Diritti

Gli investimenti nell’industria armiera non creano posti di lavoro

Uno dei miti più radicati quando si parla di armi è che gli investimenti nell’industria a produzione militare diano un grosso stimolo all’occupazione (sia diretta che di indotto). I dati veri raccontano invece un’altra storia. Secondo stime elaborate da Gianni…

Tratto da Altreconomia 104 — Aprile 2009

Uno dei miti più radicati quando si parla di armi è che gli investimenti nell’industria a produzione militare diano un grosso stimolo all’occupazione (sia diretta che di indotto). I dati veri raccontano invece un’altra storia. Secondo stime elaborate da Gianni Alioti della Fim-Cisl, dal 1993 al 2003 sono stati cancellati in Europa 750mila posti di lavoro nel settore, con una flessione del 30% in Francia e Svezia e di circa il 50% in Germania, Gran Bretagna ed Italia. Il tutto mentre le spese militari, almeno a partire dal 1996, sono cresciute costantemente e spesso con incrementi a due cifre. Se ci concentriamo sull’industria aerospaziale, punta di diamante e traino di molta produzione bellica, vediamo come dal 1980 al 2007 il fatturato totale di tale comparto sia passato da 40 miliardi di euro a 95 (valori costanti riferiti al 2007), mentre gli addetti sono scesi a 440mila da oltre 500mila all’inizio del periodo. Una dimostrazione di come più spese militari portino solo maggiore profitto per gli investitori (pubblici o privati che siano) e non certo beneficio di natura occupazionale o territoriale. Tanto è vero che negli ultimi dieci anni si è assistito ad un forte processo di concentrazione nelle proprietà delle industrie militari, un trend sia industriale che finanziario caratteristico di ristrutturazioni di comparto utili a un maggior ritorno per le proprietà.
Lo scenario è confermato anche dalla situazione statunitense: uno studio della University of Massachusetts della fine del 2007 ha dimostrato come per 1 miliardo di dollari speso nell’industria della difesa i posti di lavoro generati siano solo 8.555, meno della metà di quelli possibili con gli stessi soldi investiti nell’area dell’educazione (17.687) o del trasporto di massa (19.795) e due terzi solamente di quelli possibili con un impiego nella sanità (12.883). Oltretutto, nel caso di spesa per la difesa, circa il 46% dei posti di lavoro creati si concentra in uffici pubblici all’interno del Governo (quindi con scarso impatto sull’economia reale) mentre per le scelte alternative ci sarebbe una maggiore dispersione degli impieghi generati su vari settori, con un impatto più positivo sul tessuto sociale territoriale.
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