Diritti / Approfondimento

Se le giornaliste italiane sono vittime della discriminazione

Hanno in media stipendi più bassi dei colleghi uomini, e -salvo eccezioni- non possono aspirare ad occupare ruoli apicali. “Se i direttori sono tutti maschi cooptano altri maschi: è la logica del branco” spiega Marina Cosi, della rete nazionale delle Giornaliste Unite Libere Autonome. Questo rappresenta un problema anche nella scelta delle notizie e nella rappresentazione del Paese

Norma Rangeri, direttrice del Manifesto
Norma Rangeri, direttrice del Manifesto

Conduttrici di telegiornali o di programmi televisivi, lettrici di Breaking News o voci radiofoniche, inviate di guerra o alle sfilate di moda, le giornaliste in Italia sono quasi la metà della categoria: i dati dell’Ordine dei Giornalisti al 2015 le attestano oltre il 40% del totale degli iscritti.

“La questione è il ruolo ricoperto, e non la presenza. In televisione appaiono molto perché viene utilizzata l’immagine della donna -spiega Silvia Garambois, ex giornalista dell’Unità e sindacalista-. Ai tempi della guerra in Jugoslavia, 25 anni fa, solo per coincidenza fu mandata Giovanna Botteri, forse la prima donna inviata televisiva. Questo fatto fu uno scoop, e lei apparve moltissimo in televisione, perché oltre alla presenza fu usato un altro linguaggio per raccontare la guerra. Non ci si limitò a raccontare lo spostamento delle truppe, e venne usato un taglio più ‘femminile’. Fu raccontato come vivevano le madri, i bambini e gli anziani, come stava chi subiva la guerra. Poi con la Guerra del Golfo fu confermato che le giornaliste funzionavano in video”.
E così, continua Garambois, “la possibilità di farsi spazio in settori maschili dell’informazione è stata accelerata dalla componente visiva. Uno spazio creato in modo strumentale, ma che in compenso ha aperto un racconto di guerra diverso fatto di storie e persone”. Nel 2017, è donna la presidente della Rai (Monica Maggioni), e sono donne le direttrici di due delle tre reti Rai (Ilaria Dellatana di Rai2 e Daria Bignardi di Rai3).

Nella carta stampata, nella quale i volti e i corpi non si vedono, solo la metà delle giornaliste è invece riconosciuta come firma. Questo è quanto emerso dalla ricerca “Tutt’altro genere d’informazione”, presentata nel settembre del 2015.
“Le donne a casa come nei giornali sono addette alla ‘cucina’: fanno le notizie brevi, cercano le informazioni, sistemano in pagina e fanno un po’ di desk” spiega Garambois. Il problema si annida oltre la firma: “Se tutta la direzione, la punta della piramide, è maschile, il potere d’influenza delle giornaliste nelle testate è prossimo allo zero”. Questo significa che se “il giornale è fatto da uomini, per quante possano essere le redattrici non sono loro che decidono cosa va in pagina e come titolare”.
Ne è un esempio lampante il titolo “Patata bollente”, messo in apertura su un quotidiano che trattava le vicissitudini della giunta della Capitale guidata da Virginia Raggi.
Secondo i dati dell’Inpgi (Istituto nazionale previdenza giornalisti italiani) sulla distribuzione di genere, nel 2013 le direttrici sono meno di un terzo dei direttori, le vice direttrici sono un quarto rispetto ai colleghi. La forbice diminuisce andando verso il ruolo di redattore ordinario dove si attestano a 2.387 femmine e 2.900 maschi.

Una eccezione è rappresentata dai periodici: in quelli i femminili le giornaliste occupano la vetta, ma sui generalisti sono la parte bassa della piramide e puntano a una carriera orizzontale come capo-servizio o inviate. La scalata verticale, però, rimane una prerogativa maschile.
La condizione delle “carriere bloccate” è in parte provocata dagli impegni legati alla cura della casa, che non permettono alle donne di sostenere gli orari straordinari e i trasferimenti concessi invece ad uomo. Ma dall’altro lato c’è la tendenza a mantenere nella categoria lo status quo. Secondo Serena Bersani, Presidente dell’Associazione stampa dell’Emilia Romagna, è anche una questione di fiducia: “Il direttore è colui che nomina ed è legato all’editore. Quindi vuole la garanzia che vi sia fedeltà alle sue decisioni. Le donne da questo punto di vista sono più libere: quando non condividono una cosa, non la fanno. Sono meno condizionabili dal volere del padrone”. Dello stesso avviso Marina Cosi, ex giornalista di Rai News 24: “Se i direttori sono tutti maschi cooptano altri maschi. È la logica del branco”.

Questo scenario è confermato anche dal rapporto dell’Inpgi sulla condizione lavorativa dei giornalisti in Italia nel 2015, presentato nel febbraio del 2017: le giornaliste dipendenti guadagnano il 78,2% del salario dei colleghi.
Marina Cosi, vice-presidente di Gi.U.Li.A, la rete nazionale delle Giornaliste Unite Libere Autonome, spiega che l’analisi del Gender Pay Gap deve essere misurata considerando in particolare le cifre accessorie che compongono lo stipendio: “L’80% dei giornalisti sportivi sono uomini che lavorano di domenica e in trasferta. Entrambi sono elementi che quasi fanno raddoppiare la retribuzione”. Inoltre non ricoprire ruoli apicali porta la media retributiva ad essere più bassa.

La situazione sugli stipendi dei free lance, che non hanno un contratto ma sono pagati ad articolo, è tragica per entrambi i sessi, come rileva il rapporto Inpgi 2016. Le retribuzioni arrivano a poco più di 10.000 euro annue per otto giornalisti su dieci. Ma anche in questo caso le donne sono più svantaggiate perché ci sono meno firme che fanno alzare i livello medio dei salari. “Le donne sono meno attente alla retribuzione in sé, contrattano meno il prezzo di un articolo, perché traggono soddisfazione anche dal riconoscimento professionale per la qualità di ciò che fanno, e non fondano la loro identità solo sul lavoro” dice Cosi.

Per capire quanto sia importante intervenire su un piano culturale oltre che sindacale per parificare la condizione lavorativa Mara Cinquepalmi, che è free lance con un bambino di 9 anni, porta come esempio: “Domanderesti ad un giornalista maschio come riesce a conciliare essere papa e giornalista?”.

Gi.U.Li.A, la rete nazionale delle Giornaliste Unite Libere Autonome, è nata per superare i limiti della informazione italiana. Ad oggi ha più di 100 giornaliste aderenti contro “questa informazione parziale che racconta un mondo fatto da uomini, non la realtà del Paese: alle donne è lasciato lo spazio di protagoniste solo come vittime” spiega Cosi.

Così Gi.U.Li.A ha iniziato ad intervenire sul linguaggio, attraverso pubblicazioni e corsi di aggiornamento professionale riconosciuti dall’Odg. “Abbiamo lottato per far chiamare l’assassinio di una donna da parte del compagno Femminicidio, o usare il femminile nel riferirsi a una professionista donna. Perché l’italiano lo prevede ed è un riconoscimento professionale. Abbiamo anche raccolto le professioniste italiana nel catalogo delle 100 esperte perché, come dimostrato dalla ricerca ‘Global Monitoring Project 2015’ le donne sono raramente interpellate dai media in qualità di esperte”.

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