Economia / Varie

Accordo di Parigi: dal record di firme e ratificazioni un segnale per l’Italia

174 Paesi e l’Unione Europea hanno firmato il nuovo accordo globale sul clima. E quindici Paesi l’hanno anche ratificato. Sono 55 quelli necessari per l’entrata in vigore, coprendo almeno il 55% delle emissioni globali: all’appello mancano i grandi inquinatori. L’impegno degli Stati Uniti, e il rischio di un ritardo da parte dell’UE. L’analisi di Valentino Piana, direttore dell’Economics Web Institute

 
Chi voleva fare dell’Accordo di Parigi un documento retorico che rimandasse le prime azioni concrete di quattro anni -e quindi troppo tardi perché obiettivi come il contenimento entro un grado e mezzo del riscaldamento globale possano essere raggiunti- è rimasto incredulo di fronte al numero dei Paesi che, convocati all’ONU da Ban Ki-moon il 22 aprile 2016, hanno apposto la loro firma ed annunciato di volerlo ratificare. 
L’entrata in vigore dell’Accordo, che richiede almeno 55 ratifiche, che coprano almeno il 55% delle emissioni globali, è ora prevedibile fin da quest’anno o il prossimo. Per mettersi al riparo da qualsiasi presidente repubblicano, gli Stati Uniti, per voce del Segretario di Stato John Kerry, non solo si sono impegnati a ratificarlo, ma anche a premere perché lo facciano tutti gli altri. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il Canada e la Francia.
Paradossalmente proprio l’Unione Europea, che si è sempre vantata di essere leader della trasformazione, rischia di essere in ritardo con il processo di ratificazione, dovendo attendere che si esprimano i 29 parlamenti nazionali. Ma l’impegno di Maroš Šefčovič, vice di Jean-Claude Juncker, è per settembre: un conto alla rovescia che potrebbe spaccare l’Unione, coi ritardatari tagliati fuori dalla prima COP (riunione delle parti) dell’Accordo, dove verranno varati dettagli decisivi sui meccanismi di trasparenza di azioni (mitigazione, adattamento, copertura dei danni e perdite) e supporto (tecnologico, finanziario e di costruzione delle competenze organizzate) e sul controllo annuale del rispetto delle norme.

Quali le ragioni di questo successo inaspettato? Da un lato, il testo dell’Accordo fornisce grande flessibilità ai Paesi sui loro primi passi, codificati per il momento con 162 “Contributi promessi determinati a livello nazionale”, dall’altro l’obbligo che essi siano rivisti al rialzo rispetto al passato e a quanto già comunicato apre la strada alle ambizioni dei singoli. 
E qui entrano in gioco le storie personali. Kerry ha fatto un discorso magnifico, che trae dalla sua battaglia contro la guerra del Vietnam, e dall’aver partecipato alle iniziative per il clima fin da Rio nel 1992, un messaggio: “Vi diranno che ciò che volete è impossibile, finché non siete riusciti a farlo”. E lui c’è riuscito. Dando speranza e orgoglio a chi, contro un clima di scetticismo e superficialità, si batte per una riduzione immediata e drastica delle emissioni nei Paesi oggi più inquinanti e per un diverso modello di urbanizzazione, crescita e sviluppo, dove le infrastrutture energetiche, abitative e trasportistiche sono ancora tutte da impiantare.
 
Ad essere ambiziosi –e puntare al 100% di energie rinnovabili– sono grandissime imprese come Google, Apple, Microsoft, Nike, Mars e tante altre– e fondi di investimento che gestiscono oltre 24 trillioni di dollari
Non si può però dare una svolta ambientalista al mondo senza gli ambientalisti. Né farlo di soppiatto. Occorrono scelte di spessore, gioco di squadra senza ostruzionismi (in Europa come in Italia) e una ratificazione, con legge del Parlamento, che sia l’occasione per rilanciare la trasformazione strutturale del nostro Paese verso le zero emissioni.

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Ban Ki-moon addresses the Opening Ceremony of the High-Level Event for the Signature of the Paris Agreement. UN Photo/Rick Bajornas


 

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