Diritti

Il caso Occhipinti e il senso della pena

L’ex poliziotto della Uno Bianca condannato all’ergastolo ha ottenuto la semilibertà. In carcere ha compiuto un percorso profondo di riflessione e maturazione. Ora tocca a lui onorare la grande opportunità che la società gli concede

È in corso una furiosa polemica per la concessione della semilibertà a Marino Occhipinti, ex poliziotto, condannato all’ergastolo per l’omicidio di una guardia giurata nel 1988 (fu una delle azioni della banda della Uno Bianca, composta da poliziotti). Il dolore e la rabbia dei familiari delle vittime, in casi come questo, sono più che comprensibili, e tuttavia è giusto dire che la vicenda di Occhipinti ha tutte le caratteristiche di un riuscito caso di recupero sociale di un autore di un reato gravissimo, secondo la filosofia costituzionale della pena non come vendetta o punizione fine a se stessa, ma come processo di reinserimento del reo.

Occhipinti in questi anni nel carcere Due Palazzi di Padova ha dato prova di grande maturità. Ha avuto l’opportunità di lavorare, di collaborare con l’associazione Ristretti Orizzonti e la rivista omonima (la più autorevole in Italia in materia carceraria) e soprattutto di riflettere sulla sua vita e suelle sue azioni. Ricordo di averlo sentito parlare, un paio di anni fa, a un convegno organizzato in carcere proprio sul tema delle vittime di reato. Fra i relatori c’erano Benedetta Tobagi, Paola Reggiani e altre persone colpite da lutti irreparabili e che sono state capaci, nei loro libri e interventi, di avviare una riflessione profonda sul terrorismo, la criminalità, il senso e le finalità della giustizia.

Occhipinti, in quell’occasione, si espresse con serietà ed umiltà, offrendo un contributo importante alla discussione. La decisione del giudice di sorveglianza, insomma, pare ben ponderata e fondata su un percorso esistenziale non effimero. Tocca ora a Marino Occhipinti onorare l’impegno che si è preso con la società e la grande opportunità che gli è stata concessa.

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