Diritti / Opinioni

Il cuore della globalizzazione è lo scontro tra centro e periferia

A quasi settant’anni dall’indipendenza di India e Pakistan, e da quella fine del mondo coloniale che ha favorito il commercio internazionale e la globalizzazione, i Paesi ricchi mettono in discussione il libero mercato. Ma la distanza tra “free trade” e “fair trade” si misura coi diritti

Tratto da Altreconomia 192 — Aprile 2017
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Il 15 agosto del 1947, con una cerimonia solenne, il viceré inglese lord Mountbatten concedeva l’indipendenza all’India. Il giorno prima, a Karachi, aveva riconosciuto anche il Pakistan.
Settanta anni fa il conferimento dell’autonomia al più importante e vasto territorio dell’impero britannico segnava un passaggio cruciale per la storia del mondo: l’inizio del processo di decolonizzazione, la fine dell’imperialismo. Nel giro di una ventina d’anni, l’ondata avrebbe travolto tutti i possedimenti coloniali europei, dal Sud-est asiatico al Medio Oriente, passando per l’Africa del Nord prima, e l’Africa “nera” poi. Il mondo non sarebbe stato più lo stesso.

Si ponevano allora le basi di un nuovo assetto delle relazioni internazionali, politiche ed economiche. Nuovi attori e nuove dinamiche avrebbero preso il sopravvento. In una parola, cominciava il processo di globalizzazione, con la progressiva ed inesorabile esplosione del commercio internazionale. Poche e semplici regole: mercato libero, libera circolazione delle merci -ma non delle persone-, deregolamentazione, gli affari vengono prima degli Stati, questo è il miglior modello di sviluppo. Le organizzazioni che controllano il sistema hanno grandi poteri e gli accordi internazionali sono le istruzioni per l’uso.
Un modello con grandi vantaggi per molti, e tanti problemi connessi: lo strapotere delle multinazionali, lo sfruttamento dei lavoratori del Sud del mondo, la depredazione delle risorse naturali, il consumismo, la finanza predatoria.

Sessantanni dopo -nel 2007- tutto sarebbe stato messo in discussione dalla più grave crisi economica del secolo, che oggi, dopo dieci anni, nel 2017, non accenna a demordere e anzi cambia le agende politiche.
Lo scorso marzo, durante l’incontro “finanziario” del gruppo G20, ovvero le maggiori economie mondiali, è accaduto qualcosa di significativo. Per la prima volta, per volere degli Stati Uniti, nel documento finale del meeting non si è fatto cenno alla “lotta al protezionismo”, uno dei cavalli di battaglia della globalizzazione. Il mercato libero è stato messo in discussione proprio dai suoi fautori più accesi. Poche settimane prima, a febbraio, il presidente Donald Trump aveva spiegato perché ritenesse tariffe e dazi doganali come “compatibili” con il libero mercato, in un discorso tenuto di fronte al National Governors Association, che riunisce i governatori degli Stati federati. Lasciando tutti di stucco, ha usato queste parole: d’accordo il free trade, ma che sia anche fair trade.
Ora, noi con fair trade indichiamo qualcosa di molto preciso: commercio equo e solidale, ovvero attenzione ai diritti dei lavoratori, all’ambiente, al benessere, giusto prezzo, contrasto alle multinazionali, alla finanziarizzazione dell’economia. Un movimento nato decine di anni fa proprio per contrastare le pratiche ingiuste rese possibile grazie alla retorica del “mercato libero”. Insomma tutto il contrario di quello che sembrano rappresentare Donald Trump e la sua amministrazione. Sentire pronunciate dalla sua bocca quelle due parole sa di amara sconfitta. Ricorda quei bulletti che a scuola alla fine la facevano sempre franca. Ma certamente non è solo questo.

Il mondo cambia rapidamente e anche le nostre letture rischiano di non essere al passo.
Oggi gli operai cinesi della manifattura guadagnano più dei loro omologhi di Brasile, Messico, Argentina, e sono a un passo dal raggiungere i salari greci e portoghesi -secondo uno studio di Euromonitor International, ripreso dal Financial Times-. In 10 anni si sono triplicati i salari cinesi, mentre sono scesi gli altri.
La distinzione stessa tra Paesi “ricchi” -o meglio arricchiti- e Paesi “poveri” -o meglio impoveriti- sta cedendo il passo a un mondo di persone arricchite -sempre più-, e persone impoverite. Non più contrapposizione tra Nord e Sud, ma tra centro e periferia, tra chi ha potere e denaro, e chi non ha l’uno né l’altro.

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