Diritti / Opinioni

Gli agenti non danno i numeri

Nonostante i fatti di Genova 2001 e le cariche violente durante i cortei studenteschi, faticano ad affermarsi i criteri di trasparenza già diffusi nel resto d’Europa. Mentre Strasburgo approva una mozione proposta dai liberal-democratici, in Italia l’opposizione dei sindacati di polizia è totale,

Tratto da Altreconomia 145 — Gennaio 2013

Molte volte mi sono chiesto perché gli agenti entrati alla scuola Diaz, la notte del 21 luglio 2001, agirono con tanta furia e prendendosi rischi così alti, fino a sfiorare l’omicidio. Le spiegazioni possibili sono molteplici, dal desiderio di vendetta dopo giornate ingloriose nella gestione della piazza, al sovraeccitamento che può scatenarsi in corpi speciali ideologizzati. Un elemento è comunque certo: quegli agenti agirono con inusitata e plateale violenza nella convinzione di restare impuniti. Sappiamo, dalla ricostruzione storica e dai processi, che vi fu un chiaro indirizzo dall’alto nella gestione della “perquisizione”, ma nulla conosciamo su quel che fu detto agli agenti prima dell’operazione. Non sappiamo se vi fu una promessa esplicita di impunità o se invece l’indicazione fu implicita, dovuta al clima di quelle ore, alle circostanze del blitz, avvenuto di notte e con la presenza fisica – più unica che rara – dei più alti dirigenti nazionali di polizia. Di sicuro possiamo dire che l’aspettativa di impunità, anche di fronte ad azioni estreme come la selvaggia aggressione a decine di persone inermi, aveva un solido fondamento nella realtà, grazie alla difficoltà, da parte dei cittadini, di identificare i singoli agenti in azione.

In Italia poliziotti e carabinieri impiegati nell’ordine pubblico non portano codici identificativi. Nella notte della Diaz, le possibilità di identificare gli agenti picchiatori erano pressoché inesistenti e non solo perché molti di loro alzarono i foulard sul naso. Chi, mentre viene picchiato, potrebbe memorizzare i tratti somatici di un agente che indossa un casco? E in che modo, nel caso riuscisse nell’impresa, potrebbe dar corso a una denuncia penale? Io stesso, quella notte, riuscii a fissare nella mente il volto di uno dei picchiatori che si avventarono su di me, come ho scritto in “Noi della Diaz” definendo quell’agente “Camicia bianca” e come riferii ai magistrati. I pm, quando resi testimonianza durante la fase istruttoria, mi mostrarono fotografie e filmati ripresi nel cortile della Diaz e io individuai un personaggio che poteva corrispondere al mio ricordo. Ma i pm mi dissero subito che quell’agente non aveva un nome: la Polizia di Stato, alla richiesta di identificare il personaggio, aveva risposto di non essere in grado di riconoscerlo fra le migliaia di agenti in servizio in tutta Italia. La cultura dell’impunità, evidentemente, investe l’intera struttura della Polizia di Stato, vertici compresi.

Chi avrebbe agito in quel modo, rischiando d’essere riconosciuto? Certo, c’è sempre la possibilità di occultare l’etichetta al momento giusto, ma già quello sarebbe un reato e imporrebbe l’intervento della stessa catena di comando, pena l’accusa di complicità. In Inghilterra, qualche anno fa, un agente fu “sorpreso” dalle telecamere mente colpiva una persona inerme: aveva i codici coperti, ma fu comunque identificato grazie alla collaborazione dei superiori. In Italia si è tornati a parlare di questa semplice riforma di fronte ad evidenti abusi commessi in piazza da alcuni agenti il 14 novembre scorso. Per la prima volta il ministro dell’Interno, di fronte ad immagini scandalose, ha socchiuso una porta: “Se ne può parlare”. Ma la fessura si è rapidamente richiusa, a causa del silenzio delle forze politiche parlamentari e della cocciuta avversione dei maggiori sindacati di polizia. Dicono che gli agenti resi riconocibili sarebbero esposti al rischio d’essere presi di mira, di corteo in corteo, da gruppi di facinorosi e che ci sarebbe un numero abnorme di denunce. Basterebbe cambiare periodicamente i codici di ciascun agente per disinnescare simili obiezioni, che in realtà riflettono una scarsa propensione alla trasparenza. In molti Paesi europei codici e numeri di matricola sono ben visibili sulle divise degli agenti in servizio di ordine pubblico: dalla Spagna alla Slovenia, dalla Grecia alla Repubblica Ceca, passando per la Svezia, la Polonia, l’Ungheria. Il ministro degli Interni francese, Manuel Valls, ha annunciato che la Francia si adeguerà al più presto.

E il Parlamento europeo, a metà dicembre, ha votato una risoluzione nella quale si esortano gli stati membri a “garantire che il personale di polizia porti un codice identificativo”. È importante notare che questa richiesta, approvata su proposta del gruppo liberal-democratico, fa parte di un documento nel quale il Parlamento europeo esprime “preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della polizia durante eventi e manifestazioni nell’Unione europea”.

Il ministro Anna Maria Cancellieri ha chiuso il discorso dopo un incontro con i sindacati di polizia, che all’uscita dal Viminale hanno riferito le parole del ministro: “L’obbligo di esibire codici di riconoscimento non è fattibile”. Viva la trasparenza! —
 

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