Ambiente / Approfondimento

Nei campi del Cilento tornano a crescere i grani del futuro

A Caselle in Pittari la cooperativa Terra di Resilienza recupera grani indigeni a rischio scomparsa. I semi sono affidati ai coltivatori locali che li lavorano in modo autonomo. Così si riattivano percorsi di agricoltura consapevole

Tratto da Altreconomia 233 — Gennaio 2021
Il Palio del Grano è una manifestazione che si tiene ogni estate a luglio nei campi di Caselle in Pittari in provincia di Salerno: è una settimana in cui si organizzano incontri con gli agricoltori locali e si mette in scena il rito della mietitura © Terra di Resilienza

Nei campi di Caselle in Pittari nel Cilento, in provincia di Salerno, cresce il grano Saragolla. Accanto alle sue spighe, si trovano quelle della Russulidda rossa. Vicino c’è la Carosella. Correvano tutte il rischio di scomparire ma sono state recuperate nella “Biblioteca del grano”: duemila metri quadrati di terreno dove sono conservate varietà di semi e miscugli. Arrivano da tutta Italia e da altri Paesi: l’India, l’Etiopia, la Siria. Racchiudono un patrimonio genetico che i fondatori della cooperativa Terra di Resilienza vogliono studiare e tutelare. “Quest’anno abbiamo 75 diverse varietà. Il campo ha la forma di un sole. Al centro ci sono i progenitori del grano e lungo i raggi le varietà che stiamo recuperando”, spiega ad Altreconomia Antonio Pellegrino, co-fondatore della cooperativa. “Piantiamo i semi in piccole parcelle e monitoriamo il loro sviluppo: l’altezza, le caratteristiche, come si adattano ai cambiamenti climatici”, aggiunge. “Siamo partiti con Ianculidda, grano tenero coltivato in tutto il Cilento fino agli anni Settanta. E ora sono tornate a crescere anche Saraodda, Solina, Risciola e Trimunia. Ma non ci fermiamo qua. Prima di ogni cosa il nostro è un progetto per rafforzare le comunità”. L’idea di Terra di Resilienza è, infatti, riattivare processi partecipativi dal basso nelle aree interne del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano e Alburni attraverso “una forma di agricoltura consapevole che lavora sui grani indigeni in modo responsabile”, spiega Pellegrino.

“Abbiamo creato una filiera in cui gli agricoltori sono tornati a essere i protagonisti del sistema di produzione alimentare” – Antonio Pellegrino

Il grano recuperato, a partire dal 2008, è coltivato dai sei soci della cooperativa che sono a loro volta produttori. I semi sono poi prestati gratuitamente a coltivatori e agricoltori locali. Il progetto si chiama Monte Frumentario e riprende un’antica tradizione meridionale. “I monti frumentari distribuivano ai contadini il grano e l’orzo di cui avevano bisogno per la semina. Abbiamo riadattato questa forma di mutualismo”, prosegue Pellegrino. Il seme è affidato alle commari e ai compari, come si chiamano le donne e gli uomini che fanno parte della Cumpa-rete, ovvero l’insieme che unisce coloro che prendono parte al progetto. Tra Avellino e Salerno oggi sono più di 20 per un totale di 100 ettari coltivati con 13 tipi di granelle diverse. Ora sono partiti anche gli affidamenti fuori Regione, arrivati fino in Sicilia. Nel momento in cui si riceve il grano, non si firmano contratti ma una dichiarazione di intenti in cui si specifica che la coltivazione deve escludere l’uso di sostanze chimiche. Il contadino si impegna a monitorare la pianta raccogliendo informazioni sulla sua crescita e compilando “un quaderno di campagna”. Nel 2020 sono stati affidati più di 100 quintali di semi. “Chi li riceve ci restituisce un parte del raccolto che non supera il 70% di quanto ha prodotto. Il resto rimane nelle sue mani”, spiega Pellegrino. Quello che torna a Terra di Resilienza è poi utilizzato per produrre farine di grano tenero, duro e farro vendute ai ristoratori e ai commercianti del Cilento attraverso la Comunità del Cibo Slow Food Grano di Caselle. “Abbiamo creato una filiera in cui gli agricoltori sono tornati a essere i protagonisti del sistema di produzione alimentare”, conclude. “E il miglior modo per conservare un seme, ci piace dire, è seminarlo”.

Nella Valle di Pruno di Laurino, alle pendici del monte Rotondo nel Parco Nazionale del Cilento, Angelo Avagliano è partito con il recupero della Carusedda di Pruno, la Carosella degli antichi romani. Oggi a Tempa del Fico coltiva anche Solina, Risciola e Gentile Rosso. “Vogliamo difendere la biodiversità dei nostri territori. Il rischio della monocultura è che ricercando la purezza, diventata quasi un monopolio, si perdono le differenze in campo”, spiega. Avagliano è socio di Terra di Resilienza per la quale si occupa di permacoltura e agricoltura rigenerativa. “Insieme alla Rete Semi Rurali, stiamo lavorando sui miscugli. Mettiamo insieme le diverse varietà di una stessa pianta e osserviamo come si adattano al contesto e ai cambiamenti climatici. Preferiamo chiamarli grani del futuro e non grani antichi”, aggiunge. La collaborazione con la Rete Semi Rurali, di cui Terra di Resilienza è socia, è iniziata nel 2012 in occasione del Palio del Grano, la manifestazione che si tiene a Caselle in Pittari ogni estate a luglio: organizzata insieme al Comune, a Monte Frumentario e alla Cumpa-rete, è una settimana in cui si organizzano incontri con gli agricoltori locali, percorsi di turismo responsabile e si mette in scena il rito della mietitura. “Il punto di forza di questa esperienza è che non si recupera solo un patrimonio di biodiversità, che qui a Caselle ha visto anche il sostegno del genetista Salvatore Ceccarelli”, spiega Riccardo Franciolini, coordinatore della Rete Semi Rurali. “Ma si crea un percorso di riattivazione comunitario intorno al grano: i semi sono distribuiti, sono lavorati dai contadini senza ricorrere alle ditte sementiere, e sono usati dai panettieri locali”.

La cooperativa Terra di Resilienza ha aperto un forno sociale: può essere utilizzato da chiunque purchè i suoi cereali siano di qualità, nazionali e provenienti da produttori privati certificati © Terra di Resilienza

Al Palio del Grano hanno preso parte anche le menti di RuralHack, progetto di ricerca che indaga su come gli approcci open source possono sostenere le comunità rurali e locali. Il gruppo di hacker ed esperti di innovazione digitale hanno collaborato con i contadini e gli agricoltori di Caselle in Pittari ascoltando le loro esigenze e problematiche per tentare di risolverle. “Lavoriamo per indagare come gli approcci open source possono sostenere le comunità rurali”, spiega Alex Giordano, membro della Cumpa-rete, docente di innovazione sociale e trasformazione digitale presso il dipartimento di Scienze sociali dell’Università Federico II di Napoli e responsabile scientifico del progetto Societing 4.0, di cui RuralHack fa parte, un programma transdisciplinare di ricerca per la trasformazione digitale. Una delle pratiche sperimentate insieme agli agricoltori di Caselle in Pittari, per esempio, è l’uso di sensori per monitorare l’umidità del terreno, e altri parametri ambientali, o software con i quali si può eseguire a distanza un comando come controllare la temperatura di un campo. “L’innovazione open source non deve essere considerata come uno strumento lontano dai territori o antitetico all’agricoltura. Le tecnologie possono essere addomesticate per sostenere la biodiversità e l’agricoltura di qualità. Crediamo che non devono rimanere appannaggio di pochi o delle grandi ditte. Al contrario possono diventare un strumento a servizio delle comunità rurali che se ne riappropriano”.

“I semi sono affidati solo agli agricoltori di professione ma anche a chi inizia a coltivare nei terreni di famiglia. I nostri semi viaggiano, come le persone” – Ivan di Palma

Ad Atena Lucana (SA) nei 15 ettari coltivati da Ivan di Palma, socio di Terra di Resilienza e fondatore dell’azienda Domus Otium, c’è una delle soluzioni create da RuralHack: uno spaventapasseri robotizzato, alimentato da un pannello solare e dotato di una serie di sensori che raccolgono e processano i dati ambientali. Tra questi, i movimenti relativi all’allettamento della spiga ovvero quando si piega e si avvicina al suolo con il rischio di essere rovinata dalle muffe e dai parassiti. Una webcam registra il movimento, una scheda processa i dati e invia un messaggio di alerting sul telefono del contadino. Nei suoi campi, di Palma ha seminato Romanella, Risciola, Saragolla, Timilia. Una parte dei terreni è utilizzata per la crescita dei miscugli e delle popolazioni evolutive. “Le farine sono macinate nel mulino sociale del Monte Frumentario. Può usarlo anche chi non è socio purché i suoi siano cereali di qualità, nazionali e provenienti da produttori privati certificati”, spiega di Palma. La tecnica di macinazione a pietra permette di mantenere bassa la temperatura durante la molitura, preservando le qualità organolettiche della farina. “Il mulino è la parte finale di un percorso che vuole creare relazioni e comunità. I semi non sono affidati solo agli agricoltori di professione ma anche a chi inizia a coltivare magari nei terreni di famiglia”, aggiunge di Palma. “I nostri semi viaggiano, come le persone, e come hanno fatto per millenni”.

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