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Idee eretiche – Ae 92

Veltroni dice che prima c’è la produzione di ricchezza, e solo su questa basela possibilità di giustizia sociale. Una constatazione che pare ovvia, ma che, in realtà, è rovinosa Una politica nuova? Se sorgesse, dovrebbe interagire con il processo di…

Tratto da Altreconomia 92 — Marzo 2008

Veltroni dice che prima c’è la produzione di ricchezza, e solo su questa basela possibilità di giustizia sociale. Una constatazione che pare ovvia, ma che, in realtà, è rovinosa


Una politica nuova? Se sorgesse, dovrebbe interagire con il processo di realizzazione di un’altra economia. Le attese di cambiamento si concentrano per lo più sulla novità del Partito Democratico. Le novità del Popolo della Libertà, invece, sono prevedibili per chiunque si ricordi che cosa significa per l’Italia avere Berlusconi come presidente del Consiglio. Mi riferisco a questioni come conflitto d’interessi, legalità e lotta alla criminalità, scuola e università, politica internazionale, spese militari, politica fiscale, politiche del welfare e giustizia sociale, sanità, lavori pubblici, immigrazione, pluralismo e libertà d’informazione, ordine pubblico. Quanto alla “Cosa rossa”, che riunisce Prc, Pdci, Verdi e Sinistra democratica, mi sembra che la fatica per superare il culto dell’identità e per dare respiro a una cultura alternativa -fatica comunque necessaria e utile- richieda tempi più lunghi di quelli che ci separano dalla scadenza elettorale imminente.   

Il Partito Democratico intende rigenerare e riassumere il centro-sinistra in un partito unico, che a sua volta si riassume nella guida di Walter Veltroni. Nel sentire il suo slogan “si può fare!” bisogna chiedersi che cosa, verso dove, ispirati da quale passione e da quale speranza. Qual è la cultura che ispirerà la svolta, ponendo il Pd nella condizione di vedere, di ascoltare, di essere fonte di speranza per molti, quindi di cambiare davvero le cose? Quale percezione della realtà, dei valori, delle priorità e dei prezzi da pagare per attuarle?

Se si legge l’elenco dei “12 punti per il Paese” indicati da Veltroni si trovano cose buone e cose inquietanti. Si trova per esempio un accenno alla scuola solo in termini di innovazione, non in termini di apporto educativo fondamentale alla formazione umana delle persone e alla rigenerazione del tessuto civile della società. Si trova il tema dell’ambiente ancora in termini di modernizzazione, non in termini di una cultura dell’armonizzazione, che implica elementi di decrescita (nel senso di Serge Latouche) e che sarebbe l’unica cosa effettivamente nuova. Invece Veltroni esalta la stantia e pericolosa categoria della “crescita”, come se non dovessimo modificare profondamente la logica dei consumi, della produzione, della distribuzione di beni e risorse, del rapporto con la natura. Nulla su pace e nonviolenza, su una politica estera di giustizia per i popoli e per un ordine mondiale differente.

In questo modo il Partito Democratico rivela sin dall’inizio di essere un soggetto che crede alla crescita capitalistica come a uno scopo essenziale, per poi ritagliare qualche spazio per le altre priorità nei limiti fissati dall’ideologia della “crescita”.

Perciò Veltroni dice apertamente che prima c’è la produzione di ricchezza e solo su questa base c’è poi la possibilità della giustizia sociale. Sembra una constatazione ovvia. Invece è rovinosa. Perché proprio la lotta per questo tipo di ricchezza e questa “crescita” esige di collaborare a tenere in piedi un sistema di iniquità, di sfruttamento, di morti sul lavoro, di riduzione di buona parte della popolazione a esuberi, di dominio sui Paesi impoveriti. Credo che sarebbe necessario vedere che prima viene la tessitura delle condizioni della costellazione di una giustizia organica. Costellazione fatta di legalità costituzionale, equità economica, riforma fiscale (non la demagogica, berlusconiana promessa di abbassare le tasse a tutti), solidarietà sociale, cooperazione internazionale, armonizzazione tra umanità, sistema economico e mondo naturale. Grazie alle priorità di questa giustizia perseguite attraverso l’interdipendenza tra programma, metodo d’azione e tipo di persone che vengono candidate, si potrebbe sperimentare che cosa sia la ricchezza comune di una società civile e umanizzata.

Con ciò non sto dicendo che il Partito Democratico e il Popolo della Libertà siano equivalenti, o che andare a votare non ha senso. Dico piuttosto che la democrazia rinnovata al cui servizio il Pd dice di operare chiede un tipo di giustizia che lo stesso partito, per il momento, intravede soltanto in parte e in buona parte non percepisce neppure, perché conserva immotivata fede nell’idolo della crescita.

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