di dollari di fatturato nei primi sei mesi del 2007-, ha fatto ricorso.

Ma l’ha perso, a inizio agosto, di fronte al tribunale di Chennai. Un altro scacco al brevetto, il secondo dopo che il Sudafrica, otto anni fa, aveva vinto la propria battaglia per poter importare farmaci “generici” (cioè equivalenti a quelli in commercio ma è molto più economici, perché non coperti da brevetto) contro il virus dell’Hiv. Aveva di fronte un cartello formato da 39 industrie farmaceutiche, tra cui la Bayer.  



La questione dei brevetti esiste anche in ambito informatico, dove la differenza è tra software proprietario (quello sviluppato da Microsoft, ad esempio) e software libero. Il secondo applica un’idea di economia solidale al mondo del computer: un programma di software libero si può liberamente eseguire, copiare, distribuire, studiare, modificare.

Il free software, ad esempio Ubuntu (www.ubuntu-it.org), nasce per favorire la condivisione dei saperi e sono sviluppati in maniera condivisa e cooperativa, mettendo in relazione sviluppatori e utilizzatori.

Siccome tutti (o quasi) siamo abituati a Microsoft, Altreconomia ha pubblicato il libellulo “Come passare al software libero e vivere felici”.

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