Ambiente / Opinioni

Gli ambiziosi fermeranno il riscaldamento globale

L’Accordo di Parigi avrà successo se i Paesi che lo hanno ratificato si daranno obiettivi volontari più stringenti di riduzione della CO2. “Il clima è (già) cambiato”, la rubrica di Stefano Caserini

Tratto da Altreconomia 187 — Novembre 2016
Dal 7 al 19 novembre Marrakech ospita la 22 sessione della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici (UNFCC, unfccc.int), COP22
Dal 7 al 19 novembre Marrakech ospita la 22 sessione della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici (UNFCC, unfccc.int), COP22

“Aumentare il livello di ambizione”, questa è oggi una delle frasi chiave del negoziato sui cambiamenti climatici. L’ambizione di cui si parla non è un’aspirazione ideale, a “fermare il riscaldamento globale”, “vincere la sfida del clima” o “salvare il pianeta”. Questa c’è, ed è stata tradotta nell’Accordo di Parigi. L’ambizione è quella di impegnarsi a ridurre concretamente e in modo molto consistente le proprie emissioni dei gas climalteranti, da subito o quasi subito, dandosi obiettivi seri a breve termine e un obiettivo di emissioni vicine allo zero entro pochi decenni. Questa ambizione oggi ancora non c’è, o c’è solo in parte e va, appunto, aumentata.

Uno dei cardini dell’Accordo di Parigi sono le offerte volontarie di riduzione delle emissioni di gas serra da parte degli Stati, impegni che nel gergo del negoziato sul clima sono chiamati INDC (“Intended Nationally Determined Contribution”, “contributi promessi stabiliti a livello nazionale”). Tutti gli Stati hanno sottoscritto degli INDC, tranne pochissime eccezioni, e questa è una buona notizia. È positiva la partecipazione globale, non era scontata, ma non basta. Se si guardano gli impegni scritti negli INDC, si arriva al problema: quasi tutti gli Stati hanno offerto troppo poco, nel complesso questi impegni sono largamente insufficienti a raggiungere l’ambizioso obiettivo dell’Accordo di Parigi, “contenere l’aumento delle temperature globali ben al di sotto dei 2 °C”.

22 le sessioni che si sono tenute fino ad oggi della Conferenza delle Parti (COP) della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici (UNFCC, unfccc.int). La prima è stata la COP1 di Berlino, nel 1995. L’ultima la COP22, dal 7 al 19 novembre a Marrakech

Sono insufficienti gli impegni di Europa, Stati Uniti, Cina, India, Brasile. Le proposte di altri, Giappone, Russia, Canada, Australia, sono ancora più pavide. L’unico Stato ad aver proposto un INDC in linea con l’obiettivo globale è il piccolo Buthan, 750mila abitanti sulle montagne dell’Himalaya, che ha preso l’impegno di fare in modo che le sue emissioni di CO2, in principale dei gas climalteranti, siano sempre inferiori agli assorbimenti da parte delle foreste che coprono il 70% del Paese. Come superare la grande distanza fra le dichiarazioni di principio dei capi di governo e le azioni concrete proposte nei documenti ufficiali?

Questo sarà il compito principale delle Conferenze su Clima dei prossimi anni, a partire da quella di metà novembre a Marrakech, che avrà un impulso dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi. Nell’Accordo approvato lo scorso dicembre nella capitale francese sono previsti “rilanci” ogni cinque anni, in cui ogni Stato dovrà proporre contributi volontari più ambiziosi dei precedenti; e ci saranno nel mezzo dei momenti ufficiali in cui si farà il punto dei risultati conseguiti, del divario tra azioni ed obiettivi, in modo da valutare le basi per i “rilanci” successivi. È legittimo aspettarsi che ogni Stato cercherà di limitare i propri impegni e di chiedere agli altri maggiori sforzi. Non sarà solo un dibattito fra Sud e Nord del mondo, sarà anche all’interno dei Paesi più industrializzati. Anche all’interno dell’Europa. Non sarà facile convincere i Paesi europei più recalcitranti a fare qualcosa in più, a non lamentarsi per la gravità dei propri impegni, a non abbandonare il tavolo da gioco. Si tratta di riconoscere e assumere le proprie responsabilità. Come vediamo su un altro tema, quello della ripartizione delle “quote” dei migranti che arrivano in Europa, in molti Stati europei le spinte alla chiusura e alla rimozione della complessità del problema sono forti, hanno seguito e consenso elettorale. Non abbandonare le persone che arrivano stremate sulle nostre coste è una questione di civiltà, come lo è non modificare il clima del pianeta per centinaia di generazioni future.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2016)

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