Economia / Opinioni

Scelte economiche e incognita del debito pubblico: il doppio salto mortale del governo

Nel corso del 2019 andranno in scadenza titoli del debito per un valore pari a 412 miliardi di euro. Reddito di cittadinanza, quota 100 e flat tax allargheranno ulteriormente la forbice tra entrate pubbliche e uscite. Il banco rischia di saltare? L’analisi di Alessandro Volpi

Il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, durante la plenaria del Parlamento europeo © European Union 2019

Lo Stato italiano, già molto indebitato, avrà bisogno di indebitarsi ulteriormente. Sembra paradossale, ma è così e si tratterà di un aumento tutt’altro che trascurabile. Nel corso del 2019, infatti, sono previsti titoli del debito pubblico in scadenza per 412 miliardi, una cifra davvero molto importante, che deve essere rifinanziata per garantire la solvibilità del Paese e, di conseguenza, la copertura di servizi e stipendi.

A tale montagna debitoria si aggiungono le esigenze di collocamento di titoli nuovi, necessari per finanziare circa la metà della legge di bilancio, pari a poco meno di una decina di miliardi. Una somma indispensabile a rendere possibile il “Reddito di cittadinanza” e “Quota 100”. Ci sono poi altre partite aperte che potrebbero pesare in modo rilevante. La già ricordata legge di bilancio prevede oltre 50 miliardi di clausole di salvaguardia, destinate a scattare nel caso in cui gli obiettivi di finanza pubblica non venissero raggiunti. La più rilevante di tali clausole è costituita dall’aumento automatico dell’Iva che, se intervenisse realmente per un importo così ampio, avrebbe conseguenze davvero dannose sul versante dei consumi interni.

Per scongiurarne l’entrata in vigore, il governo dovrebbe immaginare misure alternative in termini di riduzioni di spesa o di incentivi alla crescita, come ha ipotizzato il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. In questo secondo caso, è probabile un nuovo ricorso al debito pubblico per qualche miliardo in una prospettiva assai sfidante per cui l’esecutivo prova a eliminare il ricorso alle clausole di salvaguardia facendo crescere il Pil con interventi finanziati a debito. In estrema sintesi, un doppio salto mortale che, dunque, aggiunge ulteriore debito pubblico.

Un altro dato da non sottovalutare è rappresentato dal minor gettito che può derivare dalla flat tax sulle partite Iva, che potrebbe ridurre sia le entrate derivanti dall’Irpef sia quelle provenienti dall’Iva. Anche in questo caso, visti i ridotti margini di spazio fiscale contenuti nella legge di bilancio al di là delle clausole di salvaguardia, il pericolo reale è di dover fare ancora appello all’emissione di titoli pubblici.

Ma l’elemento che rischia di far saltare il banco è identificabile nell’ultima proposta di introdurre una flat tax sui lavoratori dipendenti con due aliquote al 15 e al 20% per i redditi fino a 50 mila euro e al di sopra di tale limite. Una simile misura potrebbe costare qualche decina di miliardi di euro anche se il governo si è affrettato a sostenere che non esistono calcoli precisi in tal senso e a smentire le simulazioni provenienti dallo stesso Ministero del Tesoro.

Dunque, provando a fornire una stima molto approssimativa nel giro di un anno, al debito pubblico italiano, ora superiore al 132% del Pil, potrebbe aggiungersi un centinaio di miliardi di euro in nuovi titoli da sommare ai già ricordati 412 miliardi in scadenza, che costringerebbero il Tesoro a rivedere le proprie scadenze e, quasi inevitabilmente, i tassi. Tutto ciò mentre le previsioni di crescita del Paese non si scollano da un “ottimistico” 0,2%.

Nel frattempo la Bce ha sospeso il quantitative easing, le inondazioni di liquidità a costo zero, e ha mantenuto i tassi allo zero per cento con l’indicazione chiara, però, di sostenere le banche perché spingano l’economia produttiva piuttosto che il debito. In più a maggio si terranno le elezioni europee che vedono, nei sondaggi, l’avanzata delle forze sovraniste dichiaratamente euroscettiche e quindi animate da meccanismi di difesa delle singole realtà nazionali, in evidente contrasto con la possibilità di impegnare tutti i Paesi nella difesa delle realtà più indebitate, a cominciare da quella italiana.

Infine, un effetto negativo sarà svolto anche dalla Brexit, non solo sui 23 miliardi di euro in esportazioni italiane ma in particolare a causa della frammentazione di capitali attualmente concentrati nella City di Londra che produrrà un aumento dei costi finanziari e un’avvertibile difficoltà nel collocamento dei debiti nazionali su uno dei più grandi mercati del mondo.

Di fronte a tutto ciò, emerge una contraddizione evidente. La tenuta dello Stato italiano dipende sempre più dal debito pubblico, che continuerà a crescere, peggiorando sensibilmente il proprio rapporto con il Pil, vista l’ormai incipiente recessione reale. Questa condizione, unita agli scenari sopra ricordati, tenderà a rendere tuttavia complicatissimo trovare compratori di tale debito a costi sostenibili. In altre parole, abbiamo bisogno di un’Europa e di una Bce che accettino di “aiutare” i Paesi in difficoltà, evitando sconsiderati sciovinismi e riscoprendo lo spirito dei padri fondatori, e dovremo inevitabilmente lasciar perdere le flat tax per operare un prelievo fiscale necessario laddove è possibile praticarlo senza danni sociali.

Università di Pisa 

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