Economia / Attualità

Grande distribuzione, il prezzo non è ancora giusto

Oxfam verifica l’impegno dei cinque maggiori operatori della Gdo italiana rispetto al tema dei diritti umani lungo le filiere della produzione agroalimentare. E lancia una petizione rivolta a tutti i consumatori

Selezione pesche azienda agricola Saluzzo, © Elena Pagliai-Oxfam

Con oltre 26mila punti vendita su tutto il territorio nazionale e un fatturato aggregato dei maggiori operatori pari a 58,1 miliardi di euro nel 2016 (+2,5% rispetto al 2015) la grande distribuzione organizzata (Gdo) controlla saldamente il mercato alimentare italiano. Tra prodotti freschi e confezionati, i supermercati italiani vendono circa il 73,5% di tutto il cibo e le bevande consumate nel nostro Paese. E se da un lato la Gdo si è sostituita alla distribuzione tradizionale (negozi di prossimità), dall’altro la grande distribuzione rappresenta il principale sbocco di mercato per la maggior parte degli agricoltori e delle industrie alimentari. Mettendo così i principali retailer italiani in una posizione di forza per quanto riguarda la capacità di contrattare i prezzi di acquisto dei prodotti delle filiera agroalimentare.

La mancanza di un attore dominante (Coop Italia detiene il 14,2% del mercato, seguita da Conad 12% e Selex 6,5%) inoltre spinge i diversi attori della Gdo a puntare su politiche di prezzo molto aggressive per attrarre clienti a suon di offerte, promozioni, sconti e ribassi. “I supermercati hanno l’enorme potere di riversare sulla filiera di produzione le dinamiche di prezzo con cui si sfidano quotidianamente a suon di volantini delle offerte”, denuncia Oxfam Italia nel rapporto “Al giusto prezzo. I diritti umani nelle filiere dei supermercati italiani” con cui accende i riflettori sulle ingiustizie che si celano dietro a moltissimi prodotti alimentari venduti sugli scaffali dei supermercati. Dopo aver indagato le filiere di approvvigionamento dei principali supermercati stranieri Oxfam ha guardato all’Italia dove un lavoratore su due in agricoltura è irregolare. “L’estate scorsa, tra il 4 e il 6 agosto, in poco meno di 48 ore, 16 braccianti agricoli sono morti in incidenti sulle strade del foggiano: tornavano dai campi stipati come bestie sui mezzi di trasporto dei caporali. Un reale impegno delle aziende della GDO a cambiare politiche e pratiche del loro approvvigionamento è fondamentale per difendere i diritti dell’ultimo anello della filiera: i braccianti e gli operai che coltivano, raccolgono e confezionano il nostro cibo”, ha commentato Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia

Il rapporto analizza il grado di impegno con cui i cinque più grandi operatori italiani della grande distribuzione organizzata (Gdo) -Coop, Conad, Esselunga, Eurospin e Gruppo Selex- stanno affrontando il tema dei diritti umani nelle proprie filiere di produzione alimentare. L’analisi si è concentrata sulle pratiche e le politiche di approvvigionamento adottate rispetto a quattro temi chiave: trasparenza e accountability, diritti dei produttori di piccola scala, diritti dei lavoratori agricoli e diritti delle donne. “I supermercati, che pure negli ultimi anni hanno compiuto passi importanti sul fronte della sostenibilità ambientale e dello spreco del cibo, faticano ad assumersi le proprie responsabilità nell’arginare lo scandalo dello sfruttamento del lavoro nelle filiere agricole”, si legge nel rapporto. La ricerca è stata effettuata sulla base di dati pubblici resi disponibili dalle stesse aziende.

Delle cinque aziende analizzate, soltanto tre mostrano di aver avviato un percorso di sostenibilità sociale nelle filiere dei propri prodotti, seppur con un livello di impegno di diversa intensità. Coop è l’azienda che dimostra un livello maggiore di consapevolezza e azione sul tema dei diritti umani nelle filiere totalizzando un 27%; Conad arriva all’11%, Esselunga all’8%. Selex ed Eurospin ottengono un punteggio pari a 0% in tutte le aree di indagine, in quanto non è stato possibile rintracciare alcun documento pubblico relativo ai temi in questione.

© Oxfam Italia

“Ci controllano dall’alto per poterci riprendere al minimo errore. Anche per andare in bagno dobbiamo passare i tornelli elettronici col nostro badge, così sanno quanti minuti ci mettiamo. Mi sento una macchina, solo che la macchina al posto mio avrebbe fatto i cestini marci e schifosi. Io l’unica cosa in più che ho della macchina è che tolgo il marcio. Siamo numeri, non si guarda il lato umano o la dignità della persona”. Anna, nome di fantasia, lavora ogni anno nel confezionamento dell’uva da tavola: in piedi, per più di 10 ore al giorno, taglia, confeziona e sigilla migliaia di confezioni senza mai poter alzare gli occhi dai nastri che le scorrono veloci sotto gli occhi. Nella filiera agricola italiana le donne trovano spazio soprattutto nelle filiere ortofrutticole che richiedono maggiore abilità nel maneggiare frutti delicati come uva e fragole. “Ma i dati e le testimonianze disponibili indicano che generalmente le donne vengono pagate il 20-30% meno rispetto agli uomini per lo stesso tipo di lavoro e sono maggiormente soggette a ricatti”, denuncia il rapporto di Oxfam. Proprio la tutela dei diritti delle lavoratrici rappresenta il settore in cui tutti gli operatori in considerazione dall’indagine di Oxfam hanno ottenuto un punteggio pari a zero.

Al dossier, Oxfam affianca una petizione online rivolta ai consumatori per chiedere ai cinque big della Gdo italiana di assumersi la responsabilità della tutela dei diritti umani nelle proprie filiere di approvvigionamento. In questo modo tutti potranno sapere cosa c’è dietro ai prezzi dei prodotti che si trovano sugli scaffali, se i diritti dei lavoratori vengono rispettati, se produttori e lavoratori sono pagati al giusto prezzo. Perché le responsabilità coinvolgono tutti gli attori della filiera. “Alle aziende chiediamo di indagare e contrastare tutte le forme di abuso o violazione dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori lungo le proprie filiere di produzione -conclude Bacciotti-.  Al Governo chiediamo di rafforzare e dare piena applicazione alla legge introdotta nella scorsa legislatura contro lo sfruttamento del lavoro e il caporalato e di regolare con nuove normative il settore della GDO per impedire pratiche commerciali ingiuste che penalizzano gli agricoltori di piccola scala e sfruttano i lavoratori”.

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Riceviamo e pubblichiamo la risposta di Coop

La pubblicazione del rapporto di Oxfam Italia sullo sfruttamento dei lavoratori nelle filiere agroalimentari avvenuta nei giorni scorsi merita attenzione, apprezzamento e un commento da parte nostra. Si tratta di un’attività condotta da un’importante ONG mondiale su un tema complesso. E’ rilevante che ad occuparsi del tema siano anche soggetti terzi che si impegnano a valutare i problemi in un’ottica indipendente.

COOP è la realtà della Distribuzione italiana che, in coerenza con la sua natura cooperativa, è la più attenta al tema e quella che da più di 20 anni ha operato per ridurre i rischi di lavoro nero, caporalato, illegalità nelle filiere produttive; questa valutazione viene confermata anche dall’indagine Oxfam.

Vogliamo però evidenziare quello che le Cooperative di Consumatori stanno facendo, soprattutto per consolidare legami di filiera trasparenti e rispettosi dei diritti di tutti i soggetti coinvolti, dagli agricoltori fino ai consumatori finali. La ricerca Oxfam pur essendo seria e strutturata presenta alcuni limiti, a partire da quello che si basa quasi esclusivamente sulla documentazione pubblica; riteniamo quindi che possa essere arricchita con ulteriori informazioni.

In relazione alle discriminazioni di genere per esempio, con il codice etico pubblico di Coop Italia, basato su SA8000 e su ILO, abbiamo per primi introdotto norme di comportamento per i fornitori delle filiere che negli anni hanno permesso di ridurre la diseguaglianza economica e normativa tra donne e uomini. Gli ostacoli che incontriamo sono molti, anche di natura culturale, ma l’impegno di COOP sta proseguendo su tutte le forme di discriminazione contro le donne, a partire dal contrasto alle differenze retributive.

Un altro punto che ci interessa sollevare è il pregiudizio che si cerca di diffondere nel dibattito pubblico che attribuisce la responsabilità dello sfruttamento alla sola Distribuzione. Questo non è accettabile e non fotografa la realtà, tantomeno per COOP come gli stessi esiti del rapporto dimostrano.

È necessario approfondire i comportamenti di tutti i soggetti della filiera e quindi anche degli operatori agricoli e dell’industria di trasformazione dove, come nella distribuzione, ci possono essere realtà attente e corrette ed altre non corrette o disimpegnate. Il problema è così grave e importante per il nostro paese che tutti gli operatori agroalimentari dovrebbero fare la loro parte.

COOP con l’estensione del codice a tutti i soggetti delle nostre filiere, con i controlli autonomi e indipendenti sulle condizioni lavorative nei campi, con l’esclusione da sempre delle aste al ribasso e con il riconoscimento di un prezzo equo ai produttori (anche quando il mercato è più basso), ha fatto passi importanti. E speriamo che altri facciano altrettanto, perché una battaglia così difficile non si può vincere da soli.

COOP inoltre si è impegnata attraverso le cooperative associate in un insieme di iniziative con Caritas, Organizzazioni Sindacali, Istituzioni e con Milan Center for Food Law and Policy per ampliare la conoscenza e l’adozione di buone pratiche per contrastare questo fenomeno.

Riteniamo che ancora molto si possa e si debba fare per contrastare l’illegalità e garantire i diritti dei lavoratori, dei produttori e dei consumatori. Il nostro progetto Buoni e Giusti proseguirà in questa direzione.

Roma, 3 dicembre 2018

 

 

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