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Ikea, 25 anni dopo

La multinazionale è arrivata nel nostro Paese nel 1989, quando ha inaugurato il primo store a Cinisello Balsamo (MI). Dopo un quarto di secolo, traccia un bilancio della propria presenza in Italia con una festa a Milano. Nel 2013 ha pagato tasse sul reddito d’imprese per 24 milioni di euro, su un fatturato complessivo di 1,59 miliardi  

Secondo Oscar Farinetti, patron di Eataly, “Ikea rappresenta il prototipo del ‘mercante’, capace di coniugare obiettivi poetici e metodo matematico”. Secondo l’economista Giulio Sapelli, invece, è una “multinazionale speciale”, perché  “fa dell’economia una democrazia estetica, garantisce l’accesso alla cittadinanza economica e obbliga i giovani alla manualità”.  
Il sostegno di Farinetti e Sapelli raggiungono Ikea mentre celebra i (primi) 25 anni dal proprio ingresso in Italia, con una festa organizzata il 21 maggio al Teatro Litta di Milano.

Una festa, che lascia al margine vicenda come le proteste dei facchini al magazzino di Piacenza, che avrebbero potuto turbare il clima.
Il fulcro della manifestazione -cui hanno partecipato anche un esponente del governo Renzi, il Sottosegretario alle riforme costituzionali e ai rapporti con il Parlamento Ivan Scalfarotto, e l’ex ministro dell’Ambiente e attuale DG dello stesso ministero Corrado Clini– è stato invece la presentazione di un’analisi condotta da Ernst&Young e dedicata al “valore esteso” di Ikea in Italia. “Una ricerca di tipo quantitativo, che ha focalizzato tre dimensioni: l’occupazione, il valore aggiunto e la contribuzione che l’impresa garantisce allo Stato, sotto forma di tasse e imposte” come ha spiegato Elena Alemanno, Deputy Country Manager di Ikea in Italia.
 
Una fotografia capace -leggendola con attenzione- di aprire le porte di Ikea per addetti e non addetti ai lavori.


(L’ultimo a destra, nella foto, è Lars Peterson, ad di Ikea in Italia. Il terzo da destra, invece, è Oscar Farinetti, patron di Eataly. Foto di Luca Martinelli)

Intanto, il numero dei dipendenti della multinazionale è 6.431: 6.058 lavorano nei negozi (e cioè per Ikea Retail, la società che si occupa della gestione dei 21 negozi Ikea in Italia); altri 260 sono impiegati da Ikea Distribution, la società incaricata di gestire i magazzini e della distribuzione delle merci, che però si avvale per il suo funzionamento di oltre un migliaio di lavoratori indiretti, cioè i dipendenti delle imprese e cooperative di trasporto e di facchinaggio; altri 86 sono i dipendenti di Ikea Trading, e 27, infine, sono quelli di Ikea Property, l’immobiliare del gruppo.
Contando anche l’indotto, però, secondo l’analisi di Hrnst&Young, Ikea avrebbe una ricaduta occupazione pari a circa 21mila posti di lavoro, tenendo in considerazione lungo la catena produttiva sia i fornitori diretti che chi produce beni e servizi necessari ai fornitori di Ikea (si chiama “second round effect”).

I posti di lavoro generati presso le aziende che realizzano in Italia l’8% dei prodotti a marchio Ikea venduti in tutto il mondo sarebbero oltre 11mila. La multinazionale acquista nel nostro Paese beni per oltre 1,2 miliardi di euro -mentre nel bilancio chiuso ad agosto 2013, i ricavi nel nostro Paese di Ikea sono pari a 1,59 miliardi di euro-, con una forte concentrazione geografica -circa il 60% del fatturato è concentrato in Friuli-Venezia Giulia e in Veneto- e “settoriale” -il 64% sono mobili, il 17% elettrodomestici-.   
 
In totale, Ikea nell’anno fiscale 2013 ha speso in Italia 1,526 miliardi di euro: oltre all’acquisto di mobili, elettrodomestici e altri prodotti venduti negli store in tutto il mondo, 280 milioni riguardano l’acquisto di beni e servizi. Tra questi ci sono anche i costi di costruzione di nuovi negozi, in questo caso quello di Pisa, il 21° nel nostro Paese, realizzato nel corso del 2013 e inaugurato -tra le polemiche- a marzo 2014.

L’ultimo dato che emerge nell’analisi di Ernst&Young è quello relativo a tasse e imposte pagate in Italia e "collegate" all’attività di Ikea. Anche in questo caso, si somma il “contributo fiscale” diretto a quello “indotto”, e cioè legato alle attività dei fornitori (che sono anche coloro che pagano quelle imposte).
Il dato complessivo è pari a 286 milioni di euro, ma il “contributo” diretto -cioè tasse e imposte pagate da Ikea- è pari al 38 per cento del totale, cioè 119 milioni di euro.
Andando a cercare un ultimo sottoinsieme, si capisce che solo 24 milioni di euro (su un fatturato di 1,59 miliardi di euro) sono le imposte effettivamente pagate sul reddito d’impresa dall’insieme di società attraverso cui la multinazionale gestisce le proprie attività italiane. Alla ricostruzione della “catena societaria” di Ikea avevano dedicato negli anni scorsi un’inchiesta, “Il trucco olandese d’Ikea”, ricostruendo l’organigramma del gruppo, una piramide il cui “vertice” è stato trasferito in Olanda, Paese UE a fiscalità agevolata, e non più in Svezia.  
Negli anni scorsi anche l’Agenzia delle entrate aveva inviato delle contestazioni, per “transazioni intercorse con soggetti residenti in Paesi a fiscalità privilegiata per i quali si contesta il diritto di deduzione di parte dei costi sostenuti” e “transazioni intercorse con parti correlate”, come segnalava in un articolo Il Sole 24 Ore.
Seduti su un divano Ikea, Lars Petersen -ad della società dal 2010- chiama a rispondere a una domanda di Altreconomia Luigi Melloni, consulente della società: ogni contenzioso e richiesta di verifica, avanzata tanto dalla Guardia di finanza quando dall’Agenzia delle entrate, comprese quelle relative al bilancio 2011, hanno avuto un esito positivo per la società spiega Melloni.
Ikea lamenta, semmai, un’eccessiva e invasiva presenza degli organi di controllo. Un effetto “diretto”, diciamo noi, delle scelte fatte -anche in Italia- per garantire quella che viene definita “ottimizzazione fiscale”.

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