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I migranti dell’Hotel Sudan

La morte di un bracciante sudanese, nella campagna di Nardò (Lecce), ha riportato l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni di lavoro di coloro che raccolgono frutta e ortaggi. Il reportage di Altreconomia da Cassibile, fuori Siracusa, dove vivono in condizioni disagiate centinaia di stagionali. “Lavoro in nero -racconta Abdou- dalle 7 del mattino alle 14.30. Raccolgo le patate, un lavoro pesantissimo. Mi pagano 45 euro, 5 dei quali li devo dare per il trasporto all’autista che ci porta al lavoro (circa sedici persone in un furgoncino), il resto lo tengo io”

Tratto da Altreconomia 172 — Giugno 2015

Cassibile è una circoscrizione di Siracusa, piccola, popolosa e così distante da avanzare rivendicazioni autonomiste. Una frazione rurale, collegata alla città (che dista 14 chilometri) dall’autostrada e da una provinciale, che si sviluppa attorno alla via Nazionale, un lungo rettilineo. Un borgo dalla storia antica che ha preso forma a fine Ottocento, quando un centinaio di contadini e pastori provenienti dalla provincia siracusana e ragusana vennerò richiamati dal marchese Silvestro Loffredo di Messina, in cambio di un’abitazione e un pezzo di terra per il pascolo.

Cassibile è nei libri di storia, per la firma dell’armistizio del 3 settembre 1943, reso poi noto l’8 settembre, che segnò la fase decisiva e finale della seconda guerra mondiale. Nel dopoguerra gli abitanti erano circa cinquecento, oggi sono quasi 6mila. L’agricoltura è il motore economico dell’area, e le colture più diffuse sono lattuga e finocchi e -soprattutto- patate e fragole. Cassibile è luogo di lavoro stagionale, che coinvolge principalmente lavoratori immigrati, le cui presenze tra febbraio e giugno oscillano tra le 250 e le 400 unità: i caporali li reclutano nelle prime ore del mattino in piazza o lungo la via Nazionale, offrendo un lavoro irregolare, senza contratto né diritti. Gli abitanti sono ostili, infastiditi dalla presenza dei migranti che, a fine lavoro o nei giorni di ferma, frequentano alimentari, bar, tabacchi. Un‘ostilità che in passato ha portato a episodi di intolleranza, certificata dalla compattezza degli esponenti politici, pronti a gridare al pericolo sicurezza legato alla presenza di stranieri.

Chi va nelle campagne di Cassibile, però, riscontra che gli unici a dover temere per la propria sicurezza sono i migranti. In un campo, a pochi passi dallo svincolo autostradale, tra due casolari diroccati, vivono più di 200 stagionali, in gran parte sudanesi, ma anche tunisini e marocchini, qualcuno del Ciad e un paio di senegalesi. L’area, ai piedi di due imponenti colline, è molto difficile da raggiungere se non la si conosce: si arriva attraverso una strada dissestata tra due file di muretti a secco. Attorno ci sono campi di finocchi, dei quali restano solo gli scarti di una raccolta già effettuata. Sulla sinistra c’è un casolare, noto come “Hotel Sudan”: le finestre sono chiuse da cellophan e scotch, l’atrio ampio e fatiscente. Sul retro, una piazzola sterrata dove i ragazzi trascorrono il tempo libero. Tutto è in ordine, malgrado le condizioni precarie. Non c’è sporcizia, non ci sono rifiuti a terra. Sul retro un ampio stanzone con divani, sedie, tavolini: qui si parla, si gioca a carte, si beve qualche bibita. C’è anche una tv, sintonizzata sui tg o sulle partite di calcio. L’elettricità arriva da un generatore di corrente. Quella è anche la sala da pranzo, dove si serve la cena, quando tutti i lavoratori sono rientrati. L’acqua corrente la prendono dal rubinetto comunale. Di fronte al casolare, a circa venti metri, c’è una casupola, coperta da un telo. Ospita un piccolo bar, dove servono caffè e un ottimo tè alla cannella: i migranti cercano di creare delle condizioni “normali” in una situazione di grande disagio.
La sera si riuniscono tra quelle stanze e lo spiazzo.

Arrivano anche gli altri, che vivono un centinaio di metri più avanti, dove i muretti a secco finiscono su uno slargo, e lo scenario è ancor più decadente: baracche di lamiera, cartoni, tende, alberi adibiti a tettoie. Sono uomini che vengono da varie parti d’Italia, non solo stagionali abituali, ma anche lavoratori disoccupati per effetto della crisi, licenziati da aziende del nord e del centro Italia, alcuni nel nostro Paese da oltre dieci anni e in possesso di cittadinanza italiana, altri in procinto di ottenerla. Come Abdou, ventenne senegalese, vestito come un qualsiasi ragazzo della sua età, con pantaloni beige portati a vita bassa e una maglietta colorata. Ha un accento romano e voglia di raccontare la sua storia: “Sono venuto qui 8 anni fa per raggiungere mio padre. In Italia sono cresciuto e ho studiato. Mi sono diplomato in ragioneria con il voto di 83/100, ma non trovo lavoro. Faccio il cameriere nella stagione estiva, a Roma, ma durante il resto dell’anno non trovo altro”. A Cassibile è arrivato dalla Puglia. Lì i compagni di lavoro, sudanesi, lo hanno informato che da marzo a giugno si poteva venire qui per raccogliere patate o fragole: “A Roma non c’era niente da fare. Non volevo stare a casa. E qui ogni tanto riesci a guadagnare qualcosa. Certo non mi aspettavo queste condizioni: qui la vita è durissima, ma non abbiamo altra scelta e non mi vergogno di nulla, perché io sono qui per lavorare”. Le condizioni di lavoro sono sempre le stesse: nessuna tutela e nessuna continuità. I caporali comandano e scelgono a loro discrezione: “Lavoro in nero -racconta Abdou- dalle 7 del mattino alle 14.30. Raccolgo le patate, un lavoro pesantissimo. Mi pagano 45 euro, 5 dei quali li devo dare per il trasporto all’autista che ci porta al lavoro (circa sedici persone in un furgoncino), il resto lo tengo io”. La paga non è bassa, ma non si lavora sempre e da quei soldi ogni persona deve detrarre quelli per il cibo e le attrezzature da lavoro: “I caporali marocchini decidono quando lavori. E devi comprarti anche scarponi e guanti”. A differenza di Abdou, molti non hanno voglia di parlare, sono stanchi e sfiduciati. Come Alì, sudanese di 43 anni, alto, robusto e dai modi gentili. “Sono cittadino italiano. Vivo qui da 13 anni e ho moglie e figli a Roma. Lavoravo come autista, poi l’azienda è fallita e adesso eccomi qui. Non lavoro sempre e non ho contratto: prendo 40 euro e 5 li do per il trasporto. Qui siamo praticamente tutti regolari, molti di noi sono in Italia da anni. Ne ho viste e sentite tante, ma non cambia nulla. Si continua a parlar male dei migranti, lo fanno i giornali, la politica, come se noi fossimo colpevoli di qualcosa. Noi che viviamo e lavoriamo in condizioni assurde. Da anni mi capita di parlare con i giornalisti, ma a che serve se poi le cose rimangono sempre uguali?”.

C’è molta solidarietà, per fortuna, tra chi popola questi casolari. Al di fuori di questa comunità, invece, si occupa di loro solo un prete da sempre vicino ai migranti, padre Carlo D’Antoni. Ogni giorno porta indumenti, coperte, cibo, spinto dal senso di solidarietà umana, “che non è buonismo, ma un dovere di civiltà oltre che di amicizia”. “Questi esseri umani -continua padre Carlo- sono visti come forza lavoro, muscoli per la raccolta dei frutti della terra. Per le autorità civili, politiche, ecclesiastiche e militari sono degli invisibili. Chi si avvicina lo fa per intimorirli, farli sentire in difetto riguardo alla legge italiana, ma quasi nessuno è in difetto con la legge e chi lo è si trova in questa condizione per colpa della burocrazia”.
Il senso di isolamento risalta. La Cgil, a Catania, ha approntato il “sindacato di strada”, allo scopo di intervenire sul mondo dei lavoratori senza diritti: “Scendiamo per strada, nei luoghi del reclutamento, chiedendo ai lavoratori dove vanno a lavorare e a che condizioni e informandoli sui loro diritti, invitandoli a denunciare” spiega Giacomo Rota, segretario provinciale. A Siracusa, che è competente su Cassibile, il progetto non è ancora decollato, ma come ci assicura il segretario provinciale Paolo Zappulla, si sta studiando il territorio: “A Cassibile si stanno affermando le grandi aziende. Quest’anno si registra una diminuzione del numero dei lavoratori contrattualizzati. Ciò che ci insospettisce, è che ci sono imprese che, nonostante la crisi, hanno fatturati in crescita a fronte di una riduzione del personale assunto. Come è possibile? Questo dato potrebbe essere indice di lavoro nero”. “Le imprese e le associazioni di categoria -riprende Zappulla- dovrebbero aiutarci per isolare chi sfrutta il lavoro nero: purtroppo, non troviamo collaborazione”. Nell’attesa, a Cassibile si continua a sudare e a sottostare all’arbitrio dei caporali e dei loro committenti.

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