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I giovani fuggono dalle aree distanti da grandi centri e servizi

Occorrono coraggio e buone idee per fermare una migrazione senza futuro: “Ai nati tra il 1980 e il ‘90, quando l’autostrada di Capaci saltava per aria, non diamo le risposte che cercano -scrive Paolo Pileri-. Abbiamo lasciato loro una terra cannibalizzata dal cemento, flagellata dai rifiuti e soffocata dalla mancanza di un lavoro dignitoso e appagante”

Tratto da Altreconomia 184 — Luglio/Agosto 2016
Un paesaggio pedemontano

C’è una migrazione diversa, meno cruenta, che, come goccia sulla pietra, buca il futuro. È quella dei tanti giovani pronti a fuggire per sempre dalle loro terre alla ricerca di un Paese che li accolga e riservi loro stima, dignità e speranza. A Milano, a questa fuga non diamo peso (e sbagliamo) perché forse ne intuiamo il ritorno. Ma a Palermo l’idea di scappare è indigesta. Primo perché sono molti di più i “pronti alla fuga”. Poi perché sai che non ritorneranno e quella terra rimarrà più sola di prima, in balia di chi vorrà spadroneggiare. E poi perché senti che così si ammazza chi resta, chi ha immaginato di dar vita lì a un nuovo futuro: i ragazzi dei laboratori artigiani di via Alloro, di Ballarò e di Libera o le Donne in Campo. Ma niente, loro vogliono andarsene. C’è chi dice che fanno bene: la vita è una sola. Chi dice che scelgono così perché si abbandonano al comodo e mortificante “intanto non c’è nulla da fare”. E se fosse un’altra la ragione? Sospendiamo il giudizio su di loro e voltiamoci verso di noi: se la fuga di quei ragazzi fosse un atto di separazione dalla nostra generazione? Un gesto estremo per dirci che non ne possono più di un modello sociale e politico? Ai nati tra il 1980 e il ‘90, quando l’autostrada di Capaci saltava per aria, non diamo le risposte che cercano. Abbiamo lasciato loro una terra cannibalizzata dal cemento, flagellata dai rifiuti e soffocata dalla mancanza di un lavoro dignitoso e appagante. Ma quel che meno sopportano è che non c’è uno straccio di progetto che li riguardi e che duri più di una campagna elettorale o non sia un mancetta per un tablet.

Se fossimo noi a “deportarli” e non loro ad andarsene?
La nostra generazione, quella che arriva oggi all’età adulta, porta con sé una responsabilità storica: o riesce ad aprire gli occhi e frena l’evaporazione di giovani dalle Aree interne del Paese (non solo dal Sud) diretta a condensarsi nell’ombelico delle smart city del Nord (dove, et voilà, la finanza vuole investire) e se ne parlerà nei prossimi libri di storia; o non vi riesce, e forse se ne parlerà fra due generazioni, ma in termini ben diversi. L’Italia della nostra splendida Costituzione è una terra dove a tutti i cittadini devono essere date uguali opportunità laddove essi sono (art. 3). E invece, a suon di promesse di valli incantate e idroponiche, li strappiamo alle loro terre, che così deperiranno o saranno predate. Il futuro non può essere quello degli investitori, ma dei cittadini. Bisogna reagire elaborando, con loro, veri progetti di dignità e rianimazione delle Aree interne del Paese: il loro svuotamento riguarda tutti noi.

È necessario un riscatto culturale che passa da strade e piazze diverse da quelle percorse fin qui. In primis, dalle aule di scuola, dove si affilano le armi contro l’ignoranza che fa sbagliare. Scuole che devono tornare il fiore che erano e che han bisogno dei migliori, come Laura: con una laurea in architettura al Politecnico di Milano vuole insegnare alle scuole medie. Una scelta coraggiosa. Laura ha capito: la scuola non si salva da sola ma con la sua scelta di ri-costruirla dall’interno, rianimando la voglia di prendersi cura della propria terra, disegnando nuove prospettive di responsabilità. Laura, a suo modo, è una patriota a cui va il nostro grazie. Di tante Laura abbiamo bisogno. Le nostre generazioni imparino da lei. E quelli con il biglietto di sola andata, lo straccino.

Paolo Pileri è professore associato di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Che cosa c’è sotto” (Altreconomia, 2016)

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