Diritti / Opinioni

Il codice inutile sulla divisa

Il ddl Alfano introduce l’identificazione, ma riguarda il reparto di appartenenza, non il singolo agente. Come sul reato di tortura, l’Italia è pronta agli interessi del “partito della polizia”

Tratto da Altreconomia 175 — Ottobre 2015

Arrivano i codici identificativi per le divise degli agenti di polizia: la notizia in apparenza è buona, ma la norma pensata dal governo italiano più che una riforma sembra uno sberleffo. Pare incredibile, ma il ministro degli Interni, Angelino Alfano, ha presentato un disegno di legge che prevede l’introduzione di un codice che identifica il reparto di appartenenza e non il singolo agente. Con tanti saluti (per usare un eufemismo) alla Corte europea per i diritti umani: i giudici di Strasburgo nell’aprile scorso hanno condannato l’Italia per non aver punito i responsabili delle torture alla scuola Diaz, indicando nuovamente la necessità di rendere riconoscibili gli agenti. E l’Italia risponde così, con un codice di reparto inutile e beffardo.

Nello stato di diritto la responsabilità penale è personale e non serve a niente, sul piano giudiziario, conoscere il reparto di appartenenza dell’autore di un reato, ma il governo italiano sembra infischiarsene. Preferisce accontentare il “partito della polizia”, arroccato sul rifiuto di una regola di garanzia e di trasparenza indicata anche nel Codice europeo di etica per la polizia adottato dal Consiglio d’Europa nel settembre 2001, sull’onda degli scioccanti abusi compiuti a Genova nel luglio precedente da decine di uomini in divisa, rimasti quasi tutti impuniti. Lo sberleffo raggiunge post mortem anche un poliziotto d’alto rango, Pippo Micalizio, che nei giorni seguenti le violenze alla Diaz svolse una rapida inchiesta interna per conto del “capo” Gianni De Gennaro, al quale consigliò due interventi principali: la sospensione (e in un caso il licenziamento) dei dirigenti che condussero il sanguinoso blitz dentro la scuola e l’introduzione dell’obbligo di indossare codici di riconoscimento sulle divise. De Gennaro si guardò bene dal seguire simili consigli e il leale Micalizio fu subito dimenticato.

La polizia italiana non sembra capace di tenere il passo delle buone pratiche in uso altrove e riesce tuttavia a mantenere sotto scacco l’intero arco delle forze parlamentari. Ne è una riprova il percorso legislativo della norma che dovrebbe introdurre nell’ordinamento il crimine di tortura. Il 9 aprile scorso, a tambur battente dopo l’umiliante giudizio della Corte di Strasburgo, fu approvato alla Camera dei deputati un testo di legge, assai distante dalla definizione del crimine di tortura consolidata in sede di Nazioni Unite, frutto di una mediazione al ribasso con il “partito della polizia”. Il testo fu tuttavia presentato dal governo come “la risposta” alla sentenza dei giudici europei e trovò anche l’appoggio di organizzazioni serie e credibili come Amnesty International e Antigone, convinte che una legge mediocre fosse da preferire al vuoto legislativo. Ma non avevano calcolato il potere d’interdizione del “partito della polizia”, che trovò a quel punto campo libero. Le critiche dei vertici di Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di finanza, ascoltati in Senato, e una reclamizzata manifestazione di piazza del sindacato Sap contro una legge che avrebbe “legato le mani alla polizia”, hanno spinto i senatori della Commissione Giustizia ad approvare –all’unanimità!– un testo suicida, che qualifica come tortura solo violenze che siano reiterate, finendo così per legalizzare la tortura, purché sia compiuta con atti singoli (ad esempio dieci episodi consecutivi di waterboarding  compiuti da altrettanti agenti). È difficile pensare che un testo del genere possa diventare legge dello Stato. Il voto dei senatori è stato dunque un messaggio di “obbedisco” inviato innanzitutto al “partito della polizia”, che sembra aver confiscato, in questa materia, la sovranità di un parlamento in crisi di idee e di credibilità.
È difficile sottovalutare la pericolosità di tale atteggiamento remissivo in materia di diritti civili e prevenzione degli abusi di potere, se pensiamo a quanto sta avvenendo sul fronte delle cosiddette riforme istituzionali. Alla crisi della democrazia e alla fuga dalle urne, si risponde concentrando i poteri in un’unica persona, depotenziando gli istituti di garanzia, scoraggiando la partecipazione. La cultura dei diritti sembra non abitare più qui.

“sTortura” è il pamphlet di Lorenzo Guadagnucci che racconta perché l’Italia sia incapace di normare la tortura e di immaginare una riforma democratica delle forze di polizia. È liberamente scaricabile in Pdf a questo link: www.altreconomia.it/stortura

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