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Il film sulla Diaz: il cinema alle prese col potere

 “Diaz”, un film col benestare della polizia Fandango sta realizzando un lungometraggio su quanto avvenne nella scuola durante il G8 di Genova. Prima delle riprese, però, ha fatto leggere la sceneggiatura ai responsabili delle violenze   Nel 1953 il direttore…

Tratto da Altreconomia 131 — Ottobre 2011

 “Diaz”, un film col benestare della polizia

Fandango sta realizzando un lungometraggio su quanto avvenne nella scuola durante il G8 di Genova. Prima delle riprese, però, ha fatto leggere la sceneggiatura ai responsabili delle violenze

 

Nel 1953 il direttore del quindicinale Cinema Nuovo, Guido Aristarco, e il critico Renzo Renzi furono denunciati e poi arrestati a causa di un articolo uscito sulla rivista.

Il testo, scritto da Renzi, era un soggetto per un possibile film: si intitolava “L’armata s’agapò” (s’agapò in greco significa “ti amo”). Renzi vi raccontava certi comportamenti dell’esercito di occupazione italiano in Grecia: le soperchierie sulla popolazione locale, il gigantesco giro di prostituzione che accompagnava le nostre milizie.

Denunciati per “vilipendio alle forze armate e al corpo di cavalleria”, i due finirono per 45 giorni nella fortezza di Peschiera su ordine della magistratura militare. Il processo che ne seguì ebbe toni epici: Renzi e Aristarco furono condannati a sette e sei mesi e l’ipotetico film non fu mai girato.

Sono passati molti anni e oggi non esiste più il rischio di finire arrestati, o anche d’essere censurati per un soggetto cinematografico. Eppure succede -nel maggio scorso, a Cannes- che un produttore italiano, Domenico Procacci, fondatore della Fandango, nell’annunciare il prossimo avvio delle riprese del film “Diaz”, una ricostruzione della violenta e disastrosa irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 (decine di feriti, 93 arresti sulla base di prove false), informi di avere inviato la sceneggiatura al capo della Polizia, Antonio Manganelli.

Un gesto, secondo il produttore, volto a dimostrare l’assenza di qualsiasi pregiudizio verso la Polizia di Stato. Detto che la visione della sceneggiatura è stata invece negata alle vittime dell’irruzione, compreso chi firma quest’articolo, ciò impone una riflessione sui tempi che corrono, e sul cinema che si fa in Italia, proprio a partire dal confronto con la vicenda de “L’armata s’agapò”.

Renzi e Aristarco nel ‘53 sapevano di pubblicare un testo scomodo in giorni tempestosi, e tuttavia non pensarono certo, prima di andare in stampa, di inviarne copia ai vertici dell’Esercito. Del resto, pensando alla strage di Ustica del 1980, per fare un esempio che ancora fa notizia, viste le recenti condanne in sede civile dei ministeri dei Trasporti e della Difesa, chi potrebbe seriamente presentare un nuovo film dicendo di avere inviato la sceneggiatura ai vertici dell’Aeronautica e dei servizi segreti, per dimostrare la propria indipendenza di giudizio?

Il film, più probabilmente, sarebbe proposto come un fascio di luce su una vicenda terribile, condizionata dai silenzi e i depistaggi di uomini delle istituzioni, Aeronautica e servizi in testa. Potremmo moltiplicare gli esempi, ma il punto è un altro: perché, con il caso Diaz, è stato possibile pensare -e realizzare- un’operazione culturale cominciata con le citate dichiarazioni di Procacci?

Ci sono probabilmente due ragioni. Una va ricercata nella logica del mercato della cultura: le posizioni nette, di autentica indipendenza, non piacciono e soprattutto non fanno cassetta. La seconda ragione è che in materia di apparati di sicurezza, esercito, polizie, non esiste alcun dibattito. Perciò vicende gravissime e umilianti per le istituzioni democratiche, come le violenze, i falsi, le torture durante il G8 di Genova del 2001, sono del tutto rimosse dal discorso pubblico. Le stesse celebrazioni del decennale, nel luglio scorso, non sono riuscite a influire sull’agenda politica.

È in questo clima che si arriva ad avvisare il capo della Polizia che sarà fatto un film sui fatti della Diaz, con contestuale invio della sceneggiatura, anziché annunciare che il film tratterà una vicenda nerissima e imbarazzante, sulla quale la Polizia italiana ha rifiutato di fare chiarezza, arrivando a ostacolare l’inchiesta della magistratura e ad accordare promozioni a tutti gli imputati di grado più elevato.

Questi sono i tempi, questo è il cinema commerciale, si dirà. Si dice anche che questo genere di film ha bisogno di alcuni ingredienti standard. Si tratta, è questa la tesi, di un soggetto comunque dirompente -visto che i fatti sono fatti e di questi “Diaz” parlerà- e che ha quindi bisogno di un elemento narrativo che permetta una “via d’uscita” per il cittadino-spettatore, che sarebbe troppo turbato dall’immagine di una Polizia violenta e falsificatrice. Ci vuole e ci sarà, dice chi se ne intende, un poliziotto buono, o almeno tormentato.

Mark CovellBisognerà aspettare l’uscita del film, nel 2012, per valutare quanto sia corretta questa predizione. Dobbiamo però ricordare che c’è un unico agente, fra i tanti che furono impegnati alla Diaz la notte del 21 luglio 2001, che abbia tenuto una condotta degna di merito. È quello che fermò il pestaggio di Mark Covell all’ingresso del cortile della scuola, salvandogli probabilmente la vita.

Ma non sappiamo nulla di lui, nemmeno il nome, perché neppure lui è sfuggito alla rigida regola del silenzio -i pm Francesco Cardona Albini ed Enrico Zucca l’hanno chiamata omertà- osservata da tutti i poliziotti quando si trattava di dare spiegazioni, individuare specifiche responsabilità, fare i nomi dei picchiatori.

È per quest’insieme di ragioni che ad Antonio Manganelli è bene rivolgere un’unica e precisa richiesta, prima di intavolare qualsiasi dialogo, e cioè che chieda scusa per quanto la Polizia di Stato ha fatto dentro la scuola Diaz nella notte del 21 luglio 2001.

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