Economia

Idee in-solubili – Ae 66

Numero 66 – novembre 2005 In Gran Bretagna Nestlé lancia un caffè equo e solidale “doc”, certificato dalla Fairtrade Foundation. Il “movimento” italiano s’indigna e si interroga sul rapporto, ormai scottante, con le multinazionali La tempesta è dentro un barattolo,…

Tratto da Altreconomia 66 — Novembre 2005

Numero 66 – novembre 2005

In Gran Bretagna Nestlé lancia un caffè equo e solidale “doc”, certificato dalla Fairtrade Foundation. Il “movimento” italiano s’indigna e si interroga sul rapporto, ormai scottante, con le multinazionali

La tempesta è dentro un barattolo, con il primo caffè di una multinazionale marchiato dal commercio equo. La notizia era nell’aria: Altreconomia ha dato conto più volte delle manovre di avvicinamento al fair trade da parte di colossi come Chiquita o McDonald’s (vedi tra l’altro Ae n. 51 e n. 60), ma questa volta la novità è di quelle col botto. Sì, perché la multinazionale in questione si chiama Nestlé, la più grande azienda nel settore alimentare, il primo compratore di caffè al mondo, ma -soprattutto- il marchio sotto boicottaggio da trent’anni per le sue politiche di marketing nella promozione dei sostituti del latte materno.

Il 7 ottobre la multinazionale svizzera ha lanciato sul mercato britannico il nuovo “Nescafé Partners’ Blend”, un caffè solubile equo e solidale a tutti gli effetti, come garantisce il logo della Fairtrade Foundation Uk stampato sulla confezione. E l’operazione si replicherà a breve, quando, all’inizio del 2006, il Nescafé equo e solidale raggiungerà anche gli scaffali dei supermercati irlandesi, certificato in questo caso da Fairtrade Ireland (entrambe le sigle aderiscono a Flo, la Fairtrade labelling organizations di cui spieghiamo il funzionamento nel box a pag. 7).

In Italia la notizia ha suscitato reazioni accese e preoccupate, a partire da Transfair Italia, che contesta la scelta dei “colleghi” anglosassoni: “Siamo stati l’unico consorzio nazionale di marchio -dice il coordinatore Paolo Pastore- a esprimere ufficialmente la nostra contrarietà. So che Flo ha ricevuto messaggi di dissenso da altri Paesi, ma solo noi abbiamo detto che non siamo disposti a concedere il marchio per l’Italia. Non credo che la collaborazione con le grandi imprese si possa condurre su queste basi. Nestlé poi è sottoposta a boicottaggio e anche se le piantagioni da cui proviene il Partners’ Blend rispettano i criteri di Flo, restano le gravi politiche nei confronti dei lavoratori che la multinazionale adotta in giro per il  mondo”.

Secondo il consiglio direttivo di Agices, l’Assemblea italiana del commercio equo, “è come se si definisse ecologica un’azienda petrolifera solamente perché fra i suoi gadget ci sono magliette sbiancate senza cloro”, mentre l’Associazione Botteghe del mondo “in momenti come questi, non certo felici per anni d’impegno come volontari e dipendenti nel mondo del commercio equo” ribadisce “l’importanza della filiera e il ruolo strategico della vendita dei prodotti di commercio equo e solidale nelle Botteghe del mondo”, dove un Partners’ Blend non entrerà mai.

Insomma, un polverone, ed era prevedibile.

A questo punto bisognerebbe chiedersi perché un gigante come Nestlé, che in particolare tra il 2001 e il 2003 ha certo beneficiato del crollo dei prezzi del caffè, abbia sposato, anche se per un frammento, la causa dei piccoli produttori di caffè.

Fiona Kendrick, direttore esecutivo della divisione beverage della multinazionale, ha presentato il barattolo della discordia assicurando che “Nestlé riconosce che il commercio equo e solidale ha un ruolo importante nell’aiutare i piccoli produttori nel mercato globale. La stabilità del reddito è fondamentale per loro”.

E poi, ha sottolineato Alastair Sykes, amministratore delegato di Nestlé Uk e di Nestlé Ireland, “sempre più i nostri consumatori si aspettano da noi comportamenti socialmente responsabili”.

Il cliente, insomma, comanda. Tanto più se è un cliente attento a un settore come quello dell’equo, che nel Regno Unito dal 2000 in poi ha registrato un incremento del 40%, con un giro d’affari attuale di oltre 200 milioni di euro.

Così adesso i consumatori britannici potranno scegliere tra il Nescafé Partners’ Blend (100 grammi di prodotto in vendita a 2,69 sterline, quasi 4 euro) e il Nescafé tradizionale. Sperando non facciano confusione, visto che il nome dei due prodotti è -curiosamente- quasi identico…

“Una svolta -secondo Harriet Lamb, direttore di Fairtrade Foundation- per noi e per i coltivatori”, che ottengono un prezzo più alto per il proprio prodotto. Nestlé acquista la materia prima per il Partners’ Blend da piccole realtà in El Salvador ed Etiopia. In Centroamerica l’esportatore di chiama Proexcafe ed è un’associazione fondata nel 2001 a cui oggi aderiscono sette cooperative di produttori. Quattro di queste -per un totale di circa 200 soci- hanno la certificazione Flo e vendono gran parte del loro caffè a Nestlé (e, in un caso, anche a Kraft). Per una libbra di prodotto equo (pari a poco meno di mezzo chilo) ricevono 1,26 dollari, quando il prezzo di mercato negli ultimi anni spesso non arrivava ai 50 centesimi.

In Etiopia, invece, l’organizzazione di riferimento è la Oromia Coffee Farmers Cooperative Union, fondata nel 1999 da piccole cooperative di coltivatori di caffè biologico. Oggi vi aderiscono 74 realtà (per quasi 70 mila contadini), 11 delle quali con certificazione fair trade. Per il caffè equo ricevono 1,41 dollari a libbra e una di loro vende anche a Nestlé.

Quanti, nelle scorse settimane, anche su invito di Agices, hanno scritto a Fairtrade Foundation per protestare, hanno ricevuto una risposta via e-mail dall’addetto alla comunicazione Dave Goodyear: “Sarebbe davvero una pessima notizia per i coltivatori di caffè se iniziassimo a rifiutare il marchio Fairtrade quando tutti gli standard di prodotto sono stati pienamente rispettati, come nel caso di Partners’ Blend”. E poi, scrive ancora Goodyear, “il fatto che Nestlé abbia cambiato la propria posizione sul fair trade… è una vittoria per tutti coloro che hanno condiviso il percorso del fair trade in questi anni. Ovviamente non è abbastanza, ma è un inizio”.

La questione in realtà va ben oltre il “caso Nestlé” che, per quanto clamoroso, è soltanto l’inizio di un fenomeno che potrebbe diventare più ampio. Come spiega Ctm Altromercato, il principale importatore equo in Italia e tra i primi in Europa: “Il problema non si riduce a un giudizio sul profilo etico della multinazionale di turno (oggi Nestlé), ma investe lo stesso concetto di commercio equo e solidale, ovvero il modello economico sotteso a questa definizione”. Limitandosi all’acquisto di uno o più prodotti  a un prezzo superiore a quello di mercato si rischia di “impoverire il contenuto stesso del concetto di equo e solidale”, mentre il progetto delle Fair Trade Organizations è più ampio con l’elaborazione di “percorsi di auto-sviluppo che consentano il recupero di condizioni di vita e di lavoro dignitose”.

Non una condanna tout court quindi, anche se “riteniamo che a nessuna delle multinazionali con posizione dominante dovrebbe essere concessa la possibilità di realizzare prodotti fair trade senza avere prima dimostrato di avere applicato in modo strutturale misure di responsabilità sociale di impresa, a partire dal rispetto delle convenzioni Ilo e dal pagamento di salari adeguati, in tutta la loro produzione”.

Scandalizzati, invece, quelli di Baby milk action, l’organizzazione britannica che coordina il boicottaggio internazionale a Nestlé: concedere il marchio Fairtrade a una multinazionale di questo tipo -ha detto il direttore politico Patti Rundall- significa “farsi beffe di quello che il marchio Fairtrade rappresenta per la gente” e dimostra “disprezzo per i sentimenti di migliaia di persone che hanno lavorato duramente per promuovere i principi del commercio equo e solidale”.

Marchiati e organizzati

Alla Fairtrade Labelling Organizations  (Flo) aderiscono i marchi di garanzia del commercio equo (17 tra Europa, Stati Uniti e Giappone).

Flo certifica che i contadini nel Sud del mondo producano secondo i criteri del fair trade: paghe decenti ai propri braccianti e possibilità di organizzarsi in sindacati, rispetto di standard lavorativi, di sicurezza e ambientali. Flo fissa anche criteri per gli importatori, che devono pagare la merce un prezzo “giusto”, più un “fair trade premium”, reinvestito nello sviluppo delle attività produttive. I  prodotti certificati sono: caffè, tè, riso, frutta fresca, succhi di frutta, cacao, zucchero, miele, palloni, vino e fiori.

Ctm Altromercato

“Sarebbe una pessima notizia… se rifiutassimo il marchio Fairtrade quando tutti gli standard… sono stati pienamente rispettati”: la risposta di chi in Inghilterra ha certificato Fairtrade un prodotto Nestlé mostra che siamo di fronte non solo a un errore, ma anche a una concezione del commercio equo diversa dalla nostra. Siamo contrari ad un fair trade inteso solo come caratteristica aggiuntiva di un prodotto: tale modello rischia di impoverire il concetto di equo e solidale, riducendolo a quello di prodotto “pagato il giusto”, perdendo ogni significato di sostegno alle istanze di giustizia economica incluso nel fair trade. L’entrata delle transnazionali nel fair trade non può essere considerata come una questione tecnica. Dobbiamo interessarci all’espansione dell’“economia equa” (è il nostro mestiere): ma non ad ogni costo, e con una chiara strategia per il futuro. La scelta degli inglesi è schiacciata sul presente, indifferente ai danni e alla confusione che comporterà per il commercio equo di domani.

Giorgio Dal Fiume

Commercio alternativo

A Commercio alternativo la notizia ha provocato forti discussioni e prese di posizioni. Innanzitutto la condivisione delle contrarietà espresse sia da Agices che da Transfair Italia. Ma anche alcune altre considerazioni. Sicuramente le modalità seguite da Flo nel Regno Unito non sono condivisibili. Un’impresa sottoposta a boicottaggio dovrebbe prima di tutto essere invitata a superare seriamente le cause del boicottaggio stesso, iniziando dalla ammissione dei propri errori, invece di essere aiutata a seguire “scorciatoie” verso un’etica di impresa. Pensiamo però, senza illuderci, che questo maldestro tentativo di invasione di campo, pur essendo stato guidato da logiche di pura ricerca del profitto, sia anche il sintomo di un aumento di peso specifico della volontà e della capacità di tutti noi (produttori, importatori, botteghe, consumatori) di porre il tema dell’equità all’attenzione degli attori economici. La sfida della contaminazione etica continua: con attenzione, ma senza paura.

Claudio Bertoni

Roba dell’altro mondo

“… se da un lato ai coltivatori di caffè si pagassero su vasta scala i prezzi del commercio equo e solidale… si incoraggerebbero quegli stessi coltivatori ad aumentare la produzione, con un ulteriore effetto di distorsione sull’attuale squilibrio tra domanda e offerta, e dunque di abbattimento dei prezzi del caffè verde.” (Nestlé S.A., Novembre 2003). Una riflessione che rende ancor più stridente la decisione della Fairtrade Foundation Uk. Una scelta che dimentica la posizione del Sinaltrainal, sindacato colombiano in lotta contro Nestlé, le campagne di pressione sul latte in polvere o la denuncia dell’International Labor Rights Fund presso la Corte di Los Angeles contro tre compagnie (tra cui Nestlé) che importano cacao dalla Costa d’Avorio, accusate di traffico di bambini, torture e lavoro forzato. Realtà che come organizzazioni del commercio equo, con sindacati e campagne, dovremmo rendere palese, per evitare che il commercio equo diventi un simulacro vuoto a disposizione di chiunque.

Alberto Zoratti

Agices

Una decisione estremamente avventata e miope, che mina alla base lo stesso concetto di commercio equo e solidale, che impone una mutazione genetica a un’esperienza non solo di solidarietà, ma anche economica che vede la partecipazione di organizzazioni, associazioni e cooperative di ogni parte del pianeta che si riconoscono in criteri e standard definiti. Riconoscere a un prodotto Nestlé di far parte di questo mondo significa fare un salto indietro rispetto al concetto di equo e solidale, identificando “l’equo-solidarietà” di un’azienda solamente sulla base di un singolo prodotto e non del comportamento che l’impresa adotta nei confronti dei diversi stakeholder… e della trasparenza di filiera… Vuol dire porre definitivamente il bavaglio a tutte quelle organizzazioni della società civile che hanno sempre ritenuto scorretti e poco trasparenti i comportamenti di Nestlé nei paesi del Sud del mondo.

Assemblea generale italiana del commercio equo

Transfair Italia

Abbiamo già chiesto a Fairtade Foundation Uk di ritornare sui suoi passi, a Flo di accelerare il dibattito che è aperto da diversi mesi sulla certificazione di aziende transnazionali. Transfair Italia è su posizioni decisamente diverse… noi non certificheremo prodotti di aziende transnazionali sotto boicottaggio o che abbiano posizioni dominanti nei mercati internazionali (su Dole e Chiquita la certificazione è bloccata anche per merito nostro). Questo impedirà che prodotti come quello in questione possa essere commercializzato in Italia.

Nei confronti di Flo inaspriremo la vertenza che ci contrappone alle politiche di Fairtrade Foundation e abbiamo chiesto agli attori del commercio equo italiano di sostenerci all’interno delle organizzazioni internazionali (Efta e Ifat, innanzitutto). Nella prossima riunione del tavolo di confronto tra Agices, Transfair e Assobotteghe cercheremo di individuare percorsi comuni di lavoro.

Carlo Testini

Ifat

Il marchio rilasciato a un prodotto Nestlé conferma le preoccupazioni già dimostrate da Ifat nei confronti delle politiche adottate da Flo. L’apertura del mercato fair trade alle multinazionali è un fatto così importante da rendere necessario il coinvolgimento delle organizzazioni di commercio equo e solidale. Non può essere una scelta che resta confinata all’interno di Flo. C’è poi da valutare la questione della certificazione di grandi piantagioni, che pone un serio problema di concorrenza nei confronti dei piccoli produttori svantaggiati. Le conseguenze di tali politiche, se non approfondite con attenzione, potrebbero dar vita a una crisi molto grave nel movimento del fair trade e di una possibile pesante perdita di fiducia fra i consumatori. Sulla vicenda Nestlé, gli stessi produttori dei Paesi poveri sono molto preoccupati. Invece mi sorprende la debole reazione del movimento del commercio equo europeo, a eccezione dell’Italia.

Rudi Dalvai, International Fair Trade Association

Perché “sdoganare” Nestlé

Mi manda Flo

Attenzione: “Flo non certifica multinazionali, ma singoli prodotti”. Ci tiene a precisarlo Luuk Zonneveld, direttore di Fairtrade labelling organizations (Flo), che in quest’intervista spiega ad Altreconomia come, secondo lui, la decisione di Nestlé sia “un passo avanti significativo”, e un modo per ampliare il mercato equo. E a quanti, all’interno del movimento del fair trade, criticano l’operazione riserva una stoccata: “Il commercio equo è stato un successo, ma dopo quarant’anni ha ancora una quota di mercato marginale”.

Luuk Zonneveld, il movimento del commercio equo è rimasto scioccato dal nuovo marchio equo di Nestlé, un’eventualità impensabile soltanto pochi anni fa. Come lo spiega al movimento?

Non sono d’accordo sul fatto che “il movimento del commercio equo sia rimasto scioccato”. Ho parlato con molte persone nel movimento e con molti produttori che vedono questo passo come una vittoria per il fair trade. Ma condivido la preoccupazione di molti che adesso si debba controllare che l’azienda non ne faccia un fairwash (non utilizzi cioè il prodotto equo per rifarsi l’immagine, ndr), ma che allarghi davvero la sua gamma di prodotti equi e solidali.

A quelli che nel movimento hanno problemi rispetto al coinvolgimento di Nestlé, chiedo: qual è la loro proposta perché il mercato del commercio equo cresca? Il commercio equo è stato un successo, ma dopo quarant’anni ha ancora una quota di mercato marginale, e non offre nulla a milioni e milioni di produttori dei Paesi in via di sviluppo che avrebbero di certo bisogno del fair trade.

Organizzazioni di commercio equo e botteghe sostengono che prima di ottenere il marchio l’azienda nel suo complesso dovrebbe dimostrare di rispettare i diritti dei lavoratori e che soltanto una piccola quantità del caffè di Nestlé è equo…

Non bisogna dimenticare che furono le stesse Fair Trade Organizations (Fto), sostenute dai volontari delle botteghe, a co-fondare i sistemi di certificazione dell’equo. Il principale argomento, all’epoca, era che Fto e botteghe erano troppo piccole per offrire un mercato soddisfacente ai produttori svantaggiati e ai lavoratori nei Paesi in via di sviluppo, e che la certificazione avrebbe permesso al commercio equo di entrare nei mercati tradizionali. In effetti, l’istituzione della prima organizzazione di etichettatura, nel 1987 nei Paesi Bassi, era focalizzata sul coinvolgimento nel commercio equo di Douwe Egberts/Sara Lee (azienda leader tra i tostatori di caffè, ndr). Rispetto a questo, credo che ogni azienda coinvolta nella certificazione equa, piccola o grande che sia, rappresenti una vittoria per il commercio equo e un potenziale per i produttori perché ottengano accordi commerciali migliori. Il dibattito, per me, è soltanto quello relativo alle condizioni in base alle quali le compagnie vengono coinvolte. Ovviamente queste devono dimostrare un impegno significativo fin dall’inizio, in termini di volumi, lavoro con i produttori, comunicazione e così via. E questo impegno deve portare a maggiori vendite di prodotti fair trade, allo sviluppo di nuovi prodotti, eccetera. E poi bisogna pensare a come trattare la parte non equa del business delle aziende. Non solo con le grandi aziende, ma con tutte le aziende: chiediamo loro di rispettare standard minimi come quelli stabiliti dalle convenzioni dell’Ilo? Chiediamo loro di sostenere il lavoro politico del fair trade sugli squilibri del commercio internazionale?

Siete sicuri che tutte le aziende che lavorano con le organizzazioni di commercio equo e con le botteghe del mondo -trasportatori, trader, banche…- rispettino i diritti dei lavoratori? Naturalmente Nestlé è accusata da tempo di abusare del proprio enorme potere violando i diritti dei lavoratori, danneggiando l’ambiente, sconvolgendo i mercati internazionali… Ma questo è il motivo per cui credo che dovremmo considerare la decisione dell’azienda di cambiare la sua politica sul commercio equo come un passo avanti significativo. Le aziende come Nestlé sono come grandi navi: cambiare rotta non è facile. Adesso che Nestlé l’ha fatto, noi tutti dovremmo spingerla ad ampliare il suo impegno nel commercio equo e a sostenerne gli obiettivi politici. Un’altra grande sfida, e spero che l’intero movimento vi partecipi.

Un accordo del genere rischia di creare confusione nei consumatori, che  troveranno il Nescafé tradizionale accanto al Nescafé Partners’ Blend nei supermercati. Non crede?

No, proprio grazie al marchio di certificazione Fairtrade sul Partners’ Blend.

Fairtrade Foundation Uk e Fairtrade Ireland hanno preso molte precauzioni, nel contratto di licenza ma anche altrove, per evitare questa possibile confusione e per evitare il whitewashing da parte dell’azienda.

Multinazionali “eque”: ecco le altre

Multinazionali e commercio equo, Nestlé non è l’unico caso. Tra i nomi più grossi c’è Starbucks, per esempio, multinazionale americana che acquista caffè, lo tosta e lo rivende nella catena di coffeshop omonimi in 35 Paesi al mondo. L’azienda per il 2005 ha acquistato 4.500 tonnellate di caffè Fairtrade (che comunque non arriva al 2% del totale dei suoi acquisti).

Ma il caffè equo si può bere anche in 140 fast food svizzeri di McDonald’s. Anche qui la multinazionale compra il caffè da torrefattori presenti nei registri di Flo.

Più complesso è il caso delle banane. Chiquita ha mostrato interesse per ottenere la certificazione Flo in alcune sue piantagioni ma per ora non è accaduto nulla. Tuttavia, altre multinazionali compaiono già nei registri Flo con funzioni di supporto alla logistica, in particolare per il trasporto e la maturazione delle banane: è il caso delle Dole e della Fyffes, tra i primi cinque gruppi bananieri al mondo.

Ci sono poi aziende che usano ingredienti equi e solidali e che sono entrate nell’orbita di multinazionali: Green&Black, società che ha lanciato un marchio di cioccolato equo in Inghilterra acquistato dalla Cadbury Schweppes, oppure Ben & Jerry’s, azienda americana che produce gelato con ingredienti biologici e in parte equi, e che nel 2000 è stata rilevata da Unilever, un altro colosso che spazia dall’alimentare ai prodotti per la casa.

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