Economia

I paladini dell’evasore

Chi sono i “private bankers”, professionisti degli istituti di credito che con la massima riservatezza fanno business sul rientro dei capitali illeciti dei clienti Vuoi sottrarre soldi al fisco? Inutile portare i contanti oltre confine, rischiando penosi controlli alla dogana….

Tratto da Altreconomia 109 — Ottobre 2009

Chi sono i “private bankers”, professionisti degli istituti di credito che con la massima riservatezza fanno business sul rientro dei capitali illeciti dei clienti

Vuoi sottrarre soldi al fisco? Inutile portare i contanti oltre confine, rischiando penosi controlli alla dogana. Basta recarsi alla banca sotto casa e rivolgersi a un “private banker”. In un ufficio dedicato, lontano da orecchie indiscrete, il professionista fornirà tutte le indicazioni per trasferire il denaro all’estero e risparmiare fino a due terzi di imposte. Tutto in regola e senza rischi. Sempre che il cliente non voglia azzardare altre strade: in questo caso il gioco si complica e scatta un complesso intreccio di transazioni offshore, nelle quali viene cancellata ogni traccia dei trasferimenti. L’operazione è illegale ma il cliente non pagherà un euro di tasse.
Poi non resta che attendere l’ennesimo scudo fiscale, come quello operativo in questi mesi (vedi sotto), e rimettersi in regola. A quel punto rientra in gioco il private banker, stavolta incaricato dalla legge di sanare la posizione del cliente pagando una cifra irrisoria allo Stato. E il cerchio si chiude, su un gioco di complicità e illegalità in cui a farla franca è l’evasore e a rimetterci la collettività. Ma in tutto ciò la banca si assicura la sua fetta, attraverso laute commissioni e un’ampia gamma di servizi di consulenza.
Chi sono i private bankers? Si tratta di consulenti a tutto tondo, ben diversi dai normali sportellisti, creati una dozzina di anni fa sull’esempio della grandi banche londinesi. Si occupano solo di grandi patrimoni, normalmente non inferiori ai 500.000 euro, che gestiscono come fossero i propri. Il termine inglese “private” ha due significati, che rendono l’idea del servizio erogato: “personalizzato” e “riservato”. Qui non si fanno file, il servizio è accurato e non ammette leggerezze. Anche perché il cliente di “alta gamma” ha esigenze complesse e richiede competenze trasversali di natura finanziaria, legale e fiscale. Per questo il private banker è sempre rintracciabile sul cellulare, senza limiti di orario, come un medico o uno psicologo. Ha un’età media intorno ai 40 anni ed è piuttosto ben pagato, con stipendi che vanno dai 40mila ai 62mila euro per un operatore junior, fino ai 300mila per un senior. Le cifre includono ovviamente i bonus calcolati sui capitali gestiti.
In Italia sono oltre 6.000 a servizio di un patrimonio di circa 350 miliardi di euro. Il mercato è ristretto e concentrato nella parte alta della scala reddituale: non più di 600mila famiglie, che detengono il 36% della ricchezza nazionale. Parliamo di un boccone da 800 miliardi di euro, di cui solo il 43% intercettato dal private banking. Dunque un settore in espansione, oggetto di una concorrenza senza esclusione i colpi, a suon di sponsorizzazioni di campi da golf ed eventi esclusivi. Intanto i numeri parlano chiaro: Unicredit Private Banking ha incassato nel 2008 profitti per 91 milioni di euro, seguita da Intesa Private Banking con 57 milioni. Entrambi contano su uno staff di circa 800 professionisti, rafforzati in occasione del nuovo scudo fiscale. Per sviluppare la categoria è nata nel 2004 l’Associazione italiana private banking (www.aipb.it), in collaborazione con l’Università Cattolica e Pwc Advisory, che riunisce oggi il 90% del mercato tra banche italiane e straniere. L’associazione punta a rafforzare l’immagine di un comparto che non gode di grandi simpatie nell’opinione pubblica e collabora con numerose riviste finanziarie, ma al tempo stesso comunica con cautela e soprattutto non gradisce le domande “scomode”. Una politica giustificata dalla posizione delicata dei soci, tra i quali compaiono istituti domiciliati nei più impenetrabili paradisi fiscali, insieme a numerosi studi legali e società di consulenza.
Un’occasione da non perdere è rappresentata dall’attuale scudo fiscale, che vede in prima linea le grandi banche con ramificazioni all’estero. Sui 73 miliardi di euro emersi nei precedenti condoni del 2001 e 2003, oltre 40 sono passati dal private banking. Gli intermediari fungono addirittura da “sostituti d’imposta”, garantendo l’anonimato al cliente. La banca infatti sarà l’unica a conoscere l’identità del contribuente e a versare quanto dovuto al fisco, dopo aver accreditato la somma su un conto cifrato. Una segretezza che non potrà essere violata in nessun caso, nemmeno a fronte di richieste specifiche dell’anagrafe tributaria. “Per noi l’ipotesi di scudo fiscale non rappresenta tanto la possibilità di acquisire nuove masse di denaro -precisa Bruno Zanaboni, segretario generale dell’Aipb-, quanto di soddisfare in modo più completo le esigenze di trasparenza, costo e qualità del servizio, affiancando alla consulenza finanziaria quella legale, fiscale, immobiliare e successoria che la clientela private richiede. Non sappiamo il volume effettivo dei rimpatri, ma sicuramente avremo un ruolo chiave, soprattutto sulle operazioni più complesse”. Traduzione: non perderemo l’occasione di acquisire nuovi clienti, ai quali daremo tutti gli strumenti per trasferire beni all’estero, aprire società anonime, sottoscrivere prodotti che permettono di azzerare il carico fiscale sulle successioni e investire in strumenti altamente speculativi, garantendo la necessaria copertura legale. Tutto ciò naturalmente ha un costo. Per regolarizzare i beni “scudati” la banca prende fino al 5 per mille, che su un milione di euro significa 5.000 euro. Poi ci sono i servizi di consulenza e le eventuali commissioni di gestione sul patrimonio rimpatriato e sui prodotti nei quali verrà investito, che possono far lievitare notevolmente la somma.
Nel 2002 venne alla luce solo il 15% delle ricchezze detenute all’estero: oggi queste sono stimate intorno ai 278 miliardi di euro. Il dato proviene ancora dall’Aipb, che meglio di chiunque altro ha il polso della situazione sui beni dislocati all’estero. Ma il vero nodo è un altro: il rimpatrio non è obbligatorio per gli Stati della Comunità europea né per quelli aderenti alla Spazio economico europeo che forniscono informazioni al fisco (ad oggi praticamente solo la Norvegia). Tra i primi spicca il Granducato di Lussemburgo, piazza offshore tuttora nella “lista grigia” dell’Ocse (che comprende le nazioni non ancora pienamente collaborative con il fisco di altri Paesi), nel quale secondo le stime Aipb risiede il 31% dei patrimoni potenzialmente oggetto dello scudo. Ma è certamente la Svizzera il Paese dal quale ci si attendono i maggiori flussi: almeno il 45% del totale. Secondo la società di consulenza Boston Consulting, nelle banche svizzere sono depositati oltre 2.000 miliardi di dollari di fondi esteri. Si tratta di capitali in parte frutto di attività in nero di migliaia di imprese, professionisti e privati cittadini.
Ma come si fa a occultare una somma di denaro all’estero, sfuggendo alle maglie del fisco? Il primo passo è creare una somma in nero, attraverso una falsa dichiarazione dei redditi, pagamenti in contanti non contabilizzati o falsa fatturazione. Dunque l’aspirante evasore si trova in mano del denaro che non compare in alcun documento e deve farlo sparire. A questo punto può scegliere se portare fisicamente il denaro in una banca estera, ad esempio in Svizzera o a San Marino, secondo il metodo un po’ antiquato ma ancora attuale degli “spalloni”, oppure avvalersi di sistemi più moderni e affidarsi a una banca o a un professionista. Gli operatori di banca che abbiamo interpellato negano vigorosamente anche la sola ipotesi di un appoggio dell’istituto. “Rischiamo la radiazione dall’Albo -ci ha detto un promotore finanziario di una banca nazionale-: non conosco casi del genere”.
Ma le indagini della Guardia di finanza negli ultimi anni hanno portato alla luce una realtà ben diversa, che rivela un ruolo non secondario delle banche. Parliamo di intrecci e flussi di denaro talvolta molto sofisticati e difficili da ricostruire, a seconda delle esigenze e dell’entità dei capitali da occultare. In ogni caso se il destinatario è una banca estera, la complicità dello sportello italiano è indispensabile, per non lasciare traccia del passaggio di denaro. Ad esempio, dal 2007 le banche extra-comunitarie devono essere identificate e registrate dai nostri istituti con un codice dedicato, per agevolarne la vigilanza, ma non sempre questo avviene. È quanto è emerso nel corso di un’indagine della magistratura a Forlì nel maggio scorso, nell’ambito di un’inchiesta sul riciclaggio che vede coinvolta la Repubblica di San Marino. In altre parole, le banche estere non venivano segnalate e questo ha consentito importanti passaggi di somme in nero, che venivano fatte transitare in successione su diversi conti. Una volta accreditata la somma all’estero, il gioco è più facile. Di solito lo stesso denaro viene ri-accreditato su un conto italiano, magari sotto forma di prestito garantito da una fideiussione alimentata dal pagamento in nero dell’evasore, in modo che quest’ultimo possa registrare solo un debito agli occhi del fisco ed evadere le imposte.
Un altro sistema è quello di intestare i propri beni ad un “trust”, società estera che garantisce la più completa segretezza sui reali beneficiari dei flussi di denaro.

Più scudo per tutti
“Scudare” è diventato ormai un termine di uso comune presso funzionari di banca, intermediari finanziari e società di consulenza. Significa regolarizzare un bene trasferito illegalmente all’estero, senza incorrere nelle sanzioni previste dalla legge. È quanto consente di fare il cosiddetto “Scudo fiscale” messo a punto dal governo in carica, il terzo dell’era berlusconiana dopo gli analoghi provvedimenti del 2001 e del 2003. Un regalo a chi ha sottratto risorse alla collettività occultandole in qualche isola del pacifico, purché  entro il 15 dicembre prossimo riporti tutto in patria o si metta in regola pagando un’imposta secca del 5% sul valore dichiarato. Non parliamo solo di contanti, ma di qualunque bene, dalle attività finanziarie agli immobili ai gioielli. Il provvedimento (Dl 78/2009, già convertito in legge) copre unicamente i reati di omessa dichiarazione o dichiarazione infedele a opera di persone fisiche, società semplici ed enti non commerciali, ma scatta anche in presenza di altri illeciti (come il falso in bilancio).
Una distinzione in molti casi puramente teorica: dove sta il confine tra dichiarazione infedele e frode fiscale nel caso di un professionista, tenuto a redigere regolari scritture contabili, nel momento in cui falsifica un documento? Comunque sia, una volta versato il 5% allo Stato, nessuno potrà più contestare i reati oggetto dello scudo. Lo sconto è consistente, poiché le nuove norme prevedono sanzioni raddoppiate fino al 240% sull’importo occultato, oltre al pagamento delle imposte arretrate e al rischio di confisca del beni. Il governo dal canto suo punta ad incassare dai 2 ai 4 miliardi di euro, contro un flusso di somme regolarizzate tra gli 80 e i 100 miliardi. Altre info: www.agenziaentrate.it

Le banche in paradiso
La maggior parte degli istituti di credito italiani ha filiali in paradisi fiscali. Ecco un breve carrellata:
Unicredit. Il gruppo ha controllate, direttamente o indirettamente, in Lussemburgo, Delaware (Usa), Svizzera, San Marino. Attraverso Pioneer controlla istituti a Hong Kong e nelle Bermuda. La controllata HypoVereinsbank è presente, tra l’altro, a Singapore e alle Isole Cayman. Mediante Bank of Austria si appoggia a controllate in diverse piazze offoshore, tra cui George Town (Isole Cayman).
Intesa Sanpaolo. Tra le 14 filiali estere compare George Town, Nassau (Bahamas), Hong Kong, Principato di Monaco (fino ad aprile 2009 nella lista nera), Singapore e Dubai. Inoltre nel Lussemburgo operano le controllate Société Européenne de Banque, Sanpaolo Bank Luxembourg e Banca Fideuram, quest’ultima presente anche a Monaco. 
Monte dei Paschi di Siena. Dispone di filiali in Lussemburgo, Hong Kong e Shangai, una sussidiaria nel Principato di Monaco e una rappresentanza in Belgio.
Banco Popolare. È presente in Svizzera attraverso Aletti e Bipielle e ha filiali a Shanghai e Hong Kong. Ha partecipazioni in Lussemburgo e Svizzera.
Ubi Banca. Attraverso Ubi Banca International opera in Svizzera e Lussemburgo, dove dispone anche di filiali. Ha inoltre uffici di rappresentanza a Hong Kong e Shanghai e alcune società di advisory e asset management per la clientela private in Svizzera, Singapore, Shanghai e Lussemburgo.

Un settore concentrato
Le banche attive nel settore “private” sono molte, ma il settore è molto concentrato. I primi dieci operatori (a sinistra) detengono infatti l’82% dei patrimoni (asset) gestiti, quota rimasta invariata tra il 2007 e il 2008. In testa, i colossi Intesa- Sanpaolo e Unicredit. Secondo le stime dell’Associazione italiana private bankers, potrebbero rientrare in Italia grazie allo “scudo fiscale” varato dal governo 125 miliardi di euro dalla Svizzera, 86 dal Lussemburgo e almeno altri 66 miliardi dai vari paradisi fiscali sparsi per il pianeta.

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