Economia

I contadini dell’Alca – Ae 71

Dal Nicaragua all’Honduras, sulle strade percorse da milioni di lavoratori per arrivare nelle maquilas, in Messico e negli Stati Uniti Al Nord del Nicaragua, nel profondo delle montagne  del dipartimento di Madriz, davanti a me si apre un orizzonte impressionante:…

Tratto da Altreconomia 71 — Aprile 2006

Dal Nicaragua all’Honduras, sulle strade percorse da milioni di lavoratori per arrivare nelle maquilas, in Messico e negli Stati Uniti

Al Nord del Nicaragua, nel profondo delle montagne  del dipartimento di Madriz, davanti a me si apre un orizzonte impressionante: montagne verdi, fitte di vegetazione, e in fondo il fiume Coco, che taglia la valle in due con un villaggio a fianco e una piccola chiesa grigia in stile coloniale, caratteristica di questo paesaggio e retaggio della dominazione spagnola. Da qui, dall’interno della campagna del Nicaragua voglio arrivare all’Honduras, più di mille chilometri di strade sterrate, percorse negli ultimi due decenni da milioni di contadini spinti dalla carestia e dalla guerra (finita nel 1990) verso le città e la miseria. Partono percorrendo nel modo in cui riescono l’autostrada panamericana, che dal Sudamerica sale verso Nord attraversando l’America Centrale insieme

a tutta l’emigrazione latinoamericana, per poi arrivare fino al  Messico e, successivamente, agli Stati Uniti.

Viaggiando oggi su questa strada misuro gli effetti negativi sulle popolazioni del Nicaragua e dell’Honduras prodotti da due macroprogrammi in corso: il Corridoio biologico mesoamericano (Cbm) e  il Piano Puebla Panamà (Ppp).

Il primo punta a sfruttare la biodiversità di questa zona -ricchezza strategica per le transnazionali farmaceutiche-; il secondo prevede la costruzione di grandi infrastrutture e la creazione di “zone franche” in tutta l’America Centrale, oltre ad essere orientato ad offrire l’infrastruttura necessaria

al futuro trattato commerciale centroamericano il DR- Cafta, che è l’Alca dell’America Centrale.

I contadini che incontro mi raccontano di come s’intrecciano questi grandi trattati di libero commercio con la loro vita di tutti i giorni, con la siccità dei campi o l’inondazione  (quando il fiume s’incontra con la laguna, dopo due settimane di piogge incessanti); con le preoccupazioni che sorgono quando l’unica mucca si ammala e smette di dare il latte, rischiando la denutrizione dei bambini; con l’impotenza di non poter far nulla, quando le medicine hanno dei costi irraggiungibili. Da queste parti la fame stringe, spingendo i contadini e le loro famiglie ad emigrare verso le città. Qui la  speranza presto si rivela un miraggio e si traduce in miseria: costretti a lasciare la loro terra e il loro mondo, si ritrovano nella situazione d’abbandono statale in cui versavano prima, ma in una terra nuova e ostile: “la città”.

Risalgo il fiume Coco e trovo altri piccoli villaggi, o meglio, concentrazioni di case a ridosso delle montagne, che circondando il fiume: case umili, di gente povera, tenute insieme da pezzi di ferro senza nome, pareti di plastica, e per tetto una lamiera. Questi contadini vivono qui perché la raccolta del caffè offre loro la possibilità di lavorare come braccianti almeno alcuni mesi l’anno. Il resto dell’anno, quando riescono, coltivano mais, fagioli, banane e patate e, se il raccolto è buono, lo vendono nei mercati vicini.

Queste famiglie contadine temono e dicono che un trattato commerciale come il DR-Cafta comprometterà  la possibilità di costruire uno sviluppo equo, sconvolgendo in modo forse irreversibile il precario equilibrio tra campagna e città e peggiorando la già difficile situazione

di miseria delle campagne del Nicaragua.

In queste montagne la gente vive ancora in modo semplice, rispettando il ritmo della natura, fatto di sei mesi di piogge tropicali e di un’unica stagione secca il resto dell’anno: un ritmo naturale orchestrato dai tre raccolti l’anno di cereali.

Il loro lavoro rappresenta quasi il 100% della produzione nazionale di mais, di fagioli e di cereali, che costituiscono “l’ossigeno verde” per l’autosufficienza e la sicurezza alimentare del Nicaragua.

È paradossale, ma sette contadini su dieci che producono questa enorme ricchezza strategica, versano in una situazione di povertà, e quattro di questi sette si trovano in una situazione di povertà estrema.

A piedi, continuo a camminare tra i piccoli villaggi  insieme a José, la mia guida, un uomo intorno ai trent’anni, non molto alto, di pelle scura, con le mani rugose per il lavoro nei campi. Con lui andiamo a Nord, cercando un leader contadino della zona: Felix Rocha, dall’aspetto solido e dal volto segnato dal tempo, con rughe profonde che ne segnano l’espressione.

Lo sguardo di Felix è spento dalla fatica, ma quando comincia a parlare della sua terra, in fondo agli occhi colgo una luce di speranza. Felix  spiega che questo trattato commerciale non porterà altro che più fame e che non sarà grazie a questo trattato di libero commercio che il Paese uscirà dalla povertà. Invece, sostiene che “una possibile via d’uscita sostenibile si trova nel modello alternativo proposto dalle organizzazioni contadine di piccoli e medi produttori e allevatori, dalle cooperative e dalle persone che lavorano come braccianti stagionali. Questo progetto può funzionare”. Continua Felix: “Siamo convinti che l’economia popolare abbia la capacità di risolvere i problemi di sicurezza alimentare, là dove ha fallito il modello agricolo basato sull’esportazione”. Gli ricordo che uno dei vantaggi della liberalizzazione dei mercati nicaraguesi, proposta in questo trattato, potrebbe essere l’opportunità d’esportazione verso gli Usa. Felix mi risponde che “può essere vero, ma quello che non hanno detto i funzionari nordamericani, venuti a convincere il governo nicaraguese di Enrique Bolaños a firmare questo trattato comerciale, è che alcuni dei cereali tra i più importanti per la sicurezza alimentare del Nicaragua, come il mais, hanno un rendimento per ettaro sette volte inferiore a quelli transgenici degli Stati Uniti”. Non a caso i contadini nicaraguensi dicono popolarmente che “è come mettere a competere una tigre sciolta contro un asino al guinzaglio”.

Felix ci tiene ad aggiungere che “i produttori statunitensi hanno tutte le condizioni favorevoli dalla loro parte, come la modernizzazione tecnologica e i grandi sussidi da parte dello Stato, che in alcuni casi riducono del 60 per cento i costi di produzione”.

La classe contadina, diversamente da quello che sostiene il governo al potere di Enrique Bolaños, ha un proprio progetto di sviluppo. Felix Rocha ne è uno dei promotori: “Il nostro progetto è  un programma agricolo e d’allevamento oggi indispensabile per contenere l’impoverimento della campagna, un progetto solidale, partecipativo e autogestito”.

“Il pregio di quest’iniziativa -continua- è che è stata disegnata e sperimentata tra queste montagne, tra casa mia e quella del vicino, dalla nostra stessa gente che, se venisse ascoltata, potrebbe goderne i benefici. Per un progetto di auto-sviluppo come questo ci sono molte più possibilità di successo, rispetto a tutti i modelli macroeconomici di solito costruiti nelle sedi

dei grandi istituti finanziari o nelle università più prestigiose del Nord del mondo (quegli stessi progetti che vengono poi applicati dal governo liberista del presidente Enrique Bolaños, molte volte con scarso successo)”. “Tuttavia -mi dice Felix mentre mi guarda negli occhi- questo nostro modello di sviluppo è molto difficile da attuare perché non ci viene dato nessuno spazio. Ad esempio negli anni scorsi, le negoziazioni del DR-Cafta sono state fatte in segreto: solo molto tempo dopo l’inizio della negoziazione i politici dell’attuale governo hanno inscenato un ampio coinvolgimento sociale per giustificarsi e poter dire che la società civile ha dato il suo parere”. Conclude Felix Rocha: “L’attuale governo nicaraguense non ha una strategia alternativa, un progetto autoctono di sviluppo, ma difende strettamente i propri interessi elitari, rimettendosi alle ragioni del governo statunitense, principale promotore di questo trattato”.

Non lontano da El Espino, l’ultimo villaggio poco prima della frontiera nicaraguense con l’Honduras, arrivo a casa di un altro leader contadino, Juan Gonsalez,  e con lui parlo del Piano Puebla Panama: “Questo macroprogetto -dice- prevede la costruzione di 30 dighe tra Puebla, nel Sud del Messico, e  Panamá. La strategia del Ppp consiste nel spingere la popolazione rurale verso i centri abitati per diventare operaia di maquilas nelle città, dove prima sono state installate le zone franche o maquilas, e così rimediare al bisogno attuale di mano d’opera a basso costo”.

Spiega Juan Gonsalez: “Il Ppp prevede anche di consegnare titoli di proprietà individuale a quei contadini che, come noi, oggi stanno resistendo e non hanno voluto abbandonare la campagna. Ma questi titoli di proprietà individuale, per noi, che vediamo la terra come un bene comunitario, smembrerebbero definitivamente la nostra economia collettiva e solidale, che al momento rappresenta l’ostacolo che si frappone tra le multinazionali estere e la grande ricchezza della nostra terra in materia di riserva biogenetica e di mano d’opera a basso costo”.

Il mio viaggio tra grandi accordi internazionali e vita quotidiana di migliaia di contadini continua.

ALCA

Area di libero commercio delle Americhe. Trattato commerciale firmato al summit di Miami nel 1994 dai 34 capi di Stato del continente americano. In termini di mercato, coinvolge una popolazione di 780 milioni di abitanti, un terzo del prodotto lordo globale e il 20% del commercio mondiale. Attualmente molti Paesi dell’America Latina, con a capo il Venezuela, il Brasile e l’Argentina e da poco la Bolivia, hanno opposto resistenza e fatto una controproposta autoctona, l’Alba, Area di libero commercio bolivariana. 

DR-CAFTA

Area di libero commercio per l’America centrale. Sessione dell’Alca circoscritta

ai Paesi dell’America centrale e alla Repubblica Dominicana.

El Salvador è il primo Paese in cui è entrato in vigore questo trattato ed è prevista l’entrata in vigore in questi mesi per il resto dei Paesi dell’America centrale.

PPP

Piano Puebla Panama, riguarda i nove Stati più poveri del Sud del Messico, insieme all’America Centrale ed al Panama.

È un macro programma centrato sulla costruzione di infrastruttura (porti, autostrade, reti ferroviarie,corridoi energetici e zone franche) lungo la strada Panamericana.

L’autostrada delle maquilas

Dopo 5 ore di strada in pullman dalla frontiera Nicaraguese   di El Espino, arrivo alla capitale dell’Honduras, Tegucigalpa. All’entrata di questa città, si trovano le maquilas in una lunga fila ordinata di capannoni, immagine che contrasta con il resto del paesaggio, fatto di case sorte senza controllo, senza ordine. Maquilas in spagnolo antico vuol dire “quel poco che si lascia al proprietario del mulino per l’utilizzo dei suoi macchinari”. Tutta l’autostrada Panamericana è stata disseminata di queste maquilas che insieme alle strade costruite dal Ppp sono  state concepite per favorire

il passaggio di merce da Nord verso Sud e per estrarre risorse dal Sud verso gli Stati Uniti.

All’entrata delle maquilas si capisce finalmente  dove vanno a finire la maggioranza delle donne che emigrano dalla campagna alla città. Queste contadine, spinte dalla fame, si riversano nelle città, nella speranza di trovare un lavoro. L’ Honduras negli ultimi anni è stato letteralmente invaso dalle imprese multinazionali, soprattutto da quelle tessili, e in pochi anni l’Honduras è stato trasformato in un Paese con un’economia dipendente da “un nuovo ordine” che sta soppiantando quello dell’agricoltura per l’esportazione, in una sorta di modernizzazione dell’ingiustizia.

Per queste imprese, un Paese povero come l’Honduras in cui non c’è libertà sindacale è “un paradiso lavorativo”; accolte come “una goccia d’acqua nel deserto della disoccupazione” riescono ad abbassare i loro costi di produzione persino del 90 per cento.

Gli honduregni, dal canto loro, vedono le maquilas come l’unica alternativa

alla fame, come loro stessi dicono: “un male necessario”.

Nelle maquilas di Tegucigalpa la maggioranza degli operai sono donne, in media con tre anni di scuola alle spalle; con il lavoro invecchiano presto, tanto che spesso a trent’anni non possono più lavorare, né tornare ad essere contadine.

Nelle maquilas dell’Honduras queste operaie ricevono un salario che si aggira intorno ai 25 centesimi di euro l’ora, una miseria anche in confronto a quanto avviene nelle maquilas

del Messico (4,60 euro l’ora). 

Lungo l’autostrada panamericana ci sono grandi interconnessioni elettriche che servono al Ppp, ma ancora il 40 per cento delle comunità locali sono al buio. Viene da chiedersi, come scrive Eduardo Galeano nel suo libro Le vene aperte dell’America Latina “se lo sviluppo sia un viaggio con più naufragi che naviganti”. 

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