Esteri / Opinioni

L’ultimo colpo di Obama: una nuova “guerra fredda” per Trump

Il presidente uscente ha alimentato un conflitto neppure troppo latente tra gli Stati Uniti e la Russia, per mettere in difficoltà il suo successore e rendere difficile qualsiasi ipotesi di avvicinamento tra i due Paesi. L’analisi di Alessandro Volpi

Barack Obama con il presidente russo Vladimir Putin
Barack Obama con il presidente russo Vladimir Putin

Le ultime settimane del 2016 potrebbero fornire spunti molto interessanti per la trama di un thriller internazionale. Negli Stati Uniti, un presidente uscente impiega i due mesi finali del proprio mandato per adottare alcune misure destinate a generare una pesante ipoteca sul futuro inquilino della Casa bianca.
Utilizzando una vecchia legge del 1953, che di fatto consente al presidente degli atti unilaterali non abrogabili dal successore, Obama ha vietato le trivellazioni nell’Artico e nell’Atlantico per l’estrazione di gas e di petrolio. In tal modo ha messo sotto scacco le major petrolifere a stelle e strisce ma ha anche tenuto lontane, soprattutto dall’Artico, le pretese delle compagnie di Stato russe.
Negli stessi giorni il presidente uscente ha deciso di varare una serie di misure e sanzioni, aggiuntive rispetto a quelle già esistenti, nei confronti della Russia, come ritorsione per gli attacchi hacker che hanno colpito il partito democratico durante la recente campagna elettorale: Obama ha persino ventilato azioni “coperte” contro la Russia, nei confronti della quale sarebbero possibili incursioni sul fronte della “guerra cibernetica”.

L’ultima mossa di questo conflitto neppure troppo latente è costituita dall’espulsione dagli Stati Uniti di ben 35 diplomatici russi che lavoravano per i servizi informativi e di sicurezza, accusati in estrema sintesi di spionaggio. Sembra di essere tornati agli anni Ottanta, quando la guerra di spie imperversava nelle ambasciate. La non banale differenza è che oggi le azioni ritorsive sono condotte da un presidente uscente, convinto del pesante coinvolgimento della Russia, tornata ad assumere i tratti dell’impero del male, nell’elezione del nuovo presidente Trump. È evidente che, in simili condizioni, il clima interno agli Stati Uniti e quello internazionale finiranno per inasprirsi e i temi della “guerra fredda” torneranno nelle agende politiche di mezzo mondo; dopo le ultime mosse di Obama sarà difficile infatti per i democratici, comunque ancora forti nel Congresso, accettare qualsiasi ipotesi di avvicinamento tra Stati Uniti e Russia.

Ciò è reso ancora più chiaro dalla rapida affermazione della Russia sullo scenario mediorientale, dove l’annunciata tregua in Siria certifica il ruolo centrale di Putin, affiancato dalla Turchia di Erdogan e dagli sciiti iraniani; uno scenario da cui mancano completamente gli Stati Uniti e l’Europa, e dove un Paese come la Russia, con un Pil inferiore a quello italiano e una infinita serie di problemi, a cominciare dalla pressoché totale dipendenza dal prezzo del gas e del petrolio, pare in grado di dettare le regole di un gioco complesso, esteso dai Balcani, all’Asia e all’Africa.
Siamo davvero, dunque, in un panorama dagli equilibri assai tesi e altrettanto precari in cui stanno assumendo posizioni cruciali giocatori internazionali che si guardano in cagnesco e alimentano le già accennate criticità anche su fronti difficilmente immaginabili.
Mentre Trump è costretto ad aspettare il suo turno, una giornalista americana, Rebecca Ruiz, penna del “New York Times”, intervista la direttrice generale dell’Agenzia antidoping russa, Anna Antseliovich, facendo emergere con ancora maggiore evidenza il più grande scandalo sportivo degli ultimi anni che coinvolge circa 1000 atleti russi di oltre 30 discipline interessati da un gigantesco programma di doping avviato nel 2010 dopo i deludenti giochi di Vancouver e protrattosi fino al 2015. Di fronte a fatti di simili proporzioni destinati a privare lo sport russo di qualsiasi credibilità, è inevitabile che venga scosso il prestigio stesso dell’intero paese e che, quindi, anche da questa prospettiva sia minato all’origine il probabile asse Trump-Putin.

Il 2017 sembra aprirsi così con una crisi di leadership mondiale sempre più evidente, tanto da rendere protagonista un presidente a fine mandato che, di solito, passa le sue ultime vacanze e fare gli scatoloni per tornare a casa, e tanto da indurre il suo Segretario di stato, Kerry, a pronunciare dure critiche nei confronti di un alleato storico come Israele, con il chiaro fine di ridurre i futuri spazi di manovra del neoeletto Trump.
Una conferma di tale vuoto proviene da un altro fatto molto singolare, accentuatosi sul finire del 2016: sono sempre più numerose le banche centrali dei Paesi europei che stanno riportando a casa, prelevandole dai forzieri della Federal Reserve americana, le proprie riserve d’oro. È difficile capire se si tratta di sfiducia verso gli Usa russofili di Trump, della più banale volontà di abbattere le spese di gestione o se una simile condotta possa preludere al ritorno alle monete nazionali. Che hanno bisogno, per essere credibili, di disporre di riserve auree. Certo, anche questa anomala corsa all’oro non promette nulla di buono.

* Alessandro Volpi, Università di Pisa

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