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Finanza / Opinioni

Il finto “indice della paura” che racconta bene il capitalismo di oggi

© Tim Trad - Unsplash

L’indice Vix, nato in teoria per misurare la volatilità dei mercati e quindi la “paura” degli investitori, si è trasformato nell’ennesimo strumento speculativo per chi ci scommette. Alimentando un siderale distacco tra mercato reale e bolla finanziarizzata sganciata dalla realtà. Come fermare questo processo? L’analisi di Alessandro Volpi

Nel fantasmagorico mondo della finanza esiste un “indice della paura”. Si chiama Vix ed è stato creato dal Cboe global markets (Cboe), originariamente noto come Chicago board options exchange. A che cosa serve? A ben poco in termini reali perché misura la volatilità del principale listino mondiale che già di per sé fa capire se è volatile o meno. Il che lo rende un indice quantomeno superfluo.

Ma la funzione del Vix è molto rilevante invece per gli scommettitori-speculatori. Esistono infatti titoli derivati che scommettono sull’andamento di questo indice o ne replicano l’andamento. In altre parole, siamo di fronte a un artificio creato appositamente per consentire la speculazione finanziaria o, direbbe qualcuno, per “coprirsi”. È davvero fantastica la quantità degli strumenti che non servono a nulla se non a creare ricchezza del tutto artificiale, utilizzando come elemento di riferimento “la misurazione della paura”. Quella che magari si contribuisce a creare.

L’aspetto ancora più singolare è che giornali e media citano questo indice come se fosse vero. Questa breve notazione consente di riprendere un tema che sta diventando sempre più decisivo. Si tratta della differenza fondamentale tra mercato e capitalismo, due termini che non sono affatto sinonimi. Il capitalismo, che nell’attuale fase è diventato un monopolio finanziarizzato, ha poco a che vedere con il mercato, inteso come l’elemento costitutivo dei processi economici e sociali, necessario per definire il valore di scambio e per garantire la remunerazione individuale e collettiva.

Nella definizione di tale valore esistono beni che sono così indispensabili che il mercato stesso determina la loro gratuità: in altre parole la dimensione pubblica è parte integrante di un mercato che, appunto, ha come sostanza il riconoscimento del valore. In tal senso, esistono l’equità del mercato, la giustizia del mercato, la centralità del lavoro e delle risorse nel mercato. Il capitalismo consiste nella ricerca costante del profitto, a cui subordina qualsiasi altra funzione, a cominciare da quella della definizione di un prezzo che sia reale prima ancora che giusto. Il capitalismo è una distorsione del funzionamento del mercato che, nell’attuale fase del monopolio finanziarizzato, si traduce nella celebrazione della speculazione costruita in quanto tale.

Abbiamo bisogno di separare mercato e capitalismo per evitare che l’avidità di quest’ultimo travolga ogni forma di economia e di società non confinata nella propria chiusa autosufficienza. Si tratta di una questione prima di tutto culturale e politica. Il mercato, infatti, non ha soltanto una dimensione economica, è il luogo dello scambio in cui intervengono elementi morali, politici e culturali tra i quali possono comparire il dono, la cessione, la distribuzione pianificata. Sono stati i processi culturali, e la stessa capacità egemonica del capitalismo, a declinare il mercato in una sola direzione economica.

Nel corso della storia, sono esistite, già prima della rivoluzione industriale e dopo, in varie zone del mondo forme di mercato che attribuivano un valore reale e sociale ai beni e ai servizi, che non si limitava al tema della scarsità o dell’abbondanza, ma facendo riferimento a quello della necessità e dell’utilità collettiva, in cui il lavoro è stato uno dei tratti qualificanti. La finanziarizzazione, fase “finale” di un capitalismo sganciato dalla realtà, è lo sforzo di cancellare definitivamente queste forme. Del resto, le uniche società senza scambio, sono quelle totalmente chiuse e dove le libertà tendono ad essere costantemente compromesse. 

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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