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Ambiente / Approfondimento

I progetti di bonifica delle Maldive che danneggiano ambiente e comunità locali

Malè, la capitale delle Maldive © Ishan Seefromthesky - Unsplash

L’arcipelago nell’oceano Indiano dipende fortemente dal turismo, che pesa per un terzo delle sue entrate. Per costruire le strutture -come resort o aeroporti- necessarie a sostenere il crescente afflusso di turisti, il governo dell’isola ha aggirato in diversi casi le regolamentazioni ambientali. Con gravi conseguenze. Il rapporto di Hrw

Il turismo internazionale ha un ruolo fondamentale nell’economia delle Maldive -secondo le stime della Banca Mondiale incide per circa un terzo sul bilancio pubblico- e per soddisfare questa domanda crescente il governo autorizza la costruzione di infrastrutture (porti, aeroporti e resort) che rappresentano una grave minaccia per il fragile ecosistema dell’arcipelago.

Con i suoi 26 atolli e le quasi 1.200 isole distribuite nell’Oceano Indiano, a Sud-Ovest dell’India, le Maldive sono uno dei Paesi più vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici. Un’emergenza che i suoi abitanti già toccano con mano e che i suoi governanti hanno spesso denunciato ai forum internazionali sul clima. Tuttavia, la politica interna non sembra essere sfiorata da questo grido d’allarme.

È quanto emerge dal report “We still haven’t recovered” pubblicato a metà ottobre 2023 da Human Rights Watch (Hrw) in cui vengono denunciati gli effetti dannosi sulle popolazioni locali e sugli ecosistemi degli interventi di bonifica eseguiti per consentire la costruzione di porti, aeroporti e resort. “Nel perseguire i progetti di sviluppo turistico le recenti amministrazioni hanno ignorato o compromesso le normative ambientali nazionali -si legge nel rapporto- non hanno promulgato né messo in atto misure di salvaguardia e hanno trascurato le preoccupazioni delle comunità locali. Tutto ciò si è rivelato dannoso per gli abitanti, già a rischio per gli effetti del cambiamento climatico”.

La ricerca si è basata su una serie di interviste ai residenti dell’isola di Kulhudhuffushi (nel Nord delle Maldive), dell’atollo di Addu (nel Sud), della capitale Malé e dell’isola di Hulhumale. Gli abitanti hanno descritto i danni alle abitazioni e alle attività commerciali causati dal peggioramento delle inondazioni e la perdita di reddito dovuta alla distruzione delle risorse naturali a seguito di progetti di sviluppo attuati senza un’adeguata considerazione per la protezione dell’ambiente. 

Come molti Paesi al mondo, anche le Maldive hanno adottato le Valutazioni di impatto ambientale (Via) come strumento per identificare i rischi ambientali associati a un determinato progetto. Tuttavia, questi procedimenti sono spesso insufficienti e le loro raccomandazioni non obbligatorie. “Le criticità del processo della valutazione d’impatto ambientale nelle Maldive sono simili a quanto riscontrato in altri Paesi: dalle pressioni per velocizzare l’iter all’assenza di un monitoraggio post-opera, passando per un mancato coinvolgimento di comunità locali, società civile e Ong”, scrivono i ricercatori di Hrw. Un altro problema che viene riscontrato è che queste valutazioni si basano su un orizzonte temporale limitato, senza considerare i futuri impatti dei cambiamenti climatici, un elemento cruciale in un territorio vulnerabile come quello delle Maldive. 

A questo si aggiunge un’ulteriore criticità: la dipendenza dal governo della locale Agenzia per la protezione dell’ambiente (Epa), il principale organismo predisposto alla tutela dell’ambiente. Istituita nel 2008, la Epa è stata sempre sotto il diretto controllo del ministero per l’Ambiente delle Maldive e nonostante le ripetute promesse (l’ultima nel 2019) non è mai diventata un ente indipendente. L’Agenzia, inoltre, non possiede le risorse necessarie per effettuare i monitoraggi e i controlli necessari a garantire che le raccomandazioni delle valutazioni d’impatto ambientale siano state rispettate.

È il caso, ad esempio, dell’aeroporto di Kulhudhuffushi, un’isola nel Nord dell’arcipelago, la cui costruzione avviata nel 2018 ha comportato la distruzione del 70% delle mangrovie. La valutazione d’impatto ambientale aveva correttamente individuato il rischio, evidenziando come l’abbattimento delle mangrovie avrebbe privato l’isola della sua protezione naturale contro maree e inondazioni mentre l’abbattimento delle palme da cocco avrebbe avuto impatti negativi sull’economia locale. Si consigliava quindi la costruzione dell’aeroporto in un sito diverso e l’installazione di frangiflutti per protegge le coste dall’erosione. Le raccomandazioni non sono state ascoltate. Gli attivisti intervistati da Human Rights Watch sostengono che il governo avrebbe aggirato l’autorità dell’Epa, che inizialmente aveva bloccato il progetto in assenza di misure di compensazione. 

L’esito di questa vicenda è drammatico. Non solo nel 2023 l’amministrazione dell’isola è stata costretta a installare delle barriere a protezione della costa (per un costo di 2,7 milioni di dollari) ma la distruzione delle mangrovie ha danneggiato le comunità locali, privandole dei mezzi di sussistenza. “Almeno 400 donne e le loro famiglie dipendevano dalla foresta per vivere e la distruzione degli alberi ha danneggiato quasi duemila persone, ovvero circa un quinto della popolazione dell’isola, con perdite complessive fino a 565mila dollari all’anno”, si legge nel rapporto.

Oggi i contadini che dipendevano dalla foresta hanno dichiarato non solo di aver perso il reddito, ma alcuni di loro che vivono vicino al sito hanno perso la casa: “Lo sviluppo ha portato alcune cose buone, come il sistema fognario -ha spiegato un agricoltore-. Ma questo non dovrebbe avvenire seppellendo palme da cocco e mangrovie per un aeroporto”.

Un altro caso emblematico è l’Addu Reclamation Project, nell’omonimo atollo nella parte meridionale dell’arcipelago: un progetto di bonifica finalizzato alla creazione di nuovi terreni edificabili in cui facilitare “sviluppi residenziali, turistici e commerciali a lungo termine… [e] l’assegnazione di isole bonificate nella laguna per resort privati a quattro stelle”. Anche in questo caso, la valutazione d’impatto ambientale aveva dato esito negativo e denunciato il danno irreversibile all’economia locale a causa degli impatti sull’ecosistema marino.

In particolare, è stato stimato un danno compreso tra i 17,4 e i 27,4 milioni di dollari l’anno per il territorio a causa del deposito di sedimenti sui fondali marini dovute ai lavori di bonifica. Eppure, nel marzo del 2022 il ministro per l’Ambiente, Aminath Shauna, ha dichiarato al Parlamento che il governo non avrebbe ostacolato il progetto di bonifica, nonostante gli avvertimenti.

A pagare il prezzo più alto saranno quelle comunità il cui sostentamento dipende dalla vita marina. Come dimostra un precedente progetto di bonifica realizzato sull’isola di Feydhoo, a più di dieci anni di distanza dal completamento dei lavori la barriera corallina non si è ancora completamente ripresa: le comunità di pescatori, in particolare, osservano la scomparsa dei pesci che popolavano questi delicati ecosistemi e che sono essenziali per la pesca di specie più grandi come il tonno.

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